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I RUOLI SESSUALI E L'EQUILIBRIO PSICHICO - PARTE SECONDA - Gli uomini-bambini e il crimine di Genere

Di Antonella Randazzo


Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) oggi la violenza di Genere, o la violenza contro le donne, è nel mondo uno dei problemi più gravi di salute pubblica e di diritti umani violati.
La violenza subita dalle donne ad opera degli uomini può essere di tipo sessuale, psicologica, fisica, verbale ed economica. La violenza subita dal partner viene chiamata anche "violenza domestica".
I nostri media si occupano spesso del problema del burka per le donne musulmane o delle discriminazioni praticate dall'Islam, ma difficilmente affrontano il problema delle violenze che le donne italiane subiscono ad opera dei loro compagni o mariti. Eppure il fenomeno è assai più esteso rispetto alle statistiche ufficiali, che di solito si basano sulle denunce (molte tengono il problema nascosto). Si tratta di un problema che interessa tutti i livelli socio-economici e tutti i paesi del mondo. In molti paesi il problema non è considerato adeguatamente dalla legislazione. Ad esempio, in 33 Stati degli USA il reato di stupro da parte del marito è stato depenalizzato, e in cinque Stati anche il convivente può impunemente stuprare la compagna. Addirittura nel Delaware, la depenalizzazione riguarda anche chiunque abbia avuto almeno un rapporto sessuale consenziente nell’anno prima rispetto al reato. Le violenze contro le donne, commesse da partner di sesso maschile, hanno dimensioni incredibili. Negli Stati Uniti, ogni anno 700.000 donne vengono violentate o aggredite, mentre in Francia almeno 50.000 donne subiscono violenza di tipo sessuale, e la maggior parte di esse non sporge alcuna denuncia.
Secondo un rapporto del 2005 del Consiglio d’Europa, la violenza familiare sarebbe, per le donne tra i 16 e i 44 anni, in Europa, la prima causa di morte, prima degli incidenti stradali e del cancro. Persino in Svezia i dati sulla violenza femminile sono molto alti, addirittura ogni dieci giorni una donna viene uccisa.
Secondo le statistiche dell’Istat, in Italia c'è un livello altissimo di violenza contro le donne. I comportamenti di minaccia o persecutori di ex partner riguarderebbero oltre due milioni di donne. Negli ultimi 12 mesi, oltre un milione e mezzo di donne sono state vittime di violenza sessuale o fisica.
Nel 2005 le donne uccise dagli ex partner sono state 134, e 112 nel 2006. Nel 2006, in Italia, ci sono stati 74.000 stupri, il 6,6% dei quali ha riguardato minorenni. Nei primi sei mesi del 2007 sono state uccise 62 donne, 141 sono state vittime di un tentato omicidio, 1805 hanno subito abusi sessuali, mentre 10.383 sono state picchiate violentemente (botte, pugni, ossa rotte, ecc.). Le vittime hanno generalmente un'età che va dai 25 ai 45 anni, sono persone laureate e diplomate, e svolgono anche attività prestigiose. Dalle statistiche risulta che negli ultimi anni i fenomeni di violenza sulle donne sono addirittura raddoppiati, e questo ci deve portare a ritenere il problema molto attuale. Ovviamente, gli aguzzini non sono in grado di riconoscere nella donna una persona da rispettare, dotata di autonomia e dignità, e questo risulta in stridente contrasto con l'apparente egualitarismo della nostra società.

Ai nostri media piace mostrare che nei casi di maltrattamento o di violenza sulle donne i carnefici siano immigrati, magari rumeni o albanesi. Ma si da' il caso che anche in molti casi in cui la vittima è straniera, i responsabili sono spesso uomini italiani. Ad esempio, in Emilia Romagna, nel 2003, il 74,45% delle donne extracomunitarie che sono andate nei centri antiviolenza erano state maltrattate da uomini italiani.

La domanda è: cosa induce gli uomini a creare una situazione così altamente distruttiva?
Secondo molti studiosi si tratta della difficoltà dell'uomo a riconoscere nella donna un essere umano "altro da lui". Ovvero a riconoscere che la donna non è una sua proiezione o un oggetto che serve a soddisfare i suoi bisogni. La base per un vero rapporto è il riconoscere la diversità dell'altro, senza volerla cancellare. In questi termini, ci accorgiamo che il problema della violenza di genere ci riguarda tutti, come un aspetto inquietante dovuto a distorsioni proprie della cultura comune. Ciò che ci riguarda da vicino non è tanto l’epilogo più o meno violento di alcune storie che salgono alla cronaca, ma tutto quello che riguarda il rapporto fra i sessi e la relazione uomo/donna. Molte situazioni possono rientrare nella "normalità" perché esuli da forme estreme di violenza, ma tuttavia porre "in nuce" situazioni che possono costituire fattori scatenanti nelle coppie in cui la violenza esplode.
Alcuni uomini credono, vivendo in una società maschilista, che la condizione di "mascolinità" debba conferire loro una certa superiorità verso le persone del sesso opposto. Essi si sentono di avere il diritto di dare ordini non solo ai propri figli ma anche alle mogli, come se esse non avessero alcuna dignità di persone dotate di cervello. Allo stesso tempo questi uomini, per deresponsabilizzarsi nel caso in cui le mogli sollevassero lamentele, cercano di svilire l'essere donna, cercando di mettere in rilievo le debolezze femminili, da cui loro in realtà traggono grandi vantaggi. Questi uomini descrivono le donne come infantili, deboli e talvolta isteriche o "pazze". Anziché considerare gli stati d'animo femminili come dovuti a situazioni emotive o psicologiche, preferiscono inserire nella categoria "donne" ogni scompenso psichico, in modo tale da non dover fare i conti con la realtà, preferendo continuare a trattare la donna come una non-persona.
In altre parole, nell'attuale realtà, come in passato, la donna viene "mercificata" e trattata sulla base delle esigenze maschili. Come negli anni Cinquanta, anche molti uomini di oggi vorrebbero una donna arrendevole, passiva, capace di adattarsi al marito, e priva di proprie idee e opinioni. Ma un vero rapporto uomo-donna non può certo basarsi sull'arrendevolezza del sesso femminile, poiché rinunciare al proprio essere persone sarebbe deleterio per qualsiasi rapporto.
Alcune donne scelgono rapporti inadeguati, con uomini che proiettano in loro aspettative che "cancellano" parte della loro personalità. Esse si sentono di fare questo perché percepiscono la loro femminilità nel vecchio modo, ovvero come dovere di amare sacrificando se stesse. Ma il vero dare se stessi non accetta l'umiliazione, lo sminuirsi o il ricevere un trattamento ingiusto. Ciò, al contrario, è segno di incapacità di amare, basandosi sulla sfiducia e sull'insicurezza piuttosto che, come nel caso del vero amore, sulla capacità di amarsi. Come spiega la Dowling: "Il problema a cui ci si riferisce qui è quello che gli psicologi chiamano 'separazione-individuazione', e ha a che vedere con la capacità o meno dell'individuo - uomo o donna che sia - di sopportare il fatto di essere principalmente e fondamentalmente solo: una persona che si regge sulle proprie gambe, ha le proprie idee e una visione personale della vita. E' la mancanza di separazione-individuazione che manda i matrimoni in frantumi".(9)

Il desiderio di essere uniti in modo simbiotico con un altro essere umano richiama all'infanzia, quando ci si voleva sentire onnipotenti e invulnerabili, e per questo veniva idealizzata l'immagine genitoriale che proteggeva. L'incapacità di crescere e di diventare adulti è propria di molte persone, poiché la crescita richiede lavoro su se stessi, un impegno costante per far maturare le proprie emozioni, e la rinuncia definitiva all'onnipotenza e all'invulnerabilità.
Uomini e donne, seppur in modo diverso, vorrebbero rimanere nell'infanzia, mantenendo quel senso di rassicurazione che ricevevano. Mentre le donne dimostrano ciò attraverso la ricerca di sicurezza affettiva e protezione maschile, gli uomini lo manifestano attraverso comportamenti prevaricanti e prepotenti, che hanno lo scopo di mantenere in loro il senso di potere onnipotente e di forza. In casi estremi, questi uomini vogliono esercitare un controllo assoluto sulla propria donna, come se essa fosse un oggetto di loro proprietà.
Il senso di onnipotenza infantile induce questi uomini a credere di avere un totale potere sulla loro donna, anche quello di toglierle la vita. Alcuni di essi, dopo aver ucciso la donna, non si pentono, ma addirittura ritengono di essere stati vittime. Ad esempio, Mario Mariolini, che costringeva la propria compagna Monica Calò a non mangiare per pesare meno di 40 chili, quando la donna cercò di sottrarsi al rapporto, la uccise. Dopo il delitto dichiarò di non essere in alcun modo responsabile, in quanto "vittima costretta all'atto criminoso".
La storia di Mario e Monica è un esempio limite per capire le esasperazioni possibili in un rapporto di coppia. Mario desiderava soltanto donne scheletriche, e dunque Monica accettò per un certo periodo di tempo di rinunciare a mangiare per diventare anoressica. Ma ad un certo punto la ragazza aveva fame e voleva ritornare a mangiare. La donna, succube dell'uomo, deduce di poter ritornare alla vita normale se riuscirà a liberarsi di Mario, e dunque lo prende a martellate nel sonno, ma lui si salva e lei viene messa agli arresti domiciliari per un anno. Tornata libera, Monica non vuol più saperne di Mario, che invece continua a cercarla in maniera ossessiva. Alla fine Monica decide di incontrarlo, e per sicurezza gli da' appuntamento in un luogo affollato, una spiaggia di Intra, sul lago d'Iseo. Ma questo non servirà a salvarla: Mario la uccide a coltellate, cercando poi di suicidarsi gettandosi nel lago, ma viene salvato. Sarà condannato a trenta anni di carcere.
Quello che emerge da questa tragica storia è la disponibilità iniziale di Monica di rinunciare persino alla salute fisica per assecondare il proprio uomo, svelando così un potenziale autodistruttivo non percepito come tale. Tuttavia, quando ella si rende conto dell'assurdità del suo comportamento cerca aiuto nei genitori, che si rivolgeranno alle forze di polizia. Ma, nonostante i casi di criminalità di Genere siano tutt'altro che rari, le forze di polizia di solito attuano scarsi interventi e dunque, come nel caso di Mario, si tratterà di omicidi annunciati, che offrivano tutti i sintomi per poterli impedire.

In molti di questi casi l'uomo premedita il delitto, come punizione o come suo diritto, in quanto l'oggetto che era in suo possesso adesso non è più controllabile. L’assassino può provare piacere nell'uccidere, poiché vive il delitto come sfogo, oppure come riparazione dovuta al suo orgoglio ferito. Egli vive immerso nel totale egocentrismo, incapace di vero slancio verso gli esseri umani. Si tratta di uomini-bambini, in cui sopravvive il senso di onnipotenza dell'infanzia e il narcisismo, che conferisce loro un'irrinunciabile senso di potere, che esprimono a spese della donna.
Il narcisismo infantile induce queste persone a mettersi al centro del mondo, con arroganza e superficialità, e quando la donna provoca una ferita narcisistica non accettando più di vivere subordinata al suo ego, ecco che esse ritengono doverono renderle la vita un inferno, fino a raggiungere, in alcuni casi, il tragico epilogo.
In questi delitti non è l'amore la causa scatenante, al contrario, è l'incapacità di amare, che induce a vedere l'altro come un oggetto che soddisfa i propri bisogni, e quando non è più soddisfarli può essere distrutto.
Il nostro sistema attuale stimola il narcisismo, il protagonismo e la superficialità, impedendo in vari modi una vera crescita emotiva. L'egocentrismo e il narcisismo spesso nascondono una profonda insicurezza e un senso di impotenza, che stimola il bisogno di controllo. Come spiega la studiosa Nancy Mc Williams: “in ogni narcisista fatuo e grandioso si nasconde un bambino impacciato e vergognoso e in ogni narcisista depresso e autocritico è latente un’immagine grandiosa di ciò che la persona  dovrebbe o potrebbe essere”.(10)  

L'uomo-bambino, che persiste nell'egoismo e nel narcisismo, è incapace di vero amore, e utilizza gli altri come oggetti da usare secondo le proprie esigenze egoiche. Alcuni elementi che rivelano la personalità di un uomo-bambino sono la difficoltà a stare in relazione con l'altro, la mancanza di empatia, la difficoltà a provare sia rimorso che gratitudine, e l’incapacità di chiedere scusa. Il chiedere scusa necessita della capacità di riconoscere l'altro, di preoccuparsi per lui e di ammettere un errore. Ma la personalità dell'uomo-bambino narcisista ed egoico difficilmente riconosce i propri errori, piuttosto li proietta nella donna, attribuendole le cause della sua sofferenza. Queste persone difficilmente si mettono in discussione, poiché fanno fatica a gestire un eventuale conflitto interiore. Esse hanno bisogno di trasferirlo all'esterno, sottraendo energie alle altre persone. La donna viene “deumanizzata” e degradata al livello di un oggetto che soddisfa l'ego. Attraverso di essa l'ego dell'uomo-bambino potrà attuare una "manipolazione onnipotente", che si tradurrà in sfruttamento e maltrattamento.
La donna può all'inizio cedere alle proprie tendenze all'abnegazione, provando addirittura un senso di eccitazione nel perdere autonomia e separatezza. Non si accorge che l'uomo-bambino tende a valorizzare se stesso a spese sue. Sperimenta un senso di fusione, che le risulta piacevole in quanto essa è stata educata a credere che il suo ruolo sessuale preveda uno stretto rapporto con l'uomo, che in cambio dell'abnegazione le offrirà protezione e sicurezza. Ma col passare del tempo, quando il rapporto si fa sempre più asfissiante, la sua personalità ne soffre, ed emergeranno anche problemi di vario genere (maltrattamenti, problemi materiali, ecc.) che spingono la donna a cercare di riprendere se stessa.
L'essere lasciati rappresenta per molti uomini una frustrazione difficile da sopportare. Osserva la psicoterapeuta Marinella Cozzolino: “lasciare il proprio compagno è come dire di avere il 30% di probabilità di essere minacciate, molestate o addirittura uccise da lui. Per gelosia, per rabbia, per paura dell’abbandono, della solitudine, ma anche per vendetta e per punizione”.(11)
Spesso le persecuzioni e le molestie durano anni, allo scopo di riprendere il controllo dell'altro, talvolta minacciando il suicidio o l'omicidio della donna o dei suoi più stretti familiari. Ovviamente, un comportamento del genere allontana ancora di più, e spinge a cercare protezione nella famiglia o nelle istituzioni.
L'attuale sistema così come non valorizza le donne, non prevede nemmeno leggi apposite per proteggerle, anche nei casi più disperati. Fino al 1981, l’art. 587 del codice codice penale Rocco (in vigore dal 1930 e abrogato con la legge n. 442 del 5-8-1981) prevedeva, nei casi di uccisione di una donna da parte di un uomo, una pena molto contenuta, che andava da i tre ai sette anni di carcere. L'articolo diceva: "Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell'atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d'ira determinato dall'offesa recata all'onor suo o della famiglia, punito con la reclusione da tre a sette anni. Alla stessa pena soggiace chi, nelle dette circostanze, cagiona la morte della persona che sia in illegittima relazione carnale col coniuge, con la figlia o con la sorella".
Da notare che per avere una pena così lieve rispetto al reato, bastava attribuire una relazione (anche "clandestina") fra la donna e l'uomo che l'aveva uccisa.
Pur avendo abrogato l'articolo, i nostri legislatori non hanno ancora formulato una legislazione adeguata che protegga efficacemente la donna in caso di persecuzioni, minacce o violenze da parte di un ex marito o compagno.

Spesso gli uomini-bambini sono ben mimetizzati attraverso una maschera di "normalità", e soltanto la donna conosce appieno il loro narcisismo egoistico. I maltrattamenti subiti da donne che vivono con uomini-bambini sono spesso di tipo psicologico. Ad esempio, quando esse cercano di sollevare qualche problema relazionale, vengono convinte a non credere alle loro stesse percezioni, instillando l'angoscia di stare impazzendo o di non essere "normale" (dunque di meritare i maltrattamenti). Le violenze psicologiche sono assai nocive perché mirano ad abbassare ulteriormente l'autostima, dando la percezione di essere prive di valore. Tali violenze servono a far accettare il maltrattamento fisico, che, all'interno della percezione di nullità o colpa, sarà visto come dovuto.
In molti modi gli uomini-bambini possono minare l'equilibrio psichico della loro donna, facendole credere di essere "sbagliata", di inventarsi i problemi o di essere esageratamente ansiosa senza alcun motivo. In realtà queste donne cercano più attenzioni per il loro vero essere, e tentano invano di creare una vera relazione. Ma l'uomo egoico ha imparato sin da piccolo ad essere reattivo, competitivo e aggressivo, e a non cedere alle emozioni più intense, quelle necessarie a vivere una relazione emotivamente coinvolgente. Una relazione in cui l'altro è riconosciuto come persona con sue proprie caratteristiche e dotata di autonomia. Tale relazione è percepita dall'uomo egoico come una minaccia al proprio sé, in quanto egli è incapace di percepire la realtà femminile come avente dignità pari a quella maschile.

Ovviamente, non sempre una situazione di squilibrio di coppia degenera nell'omicidio, più spesso c'è violenza domestica (fisica o psicologica). In alcuni casi le stesse donne non sono in grado di riconoscere la situazione di disagio, sovvertendo psicologicamente la realtà, in quanto essa appare troppo dura da affrontare. Percepiscono che qualcosa non quadra, ma si illudono che tutto sommato le cose possano migliorare. In altri casi la donna è ben cosciente di subire maltrattamenti, ma crede di essere "colpevole" di qualcosa, come fosse una bambina picchiata dal genitore. Purtroppo molte donne che subiscono maltrattamenti si ostinano a proteggere il proprio uomo, permettendogli di mantenere la maschera di "normalità".
I rapporti che sfociano nel delitto, di solito si basano su un'insana dipendenza, che impedisce la creazione di un vero legame empatico.
Come spiega il pedagogista Valerio Sgalambro: "la dipendenza inizia dove finisce la capacità di vivere il rapporto come flusso e riflusso, movimento eterno tra separatezza e fusionalità. Quando l’altro non è più libero di 'essere', ma è costretto ad assumere un ruolo od una funzione-finzione, l’amore non è più moto d’animo, ma compensazione di qualcosa che supplisce i nostri vuoti, le nostre paure, i nostri bisogni".(12)

Ovviamente, non tutti i rapporti non equilibrati conducono a situazioni di grave violenza, tuttavia è molto comune che nelle coppie non si instauri un legame costruttivo, che conduca entrambi i sessi ad arricchire la propria esistenza. Secondo la scrittrice Gloria Steinem gli uomini non vengono abituati a vivere adeguatamente le loro emozioni e di conseguenza avranno difficoltà a rapportarsi all'altro sesso: "Sono gli uomini con un'autostima debole a creare i maggiori problemi alle donne... (essi sono) incapaci di avvicinarsi ai sentimenti e ai pensieri dell'altro, per una sorta di anestesia affettiva che molto spesso gli impedisce di percepire le loro stesse emozioni (e genera) l'incapacità di relazionarsi con le donne su un piano di eguaglianza".(13)

Per concludere, vale la pena soffermarsi a riflettere sulla tendenza maschile a considerare la donna meno di ciò che è, e sulla tendenza femminile a considerare l'uomo più di quello che è. Abbiamo visto come queste distorsioni possono produrre problemi più o meno gravi, impedendo un rapporto costruttivo fra i sessi.
In un sistema basato sulla legge del più forte occorre chiedersi quanto sia importante costruire rapporti equilibrati, basati sull'uguaglianza, all'interno del proprio nucleo familiare.
Occorre tener presente che un sistema in cui domina un ristretto gruppo di persone è possibile soltanto in un assetto in cui gli esseri umani sono prigionieri delle loro stesse paure, che generano sfiducia e desiderio di potere ingiusto. All'interno di tale sistema non bisogna trascurare la difficoltà di tutti (uomini e donne) a raggiungere un adeguato equilibrio e a mantenere alta l'autostima e la sicurezza in se stessi.
Secondo la scrittrice Gloria Steinem, senza una forte autostima non è possibile avere alcuna democrazia: "L'autostima (è) il prerequisito della democrazia, e soprattutto di quell'uguaglianza sociale che ne è un fondamentale aspetto... lo sviluppo economico scorporato dal concetto di autostima è destinato a sfociare... in una nuova forma di colonialismo: in altri termini in uno sviluppo gestito dall'alto, dove ciò che ha sviluppo non coincide con gli orientamenti culturali della popolazione, ma va a scapito della persona... La finalità di una famiglia sana (deve essere quella) di creare cittadini del mondo, che abbiano una dose di fiducia in se stessi tale da consentirgli di trattare gli altri in modo paritario: non peggio, come propone il modello 'maschile' e colonialista; non meglio, come propone invece il modello 'femminile' e colonizzato, ma allo stesso modo".(14)

Sarebbe un paradosso pretendere che una società basata su rapporti diseguali possa dare vita ad una democrazia, che per la sua stessa essenza esige l'eguaglianza. Gli stegocrati sanno che la diseguaglianza è la base di ogni sistema tirannico (che per sua natura richiede la prevaricazione e l'ingiustizia), per questo nelle dittature mascherate vengono alimentate così tante diseguaglianze (donne/uomini, poveri/ricchi, cittadini/immigrati, ecc.), che impediranno una vera democrazia.
I valori umani e la democrazia devono crescere dapprima nei nostri cuori, poi nelle nostre case, e soltanto dopo possono costituire la base della nostra società. Pretendere che essi provengano dall'alto significa accettare le dittature mascherate e sentirsi incapaci di determinare alcunché. Significa essere sudditi lamentosi ma sottomessi.
Una dittatura può essere imposta soltanto ad una società predisposta ad essere dominata, nella quale la libertà interiore è merce rara, e in cui credere di non poter cambiare nulla rappresenta un comodo alibi per non cambiare se stessi.


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NOTE

1) Reale Giovanni, Antiseri Dario, Laeng Mauro, "Filosofia e pedagogia dalle origini ad oggi", Editrice La Scuola, Brescia 1986, p. 35.
2) Porosini Giorgio, "Il capitalismo italiano nella prima guerra mondiale", La Nuova Italia, Firenze 1975.
3) Cit. Dowling Colette, "Il complesso di Cenerentola. La segreta paura delle donne di essere indipendenti", Longanesi & C., Milano 1982, p. 12.
4) Dowling Colette, op. cit. p. 199.
5) Symonds Martin, "Psychodynamics of Aggression in Women", in "American Journal of Psychoanalysis, vol. 36, 1976.
6) "Tu", 6 maggio 2008, p. 52.
7) Fonte: "RaiNews24", 28 novembre 2007.
http://www.rainews24.it/ran24/rainews24_2007/magazine/cura_misura/
8) Dowling Colette, op. cit., pp. 46-52.
9) Dowling Colette, op. cit. p. 128.
10) McWilliams Nancy, "La diagnosi psicoanalitica. Struttura della personalità e processo clinico". Astrolabio – Ubaldini, Roma 1999, p. 193. 
11) Cozzolino Marinella, "Il peggior nemico", Armando Editore, Roma 2001.
12) Sgalambro Valerio, www.ilcouseling.it
13) Steinem Gloria, "Autostima", Rizzoli, Milano 1994, p. 11.
14) Steinem Gloria, op. cit. pp. 21-28.



BIBLIOGRAFIA

Cozzolino Marinella, "Il peggior nemico", Armando, Roma 2001.
De Beauvoir Simone, "Memorie di una ragazza per bene", Einaudi, Torino 1976.
De Beauvoir Simone, "Il secondo sesso", Il Saggiatore, Milano 2002.
Deutsch Helene, "Psicologia della donna", Boringhieri, Torino 1977.
Dowling Colette, "Il complesso di Cenerentola. La segreta paura delle donne di essere indipendenti", Longanesi & C., Milano 1982.
Grande Luigi, "Eros alla sbarra", Vallecchi, Firenze 1992.
Horney Karen, "Psicologia femminile", Armando, Roma 1993.
Horney Karen, "I nostri conflitti interni", Martinelli & C., Firenze 1994.
Steinem Gloria, "Autostima", Rizzoli, Milano 1994.

GLI IMPEDIMENTI ALLA NATURALE EMPATIA FRA GLI ESSERI UMANI

di Antonella Randazzo


In Italia, specie negli ultimi decenni, è stata attivata una fortissima campagna mediatica finalizzata ad inasprire i pregiudizi contro gli immigrati, specie se rumeni, albanesi, slavi o musulmani.
Gli immigrati appaiono nelle cronache come gli autori di tutti o quasi tutti i crimini che avvengono in Italia. Non appare la vera realtà, ossia che soltanto una minima parte di crimini è commessa da immigrati (oltre il 90% di stupri e omicidi è commesso da italiani).
E' un evidente segno di razzismo il riempire i giornali o i telegiornali di notizie di reati commessi da immigrati, e tralasciare fenomeni gravissimi, come quello che vede la morte di almeno 100 donne all'anno per mano dei propri compagni o mariti italiani. La gente comune, leggendo tante notizie di omicidi o stupri commessi da immigrati inizia ad alimentare la paura, l'ostilità o la diffidenza verso gli stranieri poveri. La tendenza delle nostre autorità a potenziare l'atteggiamento volto a criminalizzare gli stranieri, non è sfuggita ad alcuni ministri del governo spagnolo. Celestino Corbacho, ministro spagnolo del lavoro e dell'immigrazione, ha osservato: (le politiche del governo italiano) "pongono l'accento più sulla discriminazione del diverso che sulla gestione del fenomeno, e intendono criminalizzare il diverso (agli immigrati viene mostrata un'unica strada) Quella di tornare nel loro paese".(1)

L'obiettivo del sistema di potere attuale è quello di metterci gli uni contro gli altri e di accrescere la paura dell'altro, facendoci credere che la natura umana è sostanzialmente malvagia. Per convincerci della presunta malvagità umana gli stegocrati (2) hanno addirittura promosso la teoria darwiniana, che mostra gli esseri umani, al pari delle bestie, in continua lotta per prevalere.
Esistono anche diversi metodi utilizzati per intralciare la naturale empatia fra gli esseri umani. Ad esempio, un gruppo umano ( o più gruppi) viene segnalato come "criminale" attraverso una serie di notizie di reati commessi da soggetti appartenenti a quel gruppo. L'intera categoria (rumeni, musulmani, Rom, ecc.) viene indicata come "nemica" degli italiani, facendo credere che i problemi e la rabbia che i cittadini provano sono dovuti allo stato d'insicurezza creato da queste persone. Un'altra tecnica per eliminare l'empatia è quella di etichettare o inserire le persone all'interno di stereotipi, che le renderanno disprezzabili o da rigettare. Ad esempio, il meridionale diventerà pigro, indolente e parassita, il musulmano diventerà terrorista fanatico, l'ebreo avido e brutto, il nero debole e puzzolente, ecc. In questo modo viene impedito che si percepiscano gli esseri umani sostanzialmente simili fra loro, anche se possono esserci differenze culturali o sociali. Tali differenze vengono talvolta esasperate dai media, per creare separazioni e diffidenza. Le similitudini, invece, vengono offuscate perché potrebbero incentivare la solidarietà e l'empatia, che oggi appaiono un pericolo alla sopravvivenza del sistema. In realtà siamo molto più simili di ciò che appare, come osserva lo studioso Cavalli-Sforza:

"Siamo pochissimi diversi. Abituati a notare le differenze tra pelle bianca e nera o tra le varie strutture facciali siamo portati a credere che debbano esistere grandi differenze fra europei, africani, asiatici e così via. La realtà è che i geni responsabili di queste differenze visibili sono quelli cambiati in risposta al clima. Tutti coloro che oggi vivono ai tropici o nell'artico devono - nel corso dell'evoluzione - essersi adattati alle condizioni locali; non è tollerabile troppa variazione individuale per caratteri che controllano la nostra capacità di sopravvivere nell'ambiente in cui abitiamo. Dobbiamo anche tenere a mente un'altra necessità: i geni che rispondono al clima influenzano caratteri esterni del corpo, perché l'adattamento al clima richiede soprattutto modifiche della superficie del corpo (che è la nostra interfaccia con il mondo esterno). Appunto perché esterne, queste differenze razziali catturano in modo prepotente il nostro occhio, e automaticamente pensiamo che differenze della stessa entità esistano anche per tutto il resto della costituzione genetica. Ma questo non è vero: siamo poco diversi per il resto della nostra costituzione genetica."(3)

Il darwinismo ha posto l'uomo all'interno della realtà animale, senza considerarne le peculiarità. In realtà l'uomo ha molto di più rispetto agli altri animali: può scegliere. Egli non è né buono né cattivo, ma diventa migliore o peggiore sulla base dalle scelte che fa. Può comprendere l'importanza della vita sociale costruttiva e scegliere la tolleranza o altri comportamenti prosociali, oppure può scegliere l'interesse egoistico e cedere alla corruzione morale o alla discriminazione dei suoi simili.
I mass media si curano di documentare i casi in cui le persone si sono comportate in modo disumano, ad esempio non soccorrendo una vittima di un incidente stradale o non aiutando una donna molestata o violentata. Ma, se certo non è possibile negare la presenza di impulsi distruttivi e malvagi nell'uomo, è anche possibile provare che gli umani posseggono anche aspetti nobili o eccelsi, e che tutto dipende dalle scelte di ogni individuo. Esistono infiniti casi in cui le persone si sono comportate in modo moralmente ineccepibile o con pieni slanci altruistici. Ad esempio, esistono molti giovani e meno giovani che si dedicano al volontariato, rinunciando ai divertimenti per soccorrere o aiutare i più deboli. Attraverso le numerose associazioni di volontariato presenti nel nostro paese, molte persone svolgono anche attività molto impegnative, come assistere gli anziani, aiutare i disabili, ecc. Questi casi, che sono di gran lunga assai più numerosi rispetto agli omicidi o agli stupri, raramente sono documentati nei programmi mediatici, che puntano a suscitare sfiducia nella natura umana e diffidenza nel "diverso". Il "diverso" è sempre il povero (immigrato, Rom, ecc.). Creare una guerra fra poveri significa fare in modo che le vittime si scontrino fra di loro e dunque non dirigano la loro azione contro chi ha creato i problemi economici o lavorativi.
Sin dai tempi antichi il potere dominante ha affinato tecniche per mettere i gruppi sociali gli uni contro gli altri, sapendo che altrimenti, se tutti i popoli fossero stati in armonia fra di loro, inevitabilmente avrebbero avuto la forza e la chiarezza necessarie per porsi contro di esso. Quando le società affinano una certa sensibilità morale si accorgono delle tecniche di controllo del gruppo di potere, e dunque per questo oggi esistono tanti metodi per impedirlo. I mass media, così come i vari intellettuali di regime, propugnano un modo preciso di intendere l'uomo e la società, facendo credere che i pericoli provengano esclusivamente dagli immigrati, dai nomadi o da coloro che contestano il sistema. Ma si dà il caso che gli orrori più terribili, le guerre, i genocidi e le torture sono praticati sistematicamente proprio da chi non viene visto così pericoloso come in effetti è.

C'è un altro motivo che spinge le nostre autorità a seminare panico e divisioni: l'esigenza di giustificare un altissimo livello di controllo di tutta la popolazione. Infatti, dopo l'ondata di criminalizzazione degli immigrati rumeni, il Consiglio dei Ministri approvò un pacchetto di cinque disegni di legge, per attuare un rigido controllo attraverso la creazione di una banca dati biometrica a livello europeo, e per scatenare una strategia "terroristica" legata alla percezione sociale della criminalità. Con queste leggi le autorità possono anche creare una banca nazionale del Dna, (come imporrebbe il Trattato di Prüm, a cui hanno aderito anche il Belgio, la Germania, la Francia, la Spagna, l'Austria, il Lussemburgo e i Paesi Bassi, che sostiene il principio del controllo con la scusa del "terrorismo"). Si tratta di calpestare i diritti civili degli individui, creando un "grande fratello" globale che non serve, come ci viene detto, alla "sicurezza", ma a restringere la libertà e a negare il diritto alla riservatezza. Se le nostre autorità fossero davvero interessate alla nostra "sicurezza" impiegherebbero più personale e più risorse per vigilare sullo spaccio di droga, sulle reti di prostituzione o sulla corruzione e la mafia, che invece proliferano nel nostro paese, godendo di connivenze e appoggi proprio da parte di chi propaganda di essere preoccupato per la "sicurezza". Le nostre autorità non vogliono affatto recare alcun disturbo ai mafiosi e ai veri criminali, avendo l'intento di mostrare come criminali i poveri diavoli che, o sono rei di essere poveri, o di essere fuggiti da terribili dittature, oppure sono piccolissimi pesci di una catena criminale internazionale, che vede al vertice le autorità anglo-americane. Come molti sanno, queste ultime si ergono a difesa del sistema creato dal gruppo stegocratico, fondato sulle guerre, sulla mafia e sul controllo criminale dei popoli.
Indicare come unico pericolo la microcriminalità o le pratiche disperate di accattonaggio o di sopravvivenza (es: lavavetri) significa stornare l'attenzione dai veri criminali, ovvero da coloro che creano miseria e dunque favoriscono anche la microcriminalità. Peraltro, i disegni di legge del nostro governo mirano ad esasperare il malessere sociale, punendo i reati dovuti al degrado, ma senza far emergere le cause di tale degrado, e dunque senza affrontare le radici della situazione creata dalle strategie attuate negli ultimi decenni dagli stegocrati, che hanno devastato l'economia di interi paesi del Terzo Mondo, e hanno prodotto anche nel nostro paese un progressivo impoverimento e una grave situazione di insicurezza economica. Dunque, anziché avere l'intento di affrontare i veri problemi, le nostre autorità puniscono i più deboli, e creano allarme sociale, curandosi di far apparire alcuni come pericolosi, in modo tale che i cittadini italiani siano indotti ad attribuire le responsabilità dell'insicurezza sociale ed economica soltanto alle persone indicate dai media. Si scatenerà in tal modo una spirale distruttiva di panico e diffidenza, che favorirà l'emarginazione di alcuni, con il conseguente aumento della microcriminalità. L'obiettivo dei nostri governanti, com'è evidente, è quello di creare le premesse per uno Stato che "protegge" (anche se solo nella propaganda), che soppianterà lo Stato di diritto. Questo significa che i cittadini saranno indotti sempre più ad accettare strategie repressive, e l'uso delle forze dell'ordine, anche quando l'origine dei problemi è economica, oppure relativa al dissenso. In altre parole, sarà giustificata la criminalizzazione dei poveri, del dissenso e la restrizione delle libertà democratiche. E' una tendenza comune ormai in molti paesi, basti pensare che la Svizzera, nel marzo scorso, ha reso legale l'uso dei laser che emettono scariche elettriche, da utilizzare contro gli immigrati da espellere.(4) Senza la propaganda di forte criminalizzazione degli immigrati un intervento militaristico di questo genere apparirebbe degno del peggiore nazista.

L'impoverimento progressivo e l'insicurezza lavorativa, causati da leggi inique, dalla svendita dei beni statali e dal potere concesso ai grandi gruppi bancari ed economici, hanno reso la società italiana assai più fragile e vulnerabile emotivamente. I giovani disoccupati o precari sono attanagliati dalla bassa autostima, che può favorire il ricorso a palliativi come la droga, oppure un esasperato protagonismo, che li induce ad identificarsi con un personaggio carismatico o a proiettare il valore della propria identità nella tifoseria calcistica. I giovani più vulnerabili o privi del supporto equilibrante della famiglia, possono cedere al fanatismo calcistico, o aderire a gruppi violenti, oppure cedere al razzismo più viscerale, trovando in alcune persone (immigrati, Rom, gay, disabili, ecc.) un capro espiatorio per sfogare la rabbia e per dimenticare il senso di fallimento e il fatto di non avere un'identità e un'adeguata valorizzazione di sé, necessaria all'equilibrio. La giusta autostima potrebbe derivare da una società che desse la possibilità di autorealizzazione sociale, lavorativa o creativa, ma la realtà attuale agisce in senso contrario, condizionando le emozioni in modo negativo, relegandole ai livelli meno evoluti, e negando il valore di cui l'individuo ha bisogno.

Si potrebbe creare una società più solidale e più orientata verso il bene sociale se, anziché parlare soltanto di serial killer e di criminali stranieri, si parlasse anche dei vantaggi che l'intera società potrebbe avere qualora si coltivasse la capacità di mettere in pratica i valori umani. La nocività del sistema può essere vista anche nella tendenza innescata dai media a far prevalere l'egoismo, la distruttività e la paura dei propri simili. L'educazione alla tolleranza e alla solidarietà dovrebbe soppiantare l'attuale allarme mediatico verso il prossimo, e, oggi più che mai è necessaria una pedagogia umanistica anziché consumistica e materialistica.
Limitare il proprio egoismo o capire l'importanza della solidarietà significa costruire una società migliore, più forte verso il potere del gruppo dominante.

Talvolta le radici cristiane della nostra cultura vengono strumentalizzate come un segno di superiorità, ma private dei veri contenuti che esse dovrebbero avere. Infatti, tutti sanno che l'essenza del cristianesimo risiede proprio nel messaggio di fratellanza di tutti gli esseri umani, al di là del colore della pelle o delle credenze religiose o ideologiche. Sono stati proprio personaggi importanti nell'ambito del cristianesimo a consolidare il senso di tolleranza e di amore universale che il cristiano deve avere, senza il quale non può certo dirsi tale. Ad esempio, Guglielmo d'Ockham (1280-1349) all'inizio del XIV secolo consolidò l'idea che l'essenza della vita sociale cristiana fossero la tolleranza e la solidarietà. Egli scrisse: "Non è impossibile che Dio ordini che colui il quale vive secondo i dettami della retta ragione e non crede nulla che non gli sia dimostrato dalla ragione naturale, sia degno della vita eterna. In tal caso può anche salvarsi chi nella vita non ebbe altra guida che la retta ragione". (5)
Con queste parole dimostrò di essere convinto che coloro che assumevano un punto di vista diverso dal suo non erano da considerare meno di lui. Questa è la base della tolleranza.
Oggi, che non siamo nel Medioevo, molte persone si comportano in modo ben diverso, ritenendo di essere superiori a chi è povero, immigrato o di altra religione. Chi è ateo ritiene di essere superiore al credente, considerato come "credulone", oppure chi ha fede giudica chi non ce l'ha, vedendolo come inferiore a lui o meno evoluto spiritualmente.
Molti hanno l'impulso a prodigarsi per convincere gli altri delle proprie opinioni, credendo, non si sa in virtù di cosa, che il proprio pensiero sia più vero o più importante di quello altrui.
L'atteggiamento di superiorità dimostra una scarsa qualità morale, poiché il rispetto per gli altri, siano essi d'accordo con noi o professino altre religioni o idee, è il fulcro del progresso civile dei popoli.

Il sistema attuale rende gli individui "massa" e dunque sottrae valore alla personalità umana, producendo il bisogno dell'ego di emergere sugli altri per avere la certezza di esistere. Ma si può esistere soltanto come individui consapevoli di se stessi, del proprio ego e delle distorsioni negative a cui si è soggetti. Conoscere e comprendere se stessi è la base per amarsi, e dunque anche per poter rispettare e amare gli altri.
Il cristianesimo ci insegna a diventare migliori, e non possiamo diventarlo senza i nostri simili. Per la prima volta nella Storia, i valori cristiani sostennero che tutti gli esseri umani avevano un grande valore, che risiede nella loro essenza semidivina, che li rende tutti importanti all'interno della società. Riconoscere a tutti gli esseri umani un eguale valore, siano essi donne o uomini, poveri o ricchi, neri o bianchi, significa poter realizzare la democrazia, ovvero un sistema basato sull'eguaglianza. Al contrario, discriminare in ordine al livello economico, alla religione o al colore della pelle significa credere in un ordine basato sulla diseguaglianza, in cui alcuni verranno costretti a vivere in miseria o a delinquere, mentre altri si impossesseranno di gran parte della ricchezza e godranno di privilegi sociali, politici ed economici.

I valori cristiani insegnano che si cresce amando gli altri, accettandoli anche quando ciò non è facile, e comprendendo che non siamo isole ma parte di un tutto. Un tutto che comprende ogni essere umano, come un grande sistema che comprende tanti sottosistemi. Come le gocce dell'oceano sono essenziali a determinare l'oceano così tutti noi siamo importanti come parte del tutto. Nessuno di noi è il centro dell'universo, ma ognuno è una parte importante di esso. Ciò che proviamo, amore, rancore, tolleranza o intolleranza, è importante nel determinare quale rapporto umano sarà creato: se quello basato sulla superiorità dell'ego oppure su una ben maggiore consapevolezza di noi stessi e di come il sistema punta a metterci gli uni contro gli altri per meglio dominarci. Il progresso e la felicità sono il destino dell'uomo, ma tale destino non potrà attuarsi se cediamo alle pressioni che ci fanno vedere il prossimo come pericolo, come nemico o come ostacolo ai nostri interessi. Cedere alle pressioni distruttive del sistema significa sprofondare nelle sofferenze esistenziali, che ci fanno provare un senso di vuoto, oppure ci inducono a sentire un falso senso di potere, destinato a crollare sotto i colpi delle sofferenze che la sottomissione produce.
Ci può essere felicità soltanto attraverso la libertà dall'attuale sistema, con tutto ciò che ne deriverà: rispetto per se stessi e i propri simili, e profonda conoscenza dei meccanismi di asservimento propugnati dal gruppo stegocratico. Al di là di questo c'è un mondo di guerre, distruzione e sofferenza, che conviene soltanto a chi ci domina. I valori di tolleranza, solidarietà e amore non sono soltanto cristiani, ma dell'intera realtà umana. Non è l'odio la nostra essenza, ma l'amore, che è un'energia universale che presiede ad ogni progresso e felicità. Chi cerca di sostenere il contrario lo fa per becera convenienza o per cecità morale.



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NOTE

1) "Dnews", 19 maggio 2008.
2) A questo proposito si legga http://antonellarandazzo.blogspot.com/2008/03/lipotesi-stegocratica-parte-prima-.html
3) Cavalli-Sforza Luca e Francesco, "Chi siamo, la storia della diversità umana", Mondadori, Milano 1995, p. 185.
4) http://www.peacereporter.net/default_news.php?idn=49186
5) Cit. Abbagnano Nicola, "Storia della filosofia", vol. I, Utet, Torino, 1963, p. 640.

martedì

SINDROME ANTIEBRAICA E CONFUSIONE MEDIATICA - PARTE PRIMA

Di Antonella Randazzo


Nell'attuale sistema, una delle tecniche più utilizzate per impedire cambiamenti è quella di seminare confusione in vari modi, anche utilizzando termini ambigui o non esatti, oppure inducendo associazioni errate, per limitare le capacità del libero pensiero.
E' il caso di alcuni termini che riguardano la situazione palestinese, il sionismo, Israele e gli ebrei. Sono molti coloro che non conoscono l'esatto significato della parola "antisemita", oppure che confondono "antisemitismo" con "antigiudaismo". Molte altre persone confondono il termine "antisionismo" con "antisemitismo", oppure "razzismo" con "antisionismo".
I mass media, le autorità statali e alcuni intellettuali alimentano tale confusione in vari modi, direttamente e indirettamente, volontariamente o involontariamente. Ad esempio, molti sanno che il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, nel gennaio del 2007, in occasione del "giorno della memoria", seminò parecchia confusione utilizzando come sinonimi i termini "antisionismo" e "antisemitismo". Napolitano sostenne, commettendo un errore colossale, che il sionismo sarebbe un "movimento di liberazione nazionale del popolo ebraico" e che "Ricordare la Shoah significa combattere... innanzitutto ogni rigurgito di antisemitismo, anche quando esso si travesta da antisionismo".(1)
Il presidente non fece alcun cenno ai massacri dei palestinesi, voluti dalle autorità israeliane, né alle condizioni in cui il popolo palestinese versa attualmente. Napolitano, tanto attento ai crimini subiti dagli ebrei, risulta però un totale negazionista quando si tratta di considerare quelli subiti dai palestinesi. Il suo comportamento non può che dare la certezza della sua malafede.
La parola "antisionismo" indica l'avversare il progetto politico sionista, che vede la nascita di uno stato "razziale", ossia definito "ebraico", e discriminante verso i non ebrei. Essere antisionisti non significa discriminare gli ebrei, ma semplicemente rifiutare che in Palestina continui ad esistere uno Stato voluto non da tutti i suoi abitanti, ma da un gruppo di persone motivate da intenti di controllo politico ed economico. Confondere "antisionismo" con "antiebraismo" significa cercare di nascondere le ragioni di coloro che in seguito alla nascita di Israele hanno perduto i propri cari, le terre e le case. Non si deve confondere la lotta ai propri diritti con sentimenti di natura razzistica. Per tanto tempo gli arabi avevano convissuto pacificamente con gli ebrei, e soltanto con l'avvento del piano sionista questo sembra essere diventato impossibile.
La confusione mediatica riguardo ad Israele o agli ebrei spesso non è casuale, ma volta ad ottenere alcuni obiettivi, uno dei quali è quello di alimentare l'antiebraismo, per alimentare l'odio, che rappresenta l'emozione dell'impotenza e soddisfa il principio del "divide et impera", su cui si basa l'attuale sistema di potere. Alimentare l'odio significa depotenziare l'efficacia concreta che il pensiero e i comportamenti possono avere, e tenere i popoli subordinati ad un potere pressoché assoluto.
Alimentare l'antiebraismo significa anche sviare l'attenzione dei più attenti dall'eterogeneità del gruppo stegocratico (2) , e spingere ad utilizzare stereotipi atavici per costruire la figura del "nemico". Inoltre, alimentando l'odio contro una categoria si crea divisione, eliminando la naturale empatia e la solidarietà fra gli esseri umani. Tutto questo è essenziale al mantenimento del potere di pochi sui popoli.

E' curioso come nei mass media vengano tenuti nascosti quanto possibile i crimini contro i palestinesi, e al tempo stesso di tanto in tanto emergono elementi che richiamano l'antiebraismo (definito dai media "antisemitismo") o addirittura lo alimentano. Ad esempio, il 30 aprile 2008 è stata trasmessa su La7 una puntata de "L'Infedele" di Gad Lerner, il cui titolo era "Ma cosa vogliono questi ebrei", facendo intendere che la categoria "ebrei" poteva essere sottoposta ad analisi critica. Per di più, nelle immagini scenografiche campeggiava un'immagine tratta da una vignetta antisemita: la classica immagine dell'ebreo nasuto e orripilante. Accanto a tale immagine risaltava un enorme poster che riportava la frase "La lobby ebraica", tratta dal titolo di un libro.
Una frase e un'immagine che davano da pensare, dato che si trattava di una trasmissione condotta da un personaggio che avrebbe in tutti i modi cercato di mistificare i fatti relativi ad Israele. Ci si chiede: perché alimentare o ricordare così insistentemente i pregiudizi verso gli ebrei? Chi ha interesse a mostrare tutti gli ebrei come cospiratori e personaggi inaffidabili e pericolosi? E perché?
Nella trasmissione di Lerner i personaggi "pro-Israele" venivano contrapposti a quelli "pro-palestinesi", facendo intendere l'esistenza di una separazione ideologica. In realtà, alla luce dei fatti, l'onestà intellettuale e morale dovrebbe far superare tale presunta separazione, dato che gli eventi riguardo alla nascita d'Israele non sono un'opinione, così come non lo sono nemmeno le persecuzioni di cui sono oggetto ad oggi i palestinesi. Rendere tutto ciò una realtà "ideologica" o opinabile significa di per sé occultare i fatti o mistificarli gravemente.
Si cerca di negare che far nascere uno stato "israeliano" ha significato creare una sorta di apartheid, in cui i non ebrei sono duramente discriminati, quando non trattati come sub-umani rispetto agli ebrei.

Al contempo i media cercano di far dimenticare gli accordi presi dalle autorità israeliane e palestinesi, che non sono mai stati rispettati dalle autorità israeliane. Nella trasmissione di Lerner è stato ospitato Avi Pazner, quale portavoce del governo israeliano, mentre nessuno è stato invitato in rappresentanza delle autorità palestinesi, facendo così intendere che non esisterebbe alcuna autorità o istituzione palestinese.
L'apparente imparzialità di Lerner veniva tradita dal continuo riferimento a fatti della Seconda guerra mondiale, e dal sollevare domande come "non c'è pericolo che gli occidentali si stufino delle pretese degli ebrei?". Come un burattino ben manovrato, Lerner alimentava ora l'antiebraismo, ora le gravi mistificazione dei crimini contro i palestinesi. In altre parole, faceva ciò che il sistema di potere richiede a tutti i suoi servitori mediatici. Egli non sollevava affatto questioni del tipo "come mai gli ebrei sono malvisti", oppure "perché gli ebrei devono essere per forza indotti all'isolamento". E quando qualcuno dice "I palestinesi vogliono soltanto la libertà, come gli altri popoli", Lerner sbotta: "E' impossibile, questo pone problemi troppo complessi". Come se lasciare libero il popolo palestinese fosse un dramma. Utilizzando le stesse categorie della propaganda mediatica, Lerner definiva "provocatore" Gianni Vattimo (che aveva sollevato le questioni dello Stato razziale e del genocidio palestinese), come ad intendere che si può essere pacati soltanto se si accettano i dettami del potere dominante.
Un altro metodo propagandistico utilizzato da Lerner e da molti altri è la questione "destra" o "sinistra". Si sposta l'attenzione dai fatti o dai veri problemi alla questione politica, ovvero se il rapporto positivo con gli ebrei e lo Stato d'Israele sia migliore a "destra" o a "sinistra". Ovviamente si tratta di una falsa questione, dato che oggi le autorità occidentali sono totalmente a servizio del gruppo dominante, e che ormai "destra" e "sinistra" sono soltanto vuote etichette utili alla propaganda elettorale o al teatrino dell'inganno politico.

Nel programma di Lerner, la scritta ben evidente della frase "La Lobby ebraica" dava ad intendere che c'è il pericolo di far acquisire potere agli ebrei. Esistono diverse lobbies ebraiche, di ogni credo politico, religiose o laiche. Ad esempio, l'American Jewish Congress, l'American Jewish Committee, la Jewish National Fund, la Benè Berith ecc. Le lobby sono associazione che fanno pressione affinché si dia la priorità ad interessi di parte. Esistono moltissime lobby (non soltanto ebraiche) negli Stati Uniti, in rappresentanza di moltissimi interessi particolari.
L'esistenza di gruppi di interessi sarebbe da considerare nemica della democrazia (che dovrebbe far prevalere gli interessi di tutti), e dunque semmai si dovrebbe lottare per sopprimere tutte le lobby, anziché additare tutti gli ebrei come avidi di potere.

Gad Lerner, come molti altri personaggi che hanno ampio spazio nei mass media, ha cercato di rafforzare l'associazione fra "Shoàh" e nascita di uno Stato ebraico, come se ciò potesse giustificare qualsiasi crimine. La morte degli ebrei durante la Seconda guerra mondiale viene ammantata di un non so che di mistico, come se durante la guerra fossero morti soltanto ebrei, oppure come se ad ucciderli fossero stati i palestinesi, ora costretti a morire per la creazione di uno Stato "ebraico".
Lerner, come altri, ha paragonato la quantità dei morti ebrei dell'Olocausto ai morti palestinesi, come se si trattasse di una gara a chi ha ucciso di più o di meno.
Utilizzare i morti ebrei per giustificare il massacro palestinese, e persino i morti futuri, è moralmente ripugnante e non può essere che fonte di ulteriore sofferenza per entrambe le parti in guerra. Tutti si dovrebbero chiedere perché mai i fatti storici del passato, relativi agli ebrei, dovrebbero offuscare il cervello a tal punto da giustificare i crimini contro i palestinesi, che non hanno mai scelto di iniziare una guerra.
Eminenti storici accademici descrivono l'Olocausto come "un genocidio senza riscontro nella storia"(3) . Ma questi storici sanno benissimo che non è così, che la Seconda guerra mondiale fu tutta intera un "Olocausto", e che molti altri genocidi erano già stati perpetrati in Africa, in Asia e in America. Ogni guerra è un Olocausto per l'umanità, e non ha senso commemorare soltanto i morti ebrei, come se le altre vittime innocenti della guerra non avessero altrettanto valore.
Si cerca di nascondere, tramite l'Olocausto, che le sofferenze del popolo palestinese traggono origine dall'idea che la Palestina dovesse rinascere come "democrazia" portata dagli antichi suoi abitanti, gli ebrei. In realtà, il forte senso di superiorità dell’élite occidentale ha indotto a ritenere che le terre palestinesi dovessero essere amministrate da persone non arabe, e che si dovesse imporre dall'esterno un sistema politico-economico. Inoltre, c'era l'idea assurda e inaccettabile che la Palestina non fosse proprietà dei suoi abitanti, ma di coloro che l'avevano abitata millenni prima! Un nuovo tipo di colonizzazione veniva spacciato per grande impresa democratica e filantropica, di salvezza per il popolo ebreo vessato dall'antisemitismo.
Alla base del sionismo c'era l'idea che la Palestina fosse un territorio da 'modernizzare' e 'civilizzare', termini da intendere con un'accezione colonialistica. In altre parole, gli autoctoni palestinesi sono stati considerati dai fondatori di Israele come una popolazione inferiore geneticamente e culturalmente, e per questo bisognosa di essere colonizzata dagli ebrei europei.
Il sionismo nacque ufficialmente nell'agosto del 1897 da un progetto di Theodor Herzl, esposto a Basilea durante il Primo Congresso Sionista Internazionale. Non si trattava di un progetto improvvisato o dettato da fatti storici, ma di un piano razionale, la cui realizzazione prevedeva tappe ben organizzate. Il primo passo era quello di puntare sui fattori emotivi e affettivi legati al "focolare domestico", termine spesso utilizzato dai Rothschild, che finanziarono il progetto. Si doveva cioè indurre a credere che il progetto fosse del tutto privo di violenza contro i palestinesi, e prevedeva semplicemente l'insediamento di famiglie ebree nella loro antica terra. Il progetto sionista era basato sull'assurdità che un popolo dovesse tornare ad occupare la propria terra millenni dopo, e che ciò potesse essere "legittimo".(4)
Peraltro, la maggior parte degli ebrei di oggi non ha alcun legame con gli ebrei del Vecchio Testamento, essendo discendenti dai Khazars, una popolazione convertita al giudaismo intorno all'VIII secolo. Ovviamente, i Khazars non hanno mai vissuto in Palestina.

Paradossalmente, proprio l'idea di dover per forza creare uno Stato razziale appare decisamente antiebraica, poiché induce a ritenere gli ebrei come un gruppo che può vivere soltanto in uno stato creato apposta per loro, lontano dagli altri popoli e discriminando gli altri popoli.
Il fulcro dell'antiebraismo consiste proprio nel ritenere che gli ebrei siano un popolo "a parte", non integrabile con gli altri popoli, come fossero alieni. Ciò fu compreso dagli ebrei americani che si opposero strenuamente al sionismo. Fra questi c'era il rappresentante della comunità ebraica americana, Cyrus Adler, che insieme ad altre persone cercò di far capire che il sionismo avrebbe di sicuro accresciuto l'antiebraismo in tutto il mondo, rafforzando lo stereotipo dell'ebreo come di un “corpo estraneo” rispetto agli altri. Col sionismo si negava la possibilità che gli ebrei potessero vivere ovunque volessero, o che fossero persone come altre, "assimilabili" in quanto tali.
Nonostante i gravi pericoli posti dal sionismo, le autorità occidentali appoggiarono tale progetto e cercarono in tutti i modi di diffonderlo e di farlo apparire come la soluzione migliore al "problema ebraico". Durante la Grande Guerra, il 2 novembre 1917, il ministro degli esteri britannico Arthur Balfour scrisse la cosiddetta Dichiarazione di Balfour, una lettera che avallava il progetto del “focolare nazionale ebraico” in Palestina. Intanto anche negli USA i sionisti venivano appoggiati e rafforzati dalle autorità, penetrando e prevalendo anche nell'American Jewish Committee. Nel 1918 fu ufficialmente fondata la Zionist Organization of America.
Autorità statunitensi e personaggi di grande rilievo, come Henry Ford, alimentarono a lungo l'antiebraismo. Ford pubblicò nel 1921 il libro "The international Jew" (L’ebreo internazionale), che fu stampato in mezzo milione di copie e tradotto in sedici lingue. Nel libro si legge: "il potere del parassita ebreo è costantemente aumentato. Il pericolo ebraico, che oggi si chiama sionismo, minaccia non solo una nazione, ma tutta l'umanità". Ovviamente, non si spiegava che non tutti gli ebrei potevano essere partecipi a questo presunto complotto, e che anzi molti di essi erano invisi al gruppo di potere perché troppo ricchi e indipendenti (e dunque pericolosi) oppure perché poveri e social-comunisti. Sarebbero stati proprio le persone di queste categorie le vittime delle persecuzioni, e non certo quelli che facevano parte degli stegocrati, che rimasero comodi nelle loro cariche istituzionali o nelle loro banche, a fare soldi grazie alla guerra e allo sfruttamento dei prigionieri nei lager. Alcuni banchieri ebrei non furono affatto perseguitati, ma furono dichiarati "ariani d'onore".(5) Molti altri furono espropriati e imprigionati, in seguito al processo di "arianizzazione" delle banche. Secondo lo storico Goetz Aly, i motivi principali dello sterminio degli ebrei furono economici: "L'Olocausto resta inspiegabile finché non si analizza come la più grande rapina di massa della storia moderna. (...) Dal 1939 al 1945, due terzi del bilancio del Terzo Reich furono coperti attraverso l'esproprio degli ebrei e il saccheggio dei paesi occupati".(6)
Sta di fatto che gli ebrei espropriati, perseguitati o uccisi, com'è evidente, non avevano alcun potere e non facevano parte degli stegocrati, mentre altri avevano potere, e lo accrebbero grazie alla guerra e ai crimini contro gli stessi ebrei (e molti altri). Ciò conferma che non è la categoria "ebreo" a rappresentare un pericolo per il pianeta, ma un gruppo di persone eterogeneo, di cui fanno parte persone che si professano ebree, cristiane o di altre religioni.

Ford si prodigò a diffondere i “Protocolli dei Savi Anziani di Sion” in America, scatenando una forte reazione antiebraica. Adler e Schiff si resero conto di come le autorità statunitensi, alimentando il sionismo e facendo apparire la comunità israelitica americana come un "corpo separato" all'interno del paese, fomentassero l'antiebraismo. E la campagna fordiana di incitamento all'antiebraismo rafforzava il sionismo, facendo credere agli ebrei che soltanto con la fondazione di un proprio Stato avrebbero avuto "sicurezza" e non sarebbero più stati discriminati e perseguitati.
Negli anni Trenta le cose sfuggirono di mano agli ebrei antisionisti, travolti dal potere e dalla forza che il sionismo acquisiva. Molti di essi però non persero mai di vista la portata antiebraica del sionismo, e il suo intento di controllare gli ebrei relegandoli su una terra strappata ad altri. Nel 1937 Adler scrisse: “L'intera faccenda è complicata dal fatto che i sionisti... non hanno mai voluto considerarsi potenzialmente uno Stato... Sono un movimento. Piacerebbe loro possedere le anime di tutti gli ebrei in tutti i paesi del mondo, plasmare la loro educazione, il loro pensiero, e in effetti ciò li qualifica come un organismo totalitario diffuso, basato teoricamente su di una democrazia che è tassata uno schekel anno dopo anno e [che è] governata da un'oligarchia".(7)

Oggi i comuni cittadini ebrei vengono indotti all'odio e al desiderio di distruzione di un presunto "nemico" arabo. Anni di guerra hanno provocato una gravissima desensibilizzazione alla distruttività. Come osserva Khalid Amayreh, gli ebrei, nel contesto di odio e apartheid, rischiano di diventare "una società moralmente desensibilizzata che ha quasi perso la sua umanità soccombendo ad una psicosi collettiva che non è dissimile dalla cecità morale che colpì il popolo tedesco quasi sessant'anni fa".(8)

Anziché dissuadere gli ebrei dall'idea di uno stato "razziale", è stato fatto l'opposto, stimolando il loro senso di appartenenza religiosa e cercando in molti modi di farli sentire insicuri con la minaccia di un nuovo Olocausto. Le autorità israeliane hanno stimolato l'identificazione degli ebrei con lo Stato d'Israele, in modo tale che essi non fossero più in grado di essere obiettivi di fronte ai crimini contro i palestinesi e non potessero vedere nulla di negativo all'interno del "focolare" che presumono li protegga dal "male". Sin da piccoli, gli ebrei studiano la narrativa sull'Olocausto, che li mostra come vittime di un odio mostruoso quanto assurdo. Il museo dell'Olocausto, a Gerusalemme, è assurto ad una sorta di tempio mistico, in cui risuona perpetua la frase "mai più", che suscita allo stesso tempo speranza e timore. Indotti a soffermandosi sui fatti che li vedono vittime, gli ebrei non tengono conto che quel territorio è stato invaso dalle loro autorità con la stessa cieca violenza diretta contro i loro avi. Il vittimizzarsi fa dimenticare che i loro fratelli palestinesi hanno sofferto e soffrono per crimini analoghi a quelli commemorati nel museo. La differenza è che i morti uccisi dai nazisti non possono essere riportati in vita mentre molte vite palestinesi potrebbero essere salvate se si ponesse fine alla furia distruttiva delle autorità israeliane. Il gruppo dominante si prodiga per fare in modo che l'attenzione venga posta soltanto sui crimini del passato, per poter continuare ad uccidere impunemente nel presente e nel futuro.

Il cittadino comune ebreo oggi viene indotto a vivere in uno stato di ansia e paura, con i continui messaggi che lo fanno sentire "diverso" dagli altri e una potenziale vittima di razzismo.
Già durante la Seconda guerra mondiale, le autorità statunitensi misero in risalto le persecuzioni naziste contro gli ebrei, allo scopo di continuare a rafforzare l'idea che gli ebrei dovessero lasciare il paese e popolare un futuro nuovo Stato. I leader sionisti, nel 1942, organizzarono una serie di conferenze per denunciare in modo sempre più allarmante l'operato dei nazisti.
Fu creata una situazione di panico, a tal punto che il 15 marzo 1943 le principali organizzazioni ebraiche degli Stati Uniti, sioniste e non sioniste, formarono una Joint Emergency Committee on European Jewish. In realtà i sionisti non avevano affatto l'intento di salvare vite umane, piuttosto quello di rafforzare il loro progetto. Infatti, il sionista Nathan Schwalb era convinto che fosse giusto far morire una certa quantità di ebrei, in quanto ciò risultava utile al progetto sionista: "Per quanto riguarda le grida che arrivano dal vostro paese, dovremmo sapere che le nazioni Alleate stanno spargendo molto del loro sangue, e se noi non sacrificheremo alcun sangue, per quale diritto dovremmo meritarci di comparire davanti al tavolo dei negoziati quando dividono paesi e terre alla fine della guerra? … Perché solo col sangue potremo ottenere la terra".(9)
Il 21 luglio 1942, ventimila ebrei si riunirono al Madison Square Garden di New York per la vigilia della commemorazione della distruzione del Tempio di Gerusalemme, e in quell'occasione il presidente Roosevelt disse: "Cittadini, indipendentemente dalla confessione religiosa, condividiamo il dolore dei nostri connazionali ebrei per la ferocia mostrata dai nazisti verso persone inermi. I nazisti non riusciranno a sterminare le loro vittime, così come non riusciranno ad asservire l'umanità. Il popolo americano non solo è solidale con tutte le vittime dei crimini nazisti, ma inchioderà gli esecutori di tali crimini alle loro responsabilità nel giorno della resa dei conti, che sicuramente verrà".

In realtà, come ebbe a dire il rabbino Irving Miller dell'American Jewish Congress, il 31 dicembre 1943, agli anglo-americani "non gliene importava un accidente di quanto accadeva agli ebrei".
Infatti, le autorità di Washington e quelle di Londra non avversarono affatto la brutale uccisione di social-comunisti (ebrei e non ebrei), di zingari o di altre minoranze, al contrario, esse stesse fecero in modo che nei lager vi fossero quanti più morti fosse possibile. In alcuni rapporti della Croce Rossa risulta che alcuni campi nazisti erano gestiti umanamente e i prigionieri ricevevano da mangiare a sufficienza. Ma anche in questi campi, a causa dei bombardamenti massicci degli Alleati, che impedivano l’approvvigionamento di viveri e di medicine, morirono migliaia di persone. La Croce Rossa lamentò spesso di essere intralciata nel suo lavoro dai blocchi imposti dagli Alleati. In un Rapporto si legge:
"La situazione caotica in Germania, durante gli ultimi mesi di guerra, quando i campi di concentramento non ricevevano più rifornimento di viveri, provocò un numero sempre crescente di vittime. Il governo tedesco, allarmato da questa situazione, informò infine la Croce Rossa, il 1 febbraio 1945".(10)

Dunque, le persecuzioni e la morte nei lager degli ebrei servivano ad avallare il progetto sionista, indicando al mondo intero il "pericolo Olocausto", che in realtà vedeva le responsabilità degli stessi sionisti e delle autorità dei paesi che avrebbero vinto la guerra.

Oggi alcuni lamentano la presenza di troppi ebrei nelle stanze del potere, ad esempio, il 35% dei funzionari dell'allora presidente Bill Clinton apparteneva al B'nai B'rith (un'associazione ebraica di stampo massonico) sul 3% di ebrei negli Usa. Ma anziché discriminare tutti gli ebrei (anche quelli privi di potere) occorrerebbe chieder conto alle autorità statunitensi. I cittadini dovrebbero riprendere il potere di sovranità riconosciuto loro in ogni democrazia, e se temono che vi sia qualcosa di strano dovrebbero sollevare la questione e chiedere spiegazioni, anziché mettersi contro qualche gruppo e distogliere l'attenzione dal vero gruppo di potere. Indicare un gruppo sgradito e far derivare da esso ogni pericolo è funzionale a mantenere una democrazia di facciata, in cui soltanto gli stegocrati decidono le cose più importanti, e indicano il gruppo che sarà oggetto di discriminazione, che dunque diventerà un capro espiatorio.
Occorre ricordare che il gruppo dominante non impone soltanto un modello economico-finanziario ma anche una realtà in cui le emozioni sono manipolate per essere funzionali al sistema. In altre parole, le autorità fanno in modo che le caratteristiche mediatiche, culturali o sociali prevedano un gruppo (o gruppi) malvisto, quando non discriminato o guardato come "nemico". Il grado di odio indotto è da rapportare all'esigenza dello stesso gruppo stegocratico. Se esso ha organizzato una guerra instillerà odio al massimo grado, mentre si limiterà ad istigare razzismo quando ha soltanto bisogno di un capro espiatorio verso cui indirizzare il malcontento.
Sono dunque gli stessi media, e le stesse autorità occidentali a creare un clima di sospetto verso gli ebrei, e al contempo ad occultare la vera situazione in Palestina, e il genocidio del popolo palestinese, che ancora si sta consumando. Paradossalmente, si invitano gli europei a rispettare i minuti di silenzio per crimini passati, e al contempo a distogliere l'attenzione da quelli che stanno avvenendo oggi.
Il 1° maggio alle ore 10.00 gli israeliani vengono invitati ad osservare alcuni minuti di silenzio per commemorare la Shoàh. Oltre all'obiettivo di focalizzare l'attenzione sui crimini passati per occultare quelli presenti, c'è anche l'intento di tenere viva la perenne minaccia che si può riassumere in poche parole: "stai attento ebreo, perché ti odiano e potrebbe aversi un'altra Shoàh". Questo serve a tenere in scacco gli ebrei, facendo loro credere che gli altri popoli sono potenziali nemici, e soltanto attraverso lo Stato d'Israele possono evitare sofferenza e morte.
Con molti metodi (alcuni inscritti all'interno della loro stessa religione) gli ebrei vengono tenuti lontani dagli altri umani, e viceversa, i non ebrei vengono indotti ad alimentare verso gli ebrei diffidenza, sospetto, e in alcuni casi vero e proprio razzismo. I media che occultano la verità su Israele sono gli stessi che mostrano gli ebrei come "diversi" e divulgano questioni che li fanno apparire tutti come cospiratori, potenziali nemici, o comunque, come quelli che pongono un "problema". Questa prospettiva offerta dal sistema è di vecchia data. Moltissimi autori famosi (del passato e del presente) hanno trattato la "questione ebraica" oppure hanno indicato il gruppo degli ebrei, visto come unico e compatto, come motivato esclusivamente dal denaro o dal potere.
Pensare ad un unico gruppo omogeneo quale presunto "nemico" degli altri popoli significa essere fuorviati dal conoscere la verità sul gruppo reale degli stegocrati, che non appartiene ad una sola religione e pratica un'ideologia inconfessabile, basata sulla guerra e sul crimine. Alcuni ebrei possono essere partecipi attivamente a questi crimini, come del resto anche persone che si professano cristiane o di altre religioni. Dipende dalla scelta degli individui, e non dalla razza, dall'etnia o dalla religione. Gli stegocrati sono esperti nel seminare odio e divisione, e la religione ebraica viene ad oggi utilizzata per creare divisioni ed odio, come, all'occorrenza, possono essere utilizzate per lo stesso scopo anche altre religioni o ideologie. Ogni religione monoteistica professa l'esistenza di un solo Dio, e crea uno stato di privilegio (fino "all'elezione") per coloro che vi aderiscono rispetto a chi non vi appartiene. Questo fomenta un senso di superiorità del gruppo religioso rispetto agli altri, e rappresenta una situazione potenziale di divisione e di ostilità. La devozione con cui alcuni ebrei si dedicano alla loro religione in passato appariva come un pericolo al gruppo stegocratico, che in molti casi ha attuato persecuzioni e massacri. Ma oggi esso utilizza in modo assai più sottile la situazione ebraica, facendo in modo che molte persone (potenziali nemiche del sistema) identifichino negli ebrei il gruppo "nemico", per distoglierli dalla verità, e per offrire una facile identificazione dei responsabili dei crimini contro i popoli. In realtà non c'è nessun popolo "pericoloso". Le persone "pericolose" sono quelle che vorrebbero farcelo credere, distogliendo così l'attenzione su di esse, e seminando odio fra i popoli. E finché i popoli si odieranno, loro continueranno a dominare.

Ad oggi, in molti contesti sociali le minoranze tendono ad essere emarginate. In passato, anche nello stesso ambito cristiano, gruppi come quelli dei Valdesi sono stati emarginati o perseguitati, così come accadeva anche ai cattolici di essere oggetto di emarginazione nei paesi protestanti. In ambiti fortemente nazionalistici, chi fuoriusciva (per qualche caratteristica ideologica, religiosa o comportamentale) dall'appartenenza al gruppo nazionale veniva penalizzato o escluso. Più forte era il nazionalismo e più gli ebrei rischiavano di essere esclusi o emarginati, in quanto percepiti come stranieri.
Il razzismo spesso non è selettivo, e le persone che discriminano l'ebreo possono essere le stesse che esibiscono razzismo verso gli immigrati, oppure discriminano persone del sud rispetto a quelle del nord, i neri rispetto ai bianchi, ecc. Come la xenofobia, anche l'antiebraismo viene alimentato dall'intento di trovare in alcune persone la causa di problemi o di pericoli.

I semiti non sono soltanto gli ebrei, ma i popoli che vissero o vivono nel Medio Oriente e che parlano le lingue semitiche (attualmente, l'arabo e l'ebraico). Il cosiddetto "popolo ebraico" in realtà non costituisce un'unica "razza" poiché gli ebrei possono avere varie caratteristiche somatiche.
Del resto anche il temine “ariano” non può fare riferimento ad un unico compatto gruppo "razziale", ma indica soltanto i bianchi che invasero l’India all'epoca in cui era abitata da popoli di carnagione scura.
Il termine "antisemitismo" si riferisce all'avversione verso i semiti. Ma i semiti sono per oltre il 90% non ebrei e dunque sarebbe più esatto usare il termine "antiebraismo" per indicare l'avversione agli ebrei. Mentre il termine "antisemitismo" potrebbe essere utilizzato per indicare, ad esempio, le persecuzioni cui sono oggetto attualmente gli arabi di Palestina o quelli iracheni.
Gli ebrei non costituiscono un gruppo biologico-genetico compatto poiché nei secoli è stato inevitabile lo scambio genetico. Nei secoli essi hanno acquisito le caratteristiche genetiche dei popoli presso i quali hanno vissuto, e molti si sono convertiti al cristianesimo o hanno sposato cristiani, e molti cristiani possono avere antenati ebrei.
Oggi l'antisemitismo è più forte e violento che mai, ma, al contrario di ciò che i media propagandano, riguarda soprattutto gli arabi (palestinesi e non). I cittadini palestinesi sono costretti a vivere in condizioni da incubo, con il terrore di essere uccisi da un momento all'altro dai soldati israeliani, che nei checkpoint o nei posti di blocco dei territori occupati praticano violenze, terrore e umiliazioni di vario genere contro di essi. Ma anche altri arabi sono oggetto di durissime persecuzioni, basti pensare ai prigionieri in mano alle autorità statunitensi (col pretesto del "terrorismo") e alla pratica della tortura contro arabi o musulmani di molti paesi.(11)
(CONTINUA - PARTE SECONDA)


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SINDROME ANTIEBRAICA E CONFUSIONE MEDIATICA - PARTE SECONDA

Di Antonella Randazzo

Specie negli ultimi secoli, è apparsa la tendenza e considerare gli ebrei una razza, e ad attribuire loro la responsabilità di mali, disgrazie e sciagure. Questa prospettiva tende a sottrarre agli ebrei persino lo status di esseri umani, facendoli apparire come bestie pericolose e avide.
L'idea che gli ebrei dovessero essere considerati non propriamente umani è stata sostenuta da molti personaggi famosi. Ad esempio, Richard Wagner considerava "che la razza ebraica sia il nemico della pura umanità e tutto quel che di nobile vi è in essa".
Nell'antiebraismo c'era l'idea che gli ebrei controllassero ogni cosa: governi, stampa, finanze, ecc., senza chiedersi però come mai avessero l'appoggio delle autorità, che pur nel pubblico esternavano forti pregiudizi antiebraici.
L'antiebraismo è una forma di razzismo diretta contro le persone ebree, viste come diverse dagli altri. Ad esso si può aggiungere la giudeofobia, ossia la paura dell'ebreo, visto come pericolo per la società. L'antiebraismo trae origine dalla tendenza a ragionare per stereotipi o pregiudizi, che sono dovuti alla creazione di categorie rigide all'interno delle quali si trovano caratteristiche che saranno estese a tutte le persone appartenenti a quel determinato gruppo (ebrei, meridionali, arabi, rumeni, ecc.). Da tali categorie deriva, ad esempio, che tutti gli ebrei saranno considerati avidi, tutti i meridionali pigri, tutti gli arabi fanatici, ecc. Di conseguenza, anziché valutare le persone in quanto individui, si semplifica la realtà applicando categorie precostituite, col rischio di condizionare il rapporto con le persone in questione, che sarà gravato da un giudizio formulato ancor prima di attivare processi conoscitivi. Gli stereotipi possono dunque impedire o peggiorare i rapporti sociali con le persone discriminate, offrendo pregiudizi che susciteranno ostilità ed emarginazione. In casi estremi possono manifestarsi comportamenti apertamente ostili e aggressivi verso la categoria oggetto di pregiudizio.

Alcune persone giustificano l'antiebraismo con comportamenti attuati dagli stessi ebrei. Ad esempio, con l'autoseparazione socio-religiosa dovuta all'alleanza del "popolo eletto da Dio", che escluderebbe i non ebrei.
Ma occorre ritenere che non tutti gli ebrei utilizzano tale dottrina per sentirsi superiori, e comunque, il sentirsi superiori non rappresenta di per sé un delitto da punire con reazioni violente o aggressive. La tolleranza religiosa o ideologica dovrebbe essere la base di ogni sistema che si autodefinisce democratico.
L’antiebraismo nacque già in età antica, da cause politiche, sociali e ideologico-religiose. Si registra sotto il governo dell'imperatore persiano Serse, nel V secolo a. C., un atteggiamento di ostilità da parte dei pagani verso gli ebrei, percepiti come intransigenti, rigidi e ossessionati dalla possibilità di contaminarsi con i non ebrei. Nel periodo 49-50 d. C., a Roma si ebbero gravi contrasti fra ebrei e cristiani, e l’imperatore Claudio risolse il problema dando l’ostracismo ad entrambi. I contrasti derivavano dal fatto che sia gli ebrei che i cristiani rivendicavano il possesso esclusivo della verità religiosa. I contrasti continuarono a lungo, e i cristiani accusarono gli ebrei di non aver riconosciuto e accolto il Messia. Nel tempo le cose peggiorarono poiché i cristiani attribuirono a tutti gli ebrei, indiscriminatamente, la responsabilità dell’uccisione di Gesù Cristo. Furono divulgati concetti come: “il popolo deicida" e "maledetto e rigettato da Dio”.
Soltanto in seguito al Concilio Vaticano Secondo, il 28 ottobre 1965, con la Dichiarazione "Nostra Aetate", la Chiesa Cattolica eliminò l’accusa di "deicidio", sostenendone l'infondatezza storica e teologica.

Gli stereotipi antiebraici creati nell’antichità e durante il Medioevo, resistettero anche nel mondo moderno, spesso riproposti e rafforzati dalle stesse autorità in carica. Ad esempio, nel 1430, Amedeo VIII di Savoia approvò lo "Statuta Sabaudiae", che conteneva ben sedici capitoli che trattavano il "problema ebraico". La nuova legge limitava i movimenti degli ebrei e imponeva un contrassegno di riconoscimento (un panno giallo con un cerchio bianco e rosso) da apporre sulla spalla sinistra. Nel 1555, Papa Paolo IV, attraverso la bolla "Cum nimis absurdum" creò la "Carta degli Ebrei", che comprendeva una serie di regole restrittive e punitive, e l’istituzione del “ghetto”, per poter meglio controllare gli ebrei.
Molte altre autorità europee e statunitensi rafforzarono gli stereotipi antiebraici. Ad esempio, il Kaiser Guglielmo II dichiarò che "Gli ebrei furono alla base di ogni male del mondo."(12)
Il Cancelliere tedesco Otto von Bismark scrisse: "Temo che le banche ebraiche con la loro abilità e sotterfugi tortuosi finiranno col controllare interamente le esuberanti ricchezze dell’America, e le useranno per corrompere sistematicamente la civilizzazione moderna. Gli ebrei non esiteranno a depredare l’intera cristianità con guerre e caos, affinché la terra diventi l’eredità di Israele".(13)

In un documento inviato alla commissione costituente nel 1787,   Benjamin Franklin scrisse: "Gli ebrei sono una minaccia per questo paese se si permette loro l’accesso, e dovrebbero venirne esclusi da questa Costituzione". Il presidente George Washington scrisse degli ebrei: "Essi lavorano più efficacemente contro di noi delle armate nemiche. Essi sono cento volte più pericolosi per le nostre libertà e per la grande causa in cui siamo impegnati ... Ciò di cui dobbiamo biasimarci più di tutto è che ogni stato, già da tempo, non li ha messi alle strette in quanto flagelli della società e più grandi nemici che abbiamo per la felicità dell’America".(14)
Oltre ai nazifascisti, anche altre autorità dello scorso secolo furono propense a rafforzare gli stereotipi antiebraici, applicati a tutti gli ebrei indiscriminatamente. Scriveva Winston Churchill: "Il punto centrale dei rapporti tra ebrei e non ebrei è che l’ebreo è un diverso: ha l’aria di un diverso, pensa in modo diverso, proviene da una tradizione e da un patrimonio culturale diversi, non vuole essere assimilato".(15)
Churchill era profondamente razzista anche verso tutti i popoli che non fossero inglesi, compresi gli altri europei, gli asiatici e gli africani. I più disprezzati in Europa erano gli italiani e i tedeschi. In Asia Churchill considerava i giapponesi e gli indiani come esseri sub-umani, e considerava gli africani alla stessa stregua di animali. Ad esempio, egli dichiarò che era del tutto legittimo utilizzare i "gas contro tribù incivili" (ovvero contro gli africani), e che questo era utile anche perché "avrebbe seminato un grande terrore".
Suona davvero molto strano come persone che avevano tanto potere denunciassero il "pericolo ebraico" ma di fatto non approvassero alcuna legge che limitasse il potere alle banche o che rendesse il sistema finanziario più favorevole ai cittadini. Le autorità occidentali si sono sempre limitate ad alimentare i pregiudizi antiebraici, mostrandosi come fossero vittime e non come persone complici del sistema, che in realtà indicavano un "nemico" per nascondere verità assai più complesse e scomode. Far apparire, generalizzando, tutti gli ebrei come nemici significava creare odio, divisioni e contrasti utili sulla base del principio "divide et impera", e giustificare le più tremende infamie commesse in Israele e in altri luoghi.

I popoli accettavano gli stereotipi antiebraici come veri, e agivano di conseguenza, considerando gli ebrei in modo dispregiativo. Nella Spagna del XVI secolo fu creato il cosiddetto "antisemitismo del sangue", ovvero la necessità di provare la purezza del proprio sangue, documentando l'assenza di ebrei fra i propri avi. Si trattava di far valere la mentalità che privilegia gli aspetti "genetici" sulla libertà del singolo o sulla sua identità culturale e religiosa. Nasceva così l’antisemitismo razziale, che si svilupperà a cavallo tra la seconda metà del XIX e la prima metà del XX secolo. Periodo in cui saranno elaborate teorie pseudoscientifiche a sostegno della superiorità del bianco europeo e cristiano sugli altri popoli.
Quando negli anni Trenta dello scorso secolo si ripropose lo stereotipo dell'ebreo sub-umano, si fece leva proprio sull'idea dell'esistenza di "razze inferiori", e furono oggetto di persecuzione, oltre agli ebrei, anche gli zingari, i disabili e gli omosessuali.

Le autorità occidentali, specie negli ultimi secoli, mostrarono l'esigenza di perseguitare, ostracizzare o eliminare gli ebrei per motivi diversi: per sottrarre loro le ingenti ricchezze accumulate, o, nei casi in cui essi vivevano in miseria, per contrastare le lotte ispirate dall'ideologia comunista, a cui avevano aderito molti di essi. Già nel 1848, in seguito al fallimento delle rivoluzioni popolari, numerosi ebrei tedeschi emigrarono negli Stati Uniti. Si trattava di persone poverissime, che venivano guardate con sospetto dalle autorità, poiché, come gli altri immigrati poveri (italiani, polacchi, russi, ecc.) erano inclini ad aderire al socialismo e all'anarchismo. Per contrastare la diffusione di tali ideologie, le autorità statunitensi utilizzarono diverse tecniche, come la ghettizzazione, il razzismo antiebraico e il rafforzamento di gruppi criminali di stampo gangsteriano, che seminavano paura e controllavano i ghetti. Fra gli ebrei si utilizzò anche la propaganda sionista, al fine di soppiantare più pericolose ideologie. All'inizio il sionismo fu guardato con molto sospetto, e accolto da molti con una decisa avversione. Da alcuni fu visto come un tentativo di contrastare l'integrazione. Ad esempio, uno dei più importanti rappresentati della comunità ebraica americana, Cyrus Adler, vide il sionismo come un pericolo e sollevò il problema di una vera e propria “resistenza”, per sostenere il punto di vista "assimilazionista", contrario a quello sionista. Il punto di vista assimilazionista fu riassunto da Louis Marshall, leader dell’American Jewish Committee, in discorso tenuto nel 1905 ad Albany: “L'ebreo è un americano tra gli americani: un ebreo per fede e religione, un americano in tutto ciò che questo termine può significare ”.
Il contrasto fra sionisti e assimilazionisti, era simile alla dicotomia che si stava creando anche in Europa occidentale e in altri paesi in cui esistevano comunità ebraiche. Il solo fatto che si dovesse discutere se "integrare" oppure "espellere" gli ebrei dava l'idea della sopravvivenza di pregiudizi antiebraici, e di come tale gruppo fosse considerato compatto, nonostante molti fossero integrati nella società o avessero famiglie "miste", avendo sposato non ebrei.
Il concetto di "ebreo", come del resto anche quello di "cristiano" o "musulmano", non può certo comprendere persone perfettamente omogenee per cultura, livello economico o sociale. Nessuna categoria umana religiosa o culturale può di fatto essere considerata perfettamente compatta, e per questo utilizzare stereotipi risulta sbagliato. Lo stesso piano sionista teneva conto delle differenze fra gli ebrei, e si rivolgeva soprattutto a quelli appartenenti ai livelli sociali medio-alti. Il leader sionista Chaim Weizmann, in una lettera scritta il 30 novembre 1918, indirizzata a Wickham Steed, caporedattore esteri del "Time", scrisse: "Non dobbiamo farci dire, come i polacchi stanno cercando di fare, 'Avete la vostra Palestina, andate via di qua' (Perché) se così fosse ci troveremmo alle porte della Palestina tutti i rifugiati miserabili che verrebbero espulsi dalla Polonia, dalla Galizia, dalla Romania ecc. La Palestina si troverebbe sommersa e non riusciremmo mai a crearvi una comunità che valga la pena di avere ”.
I sionisti volevano evitare che in Palestina giungessero ebrei poverissimi o di idee social-comuniste, e per questo durante la Seconda guerra mondiale, attraverso gli Judenräte (consigli ebraici sionisti) fecero in modo che molti di essi venissero deportati e uccisi. Paradossalmente, dopo la guerra, anche queste vittime saranno commemorate e utilizzate per giustificare il sionismo e la nascita dello Stato d'Israele.
Oltre alle differenze economiche, sociali o culturali, ci sono fra gli ebrei anche differenze religiose e ideologiche. Molti ebrei (in Israele e in altri luoghi) non sono affatto osservanti delle tradizioni religiose, e alcuni sono anche molto critici verso l'ortodossia religiosa. Diversi studiosi consigliano di distinguere fra "giudaismo" ed "ebraicità". Con il primo termine si fa riferimento alla cultura ebraica tradizionale, che comprende le tradizioni religiose, mentre col secondo termine si indica, il senso di identificazione con la comunità ebraica, che potrebbe anche non essere presente oppure essere molto debole.

Chi avversava il sionismo non voleva accettare l'idea che gli ebrei dovessero per forza vivere tutti in uno stesso luogo. Adler rifiutò anche l'idea, proposta dagli inglesi e accolta da Israel Zangwuill (esposta nel 1905, al congresso di Basilea), di fondare lo Stato ebraico in Uganda o in altro territorio dell'Africa orientale. Ci sarebbe da chiedersi, se fosse andato in porto tale progetto, se agli autoctoni africani sarebbe stato riservato lo stesso trattamento dato ai palestinesi.
Nel tempo, le autorità statunitensi promossero il sionismo, e sempre più ebrei vi aderirono. Diversi presidenti americani conferirono importanti cariche agli ebrei sionisti, dando ad intendere che gli ebrei potevano avere vantaggi di vario genere se aderivano al sionismo. Ad esempio, il presidente Wilson conferì al leader del sionismo degli Stati Uniti Louis Dembitz Brandeis la prestigiosa carica di Giudice della Suprema Corte, suscitando varie proteste e richieste di revoca della nomina, avanzate dagli ebrei antisionisti.
Con la nascita e il rafforzamento del sionismo riesplose l'antiebraismo. Dall'ultimo dopoguerra l'antiebraismo viene utilizzato in modo strumentale dagli stegocrati, per raggiungere vari obiettivi: legittimare lo Stato d'Israele, far apparire come "terroristi" o "nazisti" quelli che lottano per i diritti dei palestinesi, oppure discreditare chi denuncia la confusione mediatica sulla questione palestinese. Ad esempio, chi fa notare l'errore di confondere "l'antiebraismo" con "l'antisionismo" viene accusato di antisemitismo o di simpatizzare col nazismo. Oppure chi denuncia lo Stato d'Israele come Stato apartheid finisce per essere accusato di antisemitismo. Proprio per additare coloro che denunciano i crimini contro i palestinesi, sono nate alcune associazioni, come la Lega Antidiffamazione, che si curano di etichettare come "antisemiti" coloro che avversano il sionismo o lottano per i diritti dei palestinesi.
L'impeto a strumentalizzare l'antiebraismo per rafforzare Israele, e con esso il potere occidentale sul Medio Oriente, aumentò col crescere del potere anglo-americano su gran parte del pianeta, attuato attraverso l'uso di istituti professati erroneamente come "internazionali", come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale. Nel 1993, persino il Vaticano, che mai aveva riconosciuto lo Stato d'Israele, decise di sottoscrivere un accordo "per il riconoscimento reciproco".(16)

Per nascondere i crimini delle autorità sioniste e per impedire la comprensione della verità sulla Palestina, vengono utilizzati indistintamente i termini "antisemitismo" e "antisionismo". Si vuole anche dare ad intendere che chi avversa lo stato ebraico sia un personaggio accecato dall'odio e dal razzismo ingiustificato, e non, al contrario, che sia una persona ragionevole a tal punto da desiderare di avversare i crimini.
I giudizi sugli ebrei sembrano oscillare su due estremi: o sono considerati responsabili di tutte le sciagure, o non sono ritenuti responsabili nemmeno dei crimini attuati dalle autorità israeliane.
Ad esempio, scriveva Indro Montanelli sul "Corriere della Sera" del 16 settembre 1972: "Che i profughi palestinesi siano delle povere vittime, non c’è dubbio. Ma lo sono degli Stati Arabi, non d’Israele. Quanto ai loro diritti sulla casa dei padri, non ne hanno nessuno perché i loro padri erano dei senzatetto... lo sciagurato fedain scarica su Israele l’odio che dovrebbe rivolgere contro coloro che lo mandarono allo sbaraglio. E il suo pietoso caso, in un modo o nell'altro, bisognerà pure risolverlo. Ma non ci si venga a dire che i responsabili di questa sua miseranda condizione sono gli «usurpatori» ebrei. Questo è storicamente, politicamente e giuridicamente falso".

Questo punto di vista viene espresso da molti intellettuali di oggi, e impedisce di affrontare il problema dell'esistenza di uno Stato che discrimina e concepisce i diritti dei cittadini in ordine all’appartenenza etnico-religiosa. Avversare un tale Stato non significa essere antiebraici, ma avere a cuore i diritti di tutti gli abitanti della Palestina. L’obiettivo, come molti studiosi fanno notare (fra questi, Gianni Vattimo) non è tanto eliminare Israele, quanto fondare uno Stato che possa permettere a tutti una vita pacifica, nel rispetto dei diritti umani. L'attuale Stato è nato, al contrario, per la guerra e lo sterminio dei palestinesi.
Il sionismo ha danneggiato sia gli ebrei che i non ebrei, andrebbe dunque soppresso, alimentando, al contrario, un senso di solidarietà fra i popoli e la possibilità di convivenza pacifica e costruttiva. Lo Stato ebraico è frutto del sionismo, ma la terra di Palestina è di tutti i suoi abitanti (anche di quelli che sono stati cacciati) e dunque si dovrebbe fondare uno Stato che rappresenti tutti nella più totale uguaglianza di diritti e doveri.
Certo è che le autorità occidentali alimentano e rafforzano lo Stato razziale israeliano, astenendosi durante le votazioni all'Onu relative ai crimini delle autorità israeliane oppure parlando positivamente di Israele e auspicando la nascita dello Stato palestinese, come se non esistessero le molteplici strategie "manu militari" di Israele per renderlo impossibile.
Molti personaggi tentano attraverso i media di far credere che il problema palestinese non si possa risolvere a causa del "terrorismo" o dell'"integralismo islamico", dando la colpa alle stesse persone a cui viene negato persino il diritto ad avere una vera rappresentanza politica.
Non bisogna dimenticare che anche oggi i sionisti (ebrei e non), appoggiati dalle autorità occidentali, utilizzano varie tecniche per fomentare odio al fine di mantenere un perenne stato di guerra. Vengono utilizzate molte tecniche per non far capire agli europei la vera situazione palestinese, e per far sì che tutti gli ebrei vengano indicati come un "pericolo". Scrivono i "Neturei Karta" (gruppo di ebrei antisionisti): "La propaganda sionista si dedica sempre a tattiche intimidatorie e alla censura. A questo proposito è molto utile la lettura del libro dell’ex deputato Findley, "They Dared to Speak Out". Si tratta di un triste elenco delle immense risorse che la lobby sionista ha investito per distruggere le carriere di politici in tutto il territorio degli Stati Uniti che avevano espresso alcune perplessità sulla sottomissione di questa nazione ad Israele. Certamente gli ebrei antisionisti di qualsiasi orientamento politico e religioso hanno subito a lungo la sferza del movimento sionista. Nel 1924, un erudito ebreo olandese, il Dr. Jacob Israel de Hahn, che lavorava come segretario del rabbino Yosef Chaim Sonnenfeld (1849-1932), rabbino capo della Palestina, (che la loro memoria sia benedetta) è stato ucciso davanti all’ospedale Shaarui Zedek a Gerusalemme mentre tornava dalla preghiera serale. Il crimine che aveva commesso era quello di essere stato coinvolto in discussioni con dei leader arabi che proponevano un’alternativa all’egemonia sionista. I suoi assassini erano membri dell’Haganah, una cosiddetta “organizzazione per la difesa” sionista. In realtà il Dr. de Hahn si può considerare come la prima vittima della violenza sionista in Terra Santa. Tuttora questo meschino omicidio commesso a sangue freddo è completamente sconosciuto al di fuori di un gruppo limitato di ebrei antisionisti".(17)

Nessun libro scolastico racconta la verità su Israele, mentre invece a scuola si studia ampiamente l'Olocausto, facendo credere che i genocidi siano fatti del passato. Ma si deve sapere che anche in questo istante stanno avvenendo terribili massacri in molte parti del mondo, in Palestina come in Iraq, in Afghanistan, in Somalia, in Sudan o in Nigeria. Tutto questo ha dei precisi responsabili, e non si tratta di un popolo o di una categoria antropologica. Si tratta di un gruppo eterogeneo di persone, che ha messo in pratica i crimini più efferati per accrescere il potere e concentrarlo nelle proprie mani. Non conta a quale religione queste persone professino di appartenere, ma cosa permette loro di avere così tanto potere sui popoli. Occorre comprendere che il loro potere si basa sull'alimentare odio verso intere categorie umane, e sulla loro abilità a fomentare guerre e divisioni. Queste persone sanno che i popoli divisi non potranno mai riconquistare il potere, mentre se fossero uniti li spodesterebbero all'istante. Come esorta la giornalista Judy Andreas: "Sono stanca di odio e discordia. Sono stanca del senso di impotenza e di disperazione e di una popolazione immobilizzata. Sono stanca di vedere persone alzare le braccia al cielo per disperazione... Non abbiate paura, noi siamo tanti e loro sono i pochi... è solo attraverso l’unione fra ebrei, cristiani e musulmani che saremo in grado di riprenderci il nostro pianeta".(18)

Articolo correlato: http://antonellarandazzo.blogspot.com/2008/04/sangue-e-orrore-in-palestina-parte_30.html


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NOTE

1) http://www.corriere.it/Primo_Piano/Politica/2007/01_Gennaio/25/napolitano.shtml
2) A questo proposito si legga http://antonellarandazzo.blogspot.com/2008/03/lipotesi-stegocratica-parte-prima-il.html
3) Kershaw Ian, "Che cos'è il nazismo?", Bollati Boringheri, Torino 2003, p. 20.
4) Vedi l'articolo su questo blog "Sangue e orrore in Palestina".
5) Faillant de Villemarest Pierre, "Les sources financières du nazisme," Ed. CEI, Cierrey 1984, p. 71.
6) Aly Goetz, "Hitler's Volksstaat. Raub, Rassenkrieg und nationaler Sozialismus" (Lo Stato popolare di Hitler. Rapina, guerra razziale e socialismo nazionale), cit. Vannuccini Vanna, "Così Hitler rapinò gli ebrei", "La Repubblica" del 12 aprile 2005.
7) www.politicaonline.net
8) http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=4563
9) Brenner Lenni, "Zionism in the Age of the Dictators", Lawrence Hill & Co, New York 1983, p. 237.
10) Rapporto del comitato internazionale della Croce Rossa sulla sua attività nella Seconda Guerra Mondiale, Ginevra 1948, vol. III, p. 83.
11) A questo proposito si legga: Trevor Paglen, A.C. Thompson, "Gli Aerei della Tortura. Il programma di Extraordinary Rendition della CIA", Fandango, Roma 2008.
12) Chicago Tribune, 3 luglio 1922.
13) La Vieille France, n° 216, marzo 1921.
14) http://holywar.org/italia/txt/giudei.htm
15) Tratto da un articolo inedito scritto da Churchill nel 1937 dal titolo "Come gli ebrei possono combattere le persecuzioni", cit. Toye Richard, "Lloyd George & Churchill – Rivals for Greatness", Macmillan, London 2007, p. 356.
16) Ansa, 30 dicembre 1993.
17) http://nkusa.org/AboutUs/Zionism/index.cfm
18) http://www.thetruthseeker.co.uk/article.asp?ID=4483


PER APPROFONDIRE

Black Edwin, "The Transfer Agreement - The Untold Story of the Secret Pact between the Third Reich and Jewish Palestine", New York, 1984.
Brenner Lenni, "Zionism in the Age of the Dictators", Lawrence Hill & Co, New York 1983.
Cockburn Andrew, Cockburn Leslei, "Amicizie pericolose. Storia segreta dei rapporti tra Cia e Mossad, dalla fondazione dello Stato d'Israele alla guerra del Golfo", Gamberetti, Roma 1993.
Filkelstein Norman G., "L'industria dell'Olocausto", BUR, Milano 2002.
Natali Ettore, "Il Ghetto di Roma", Staderini, Roma, 1887.
Poliakov Léon, "Storia dell’antisemitismo", La Nuova Italia, Firenze, 1974.
Per i crimini sionisti contro gli ebrei si veda anche il videodocumentario "The Ringworm Children - Zionist genocide against jews", http://video.google.com/videoplay?docid=5681201882713148969