Di Antonella Randazzo
14 settembre 2007
Perché le autorità di alcuni paesi si riuniscono nei cosiddetti "G8"? Considerando che queste persone si incontrano anche senza alcun bisogno di notificarlo alla stampa (non soltanto nei noti appuntamenti annuali delle riunioni del Bilderberg o di altri club esclusivi), occorre capire i motivi di queste riunioni così ampiamente notificate.
I componenti del gruppo oligarchico sono spesso in contatto fra di loro, bisogna immaginarli come una banda di delinquenti, che agisce con grande complicità, anche se talvolta litiga per la distribuzione del bottino, come avviene in tutti i gruppi criminali. Allora perché il G8? Possiamo fare delle ipotesi per rispondere a questa domanda. Consideriamo cosa accade nei giorni del G8 e cosa i mass media mettono in evidenza. Accade che le autorità manifestano l'intenzione di deliberare su determinate questioni importanti e fondamentali per il futuro del pianeta, questioni che tutti gli esseri umani conoscono: fame nel mondo, disparità fra paesi ricchi e paesi poveri, disastri ambientali, ecc. Alla fine, puntualmente, non deliberano nulla di importante e di significativo, tuttavia si è parlato delle questioni fondamentali e si è detto che le autorità le stavano affrontando. In sintesi, i media danno ad intendere che le nostre autorità sono impegnate a trattare i temi che più ci stanno a cuore, e addirittura, per affrontarli, organizzano un vertice. Di fatto queste autorità non sono per nulla interessate ad affrontare i problemi del mondo e tanto meno a risolverli, tuttavia il G8 diffonde la notizia contraria, attestando un impegno che non c'è.
Le autorità del G8, dopo il vertice, esaltano puntualmente presunti "importanti risultati dell'incontro" o presunti "successi", senza spiegare bene cosa faranno e come. Dunque, il G8 potrebbe avere soprattutto una motivazione propagandistica, che però non sarebbe l'unica.
E' accaduto spesso che tali riunioni fossero accompagnate da eventi musicali come i "Live Aid", allo scopo dichiarato di stimolare le autorità a mettere al primo posto questioni relative allo sviluppo del Terzo Mondo o alla difesa dell'ambiente. I concerti del Live Aid, di fatto, permettono a diverse persone di avere guadagni consistenti, e non modificano in alcun modo il comportamento dell'oligarchia dominante. Non bisogna sorprendersi per questo, dato che le richieste di difesa dei diritti umani vengono avanzate a coloro che rappresentano il gruppo di persone che ha voluto creare la situazione di povertà e di devastazione in cui il mondo oggi versa. Chiedere che queste persone cambino è come chiedere a un leone di diventare vegetariano.
Ci viene detto che fanno parte del G8 i "paesi economicamente più sviluppati", e allora come mai ne fa parte il moscerino Italia e non il gigante Cina? La verità è che fanno parte del G8 le autorità che rappresentano l'élite egemone occidentale, e i loro "vassalli" più o meno sottomessi.
Le autorità che si riuniscono sono quelle dei sette paesi del G7, più la Russia. I sette paesi sono Usa, Giappone, Germania, Francia, Regno Unito, Italia e Canada. Durante il summit, i rappresentanti di questi paesi dicono di voler discutere le questioni più importanti di politica internazionale, al fine di delineare l'assetto futuro del mondo.
Ci viene detto che si tratta di una riunione degli otto "grandi", ma, stranamente, sono escluse India e Cina, i due paesi che negli ultimi anni hanno avuto uno sviluppo economico non certo irrisorio. Soltanto negli ultimi anni la Cina è stata invitata ad assistere, senza però farne parte. All'ultimo summit, del giugno 2007 in Germania, sono stati invitati Brasile, Cina, India, Messico, e Sudafrica, ma soltanto come "alleati e concorrenti del mondo industrializzato".
Ormai gli Stati Uniti, l'Europa e il Giappone controllano il 44% della produzione mondiale, mentre il 56% del PIL mondiale è prodotto soprattutto dalla Cina e dall'India. Dunque i paesi più forti economicamente non fanno parte del summit, e ciò fa credere erroneamente all'opinione pubblica mondiale che l'area di potere statunitense sia forte come prima, quando, dopo la Seconda guerra mondiale, soltanto gli Stati Uniti producevano la metà di tutto quello che si produceva nel mondo. Ma le cose sono molto cambiate. La Cina e l'India hanno oggi il più alto tasso di crescita del Prodotto Interno Lordo, e allora come mai non fanno parte del summit a tutti gli effetti?
Come mai l'Italia, nonostante la sua attuale insignificanza politica ed economica ne fa parte?
Negli ultimi anni si è consolidata sempre più la vicinanza fra India, Cina e Russia, a tal punto che i tre paesi hanno stipulato importanti accordi economici e attuato esercitazioni militari congiunte. Il 17 marzo del 2006, nonostante la ferrea opposizione delle autorità Usa, India e Russia hanno raggiunto un accordo per la cooperazione nel settore dell’energia nucleare ad uso civile. Nel National Security Strategy del 2006, gli Usa spiegano che in futuro la Cina potrà essere un pericolo per gli Usa poiché potrà "competere militarmente con gli Stati Uniti e con le sue avanzate tecnologie militari".
Cosa sta avvenendo oggi riguardo alle presunte rivalità o contrasti fra Cina, Russia e Stati Uniti? Le nostre autorità non ci fanno sapere nulla a questo proposito, però ci fanno sapere chi sono gli otto "grandi" e quali sono le autorità preminenti.
Al G8 gli oppositori non vengono invitati, nonostante il sistema si autodefinisca "democratico". Non viene contemplata nemmeno lontanamente la possibilità di poter ospitare una delegazione che rappresenti le istanze sollevate dai dissidenti di tutto il mondo. In fondo cosa chiedono le varie associazioni umanitarie? Esattamente quello che le autorità dicono di voler rispettare: la difesa dei diritti umani. E allora perché li lasciano fuori? Perché chiedono interventi precisi e non vaghe promesse. Chiedono norme per un commercio più equo, la tutela delle risorse necessarie alla vita, come l'acqua, e che i popoli del Terzo Mondo abbiano assistenza sanitaria e tutto il necessario per una dignitosa sopravvivenza.
Le autorità del G8 vogliono mostrare la dissidenza come esclusa dal sistema, come estranea alla "normalità". Dunque, un altro motivo dei G8 è la possibilità di strumentalizzare la folla dei manifestanti per criminalizzare o ridicolizzare la dissidenza. I media mostrano i manifestanti come un branco di scalmanati incapaci di rispettare le autorità, o come gruppi di violenti squilibrati. Non risulta che abbiano mai notificato l'impegno delle diverse associazioni di lotta per i diritti umani. Che le abbiano mostrate al telegiornale con una dignità ideologica, o che, in occasione dei G8, abbiano intervistato i leader per mostrare a tutti quale spessore morale e spirituale ci possa essere nel desiderare "un mondo migliore". Nulla di tutto ciò, vengono mostrate soltanto persone che corrono col volto mascherato, oppure che colpiscono le forze dell'ordine. Nei giorni del summit, i media mostrano, oltre a queste immagini dei manifestanti, anche la classica immagine delle autorità in posa per la foto di rito, mettendo così in evidenza il contrasto fra l'impulsività violenta dei dimostranti e la serietà e l'impegno delle autorità. Può essere una propaganda assai efficace.
L'oligarchia utilizza anche metodi per rendere poco efficaci o controproducenti le manifestazioni di dissidenza. Ad esempio, negli ultimi anni, le autorità statunitensi hanno utilizzato diversi metodi per diminuire o rendere difficili le proteste. Quando c'è un evento che potrebbe scatenare una protesta vengono preparati appositi luoghi per "ospitare" le centinaia di manifestanti arrestati, oppure viene preparata una "contromanifestazione", con tanto di cartelli "con messaggi favorevoli", per confondere e indebolire l'effetto della manifestazione. Durante il summit nordamericano in Canada, nello scorso agosto, i manifestanti sono stati tenuti sotto controllo da un elicottero e colpiti con pallottole di gomma e lacrimogeni.
La dissidenza, mostrata come gruppi di sovversivi violenti o di rompiscatole che intralciano il lavoro serio delle autorità, è funzionale al rafforzamento del sistema. In realtà, i disordini, il più delle volte, fanno parte della stessa organizzazione del G8. Questo vuol dire che le forze di polizia organizzano anche le infiltrazioni nei cosiddetti "black bloc".
A Genova molti manifestanti si sono accorti che diversi elementi che si erano spacciati per "black bloc", prima del corteo, erano stati visti in stretto contatto con le forze di polizia, come se ne facessero parte o dovessero assolvere alcuni compiti. A questo proposito, sono giunte diverse testimonianze di manifestanti italiani e stranieri ai microfoni di Radio Gap. Un black bloc tedesco, Adrian, in un'intervista asserì che a loro si erano uniti elementi originariamente estranei, e che mentre i veri black bloc distruggevano simboli del potere (banche, negozi di MacDonald's, Blockbuster, ecc.), gli altri incendiavano automobili e distruggevano negozi di persone comuni.(1)
Chi sono i black bloc (Blocco Nero)? Si tratta di un gruppo di persone non ben definite dal punto di vista ideologico. Quello che si sa è che vestono di nero e sono privi di un’organizzazione, di una sede o di un giornale. Un gruppo del genere è facilmente infiltrabile e strumentalizzabile come si vuole, o per criminalizzare i dissidenti, o per creare caos, violenza e scompiglio durante le manifestazioni di protesta.
Nei giorni del G8 di Genova, i black bloc, col viso coperto e con bandiere nere hanno inscenato una sorta di girotondo, dopo il quale iniziarono le devastazioni. Cittadini e manifestanti assistettero sgomenti al fatto che questi gruppi non vennero quasi per nulla contrastati dalla polizia.
Le forze dell'ordine dovevano andare verso piazza Giusti, mentre i black bloc assalivano il carcere di Marassi. Il contingente dei carabinieri, anziché andare a fronteggiarli, come veniva loro chiesto dalle numerose telefonate, si diresse verso i manifestanti, iniziando a reprimerli in via Tolemaide. Gli scontri iniziarono quando le forze dell'ordine decisero di iniziare a sparare lacrimogeni verso i manifestanti che si trovavano nella parte autorizzata. Le cariche dei poliziotti, come è stato successivamente accertato, si verificarono a 350 metri dalla zona rossa, e non, come era stato detto, in seguito ai tentativi dei manifestanti di penetrare nella zona interdetta. Questo significa che si è voluto colpire il corteo deliberatamente. E' stato volutamente creato il caos, e la manifestazione fu trasformata in guerriglia. Esistono molti filmati, alcuni dei quali sono stati mostrati soltanto da recente (dopo l'inizio del processo), in cui si vede la violenza delle forze di polizia diretta contro i manifestanti inermi. In seguito alle lotte di guerriglia, come sappiamo, è morto Carlo Giuliani. Ad oggi molte cose non sono state chiarite riguardo a quel delitto. Non è stato nemmeno analizzato accuratamente il filmato della morte del ragazzo, per poter capire la vera dinamica dei fatti.
Quel battaglione che andò in via Tolemaide non doveva trovarsi lì perché l'ordine ufficiale era quello di andare dove c'erano i black bloc, e le nostre autorità non ci hanno ancora spiegato perché accadde tutto questo. Sono stati volutamente creati due fronti: i poliziotti messi nel panico e i manifestanti repressi pieni di rabbia o costretti a difendersi. Entrambi i fronti, seppur in modo diverso e con diverse considerazioni di responsabilità, rappresentavano il frutto delle precedenti manipolazioni.
Il G8 di Genova era stato molto pubblicizzato a partire dal 1999, e ciò aveva creato attesa e speranza nelle organizzazioni a difesa dei diritti umani, come potesse essere un grande momento per chiedere importanti riforme o sollevare questioni fondamentali. Le associazioni iniziarono a riunirsi dall'ottobre del 2000, preparando interventi e piani sui temi che sarebbero stati sollevati: la cancellazione del debito dei paesi poveri, l'opposizione alla privatizzazione dell'acqua, il prezzo dei farmaci per curare le malattie che devastano il Terzo Mondo, ecc.
A partire dalla primavera del 2001, fu annunciata una grande mobilitazione delle forze dell'ordine per il G8. Almeno 13.000 agenti avrebbero presidiato le strade di Genova. Le squadre di polizia vennero appositamente aizzate nei mesi precedenti, attraverso metodi di esercitazione che prevedevano anche tecniche di manipolazione mentale, come la ripetizione di frasi del tipo "Vedrai che violenza si scatenerà", "Vedrete cosa accadrà...chi tornerà a casa sarà fortunato". Con queste tecniche miravano a preludere una vera e propria battaglia fra manifestanti e forze di polizia. A poco a poco gli agenti furono messi nel panico psicologico. I poliziotti rappresentano una sorta di "manovalanza" che obbedisce ciecamente ai superiori e fa il lavoro "sporco". Con ciò non si intende dire che essi siano irresponsabili delle loro azioni, ma che, essendo diretti dall'alto, devono dividere le responsabilità con le autorità in carica. Forse ha un senso ciò che un manifestante, sgomento dall'ingiustificato scoppio della violenza, disse: "Ma non volete capirlo?... Siamo tutti pupazzi, questo è come un Truman Show".(2)
In un documentario mandato in onda su La7 il 19 luglio 2007, dal titolo "Genova 2001. Il seme della follia", sono state trasmesse le voci di coloro che in quei giorni chiamavano la polizia in seguito alle distruzioni che stavano avvenendo ad opera dei black bloc. Quello che colpisce da queste conversazioni è il tono pacato di chi risponde, che ricorda assai l'assistenza che gli operatori dei call center forniscono ai clienti. Come se non si trattasse di un'istituzione di protezione e di vigilanza ma di un "servizio clienti". In tal modo svilito, il servizio si autoderesponsabilizzava per tutto quello che stava accadendo. Ad esempio, si sente una persona che dice allarmata: "Mi hanno aperto la saracinesca del negozio!" e la voce risponde con tono indifferente ma ossequioso "perfetto, signora, la ringrazio!". Un'altra persona urlava: "Stanno buttando bottiglie incendiarie!", e la ragazza rispondeva calma e distaccata: "D'accordo, buongiorno". Un altro diceva "Mandate qualcuno immediatamente perché stanno rovinando tutto!". Risposta: "Sì, sì".
Di fatto, com'è stato accertato in seguito, nei punti "caldi", in cui i black bloc o eventuali infiltrati stavano distruggendo la qualsiasi, non c'era nessun poliziotto. Per questo centinaia di cittadini telefonarono alle centrali di polizia per segnalare le zone in cui c'erano persone violente, ma non si ebbe alcuna risposta proporzionata alla richiesta di protezione della cittadinanza. Le registrazioni lo provano. Molte persone chiedevano "Qui non c'è nessuno della polizia, dov'è la polizia?" e veniva loro risposto "Dicono tutti così, ci stanno, ci stanno, sennò la polizia dov'è?" Facendo credere che erano i cittadini a sbagliarsi, come se le pattuglie della polizia potessero facilmente non essere viste.
La verità non veniva detta. La polizia si trovava nelle zone dove c'erano i manifestanti pacifici, ad esercitare le loro funzioni repressive, come molti filmati provano.
Presi dallo sconcerto, alcuni manifestanti iniziarono a telefonare a "Radio Gap" raccontando le strane vicende che stavano vivendo. Alcuni raccontarono di strani personaggi vestiti come i black bloc, oppure con magliette con l'effigie di Che Guevara, che conversavano con esponenti delle forze dell'ordine nella zona rossa. Altri raccontarono di persone appartenenti alla polizia di Stato o personalità militari che erano muniti della tessera che li identificava come giornalisti.
Molti manifestanti (come anche i cittadini che chiamavano la polizia) raccontarono che le forze dell'ordine non mostravano alcuna intenzione di isolare coloro che attuavano devastazioni, al contrario, sostenevano la loro presenza, quasi la proteggevano, come fossero coadiuvanti.
Le forze di polizia attaccarono deliberatamente, con lacrimogeni e manganelli, parti del corteo che non avevano dato alcun segno di provocazione o violenza. Anziché mantenersi distanti dal corteo e astenersi dal provocare, come avrebbero dovuto, i carabinieri e i poliziotti fecero il contrario, creando un clima militarizzato e violento. I blindati della polizia di Stato avanzarono verso il corteo, come se si fosse in guerra, e strinsero in una morsa i manifestanti, per creare panico e nervosismo. Numerosi filmati documentano fatti agghiaccianti: persone con le braccia alzate prese a manganellate sulla testa o sulla schiena, donne e giovani gettati a terra e presi a calci, lacrimogeni sparati in faccia, persone pestate e ammanettate, ecc. Alcuni carabinieri, mentre picchiavano gridavano "Ti uccido!" "Ti sto ammazzando!".
Anche la stessa Radio Gap fu vittima della furia del regime: per impedire che continuasse a trasmettere le telefonate dei manifestanti, fu assaltata dalla polizia. Mentre i poliziotti cercavano di entrare, i presentatori urlavano: "Stanno cercando di sfondare la porta, incredibile!", "Siamo come topi in trappola, non abbiamo fatto nulla di male! Stiamo semplicemente informando su quello che sta facendo questo Stato criminale", "Eccoli! Stanno entrando con i manganelli!".(3) In tal modo Radio Gap è stata zittita.
Alcuni manifestanti ebbero la fortuna di stare nella parte del corteo che non fu aggredita dalla polizia, in cui rimase una relativa tranquillità. Queste persone raccontarono che nel corteo si era creata un'atmosfera meravigliosa, prevaleva un grande sentimento di solidarietà fra gruppi diversissimi fra loro. Ad esempio, c'erano i Curdi che esibivano striscioni con cui inneggiavano al diritto alla libertà, oppure i dissidenti turchi che portavano messaggi di fratellanza e cooperazione.
Un clima così positivo non è stato tollerato, e non si è permesso che una grande manifestazione di dissidenza potesse diventare altamente costruttiva ed edificante per centinaia di migliaia di esseri umani che provenivano da svariate parti del mondo.
Si ebbe anche un corteo di 50.000 migranti, e anche in quel caso i black bloc cercarono di infiltrarsi per creare scompiglio, ma non vi riuscirono. Il corteo della Rete Lilliput era il più pacifico e tranquillo, al suo interno c'erano anche numerose famiglie con bambini, ciò nonostante (o forse proprio per questo) è stato il più attaccato e brutalizzato. I militari non si fecero alcuno scrupolo a malmenare donne e ragazzini, coperti da caschi e da maschere antigas che hanno reso impossibile il riconoscimento.
Racconta la psicologa Marina Pellis Spaccini: "A un certo punto la carica è avanzata e i poliziotti hanno iniziato a colpire e uno di loro mi dette un colpo in testa... pensavo 'questi sono i poliziotti che dovrebbero proteggerci'".(4)
Persone inermi furono pestate, caricate e ammanettate, compresi giornalisti e fotoreporter. Qualcuno gridava "Perché?" oppure "Sono della Rai!"
Un impiegato, Paolo Fornaciari, spiegò: "I poliziotti caricavano con i blindati che andavano ad alta velocità... come non accadeva dagli anni Settanta".
Un ragazza giovanissima, la studentessa Arianna Subri, si ritrovò in stato di fermo, minacciata di violenze sessuali dai poliziotti. Racconta: "C'era un bar... ho sentito urla e ho visto un ragazzo che sanguinava alla testa... mi sono accorta che tutti si erano allontanati dall'uscita del bar perché c'erano poliziotti che continuavano ad aggredire... Un poliziotto mi ha spaccato la macchina fotografica, mi ha messo con la faccia al muro e mi diceva 'se stati zitta non ti succede niente'... Poi mi hanno picchiata e mi dicevano 'cosa ci fai qui, puttana comunista! lo vedi che non capisci cos'è la globalizzazione?'... Non capivo il perché di tutto questo... poi ci hanno portati dove c'erano anche donne con la divisa da poliziotte, io dissi: 'non ho fatto nulla, ero in bagno', e mi risposero 'eri in bagno a fare i pompini, dopo ce li fai vedere".(5)
Le persone arrestate furono ammanettate e di tanto in tanto venivano picchiate e minacciate di morte con frasi del tipo: "vi facciamo la festa! vi mettiamo in gabbia con i cani". Molti poliziotti che minacciavano violenze avevano il viso coperto. I prigionieri venivano pestati anche per costringerli a tenere la testa bassa in segno di sottomissione e per non guardare negli occhi i poliziotti. Probabilmente si trattava di una regola atta a non creare solidarietà fra aggressori e aggrediti (il guardarsi negli occhi può favorire sentimenti positivi fra gli umani e scoraggiare le violenze). I poliziotti si divertivano a fare inciampare i prigionieri oppure a terrorizzare le donne con commenti sessuali e allusioni a violenze future. Ad esempio dicevano "Io mi prendo quella, tu prenditi quell'altra" o "dopo vedrete cosa succederà". Alcuni prigionieri sono stati costretti a fare il saluto fascista mentre i poliziotti urlavano "sporchi comunisti!", oppure davano colpi ai testicoli e alla testa e urlavano "un, due, tre, viva Pinochet" oppure frasi ingiuriose contro i neri e gli ebrei.
Per picchiare meglio, i poliziotti utilizzavano manganelli particolari, considerati "fuori ordinanza". Si trattava del manganello "Tonfa" sperimentato per la prima volta dai poliziotti di Los Angeles. Il tonfa è considerato una vera e propria arma.
Alla fine si registrarono almeno 140 feriti (conteggiati solo quelli che andarono a farsi medicare nelle infermerie) e un morto. I militari avevano sparato almeno 6200 lacrimogeni e alcune decine di proiettili.
L'allora ministro dell'Interno Claudio Scajola così rispose alle critiche sollevate da coloro che avevano visto come si erano comportate le forze di polizia: "Non è che i violenti portassero al braccio un segno di riconoscimento". Tuttavia, sappiamo che i black bloc erano del tutto riconoscibili, avendo anche fatto una sfilata con le bandiere nere prima di iniziare i "lavori". Il ministro sapeva assai bene che era possibile intervenire ad isolare i violenti, e che è stato deliberatamente scelto un altro comportamento: hanno lasciato che si sviluppasse un clima di violenza, fomentandolo essi stessi, potendo così picchiare e terrorizzare centinaia di persone che si trovavano lì per testimoniare la loro dissidenza e non avevano alcuna intenzione di avere comportamenti violenti. Si trattava di studenti, insegnanti, lavoratori di tutti i tipi, e persino persone non giovanissime, pestate senza pietà.
Come tutti sanno, il 21 luglio del 2001 le forze di polizia entrarono con violenza alla scuola Diaz, una delle sedi concesse dal comune ai manifestanti come ostello e sala stampa. 150 uomini del reparto mobile e della Digos sfondarono i cancelli, che erano chiusi con i lucchetti, e iniziarono a pestare tutti. Raccontò una ragazza, Lena Zulk: "Ho visto il cortile davanti alla scuola pieno di poliziotti, abbiamo sentito colpi di manganello dati contro il muro. Abbiamo iniziato a correre... ci siamo nascosti in uno sgabuzzino. La porta dello sgabuzzino è stata scavalcata con violenza. I poliziotti hanno trascinato fuori prima il mio ragazzo e hanno cominciato subito a picchiarlo. Mi hanno trascinata giù tirandomi per i capelli. Io ero aggrappata al poliziotto che mi trascinava, mentre gli altri dietro mi picchiavano sulla schiena e sulle gambe. Vedevo tutto nero, stavo per svenire o loro continuavano a picchiare e a dare calci dappertutto. Quando sono arrivata al pronto soccorso hanno scoperto che avevo costole rotte e che alcune si erano conficcate ad un polmone e lo avevano perforato".(6)
Tutti i testimoni raccontarono di pestaggi violentissimi da parte della polizia, contro persone inermi.
Subito dopo il fatto, le autorità cercarono di minimizzare le violenze e di giustificarle dicendo che erano andati a cercare i black bloc, ma ciò non può essere credibile dato che durante la giornata questi ultimi avevano devastato negozi, distrutto automobili e tutto quello che capitava loro a tiro, sotto gli occhi dei poliziotti. Come mai in quel momento non erano interessati a reprimere il loro comportamento violento e soltanto dopo avevano deciso di cercarli?
Soltanto sei anni dopo, si è capito che le truppe di regime erano state mandate apposta per terrorizzare e reprimere persone che avevano la "colpa" di essere dissidenti. La verità emerse anche dalle testimonianze delle stesse forze di polizia. Durante il processo svoltosi il 13 giugno 2007, il vice questore Michelangelo Fournier confermò questo quadro agghiacciante:
"Arrivato al primo piano dell'istituto ho trovato in atto delle colluttazioni. Quattro poliziotti, due con cintura bianca e gli altri in borghese stavano infierendo su manifestanti inermi a terra. Sembrava una macelleria messicana. Sono rimasto terrorizzato e basito quando ho visto a terra una ragazza con la testa rotta in una pozza di sangue. Pensavo addirittura che stesse morendo. Fu a quel punto che gridai: 'basta basta' e cacciai via i poliziotti che picchiavano... Intorno alla ragazza per terra c'erano dei grumi che sul momento mi sembrarono materia cerebrale. Ho ordinato per radio ai miei uomini di uscire subito dalla scuola e di chiamare le ambulanze".(7)
Alla domanda "perché non l'ha detto prima questo?", Fournier rispose: "(Per) il senso di appartenenza, che può essere confuso anche con l'omertà. In un momento così difficile, per tutto quello che si stava levando. Non me la sono sentita, non ho avuto il coraggio di dover rilevare in sede così significativa come quella di un procedimento penale un comportamento così grave".(8)
Lo "spirito di appartenenza" potrebbe dunque far tacere la coscienza per anni.
Lo stesso Massimo D'Alema definì l'assalto alla Diaz come "rappresaglie di tipo cileno".
Oggi ci sono 27 imputati nel processo all'assalto alla scuola Diaz, tra agenti e funzionari di polizia. Le accuse sono falso, calunnia e lesioni gravi. Anche il capo di polizia Gianni De Gennaro è stato iscritto nel registro degli indagati per istigazione e rendere falsa testimonianza.
I fatti di violenza del G8 di Genova oscurarono completamente il senso dell'incontro, il motivo e i risultati. Nessuno seppe cosa si erano detti gli otto "grandi", cosa avevano deciso e su cosa avevano discusso.
Le varie associazioni dovettero constatare che ancora una volta i popoli non avevano avuto alcun peso nelle decisioni delle autorità e nelle questioni che esse mettono sul tappeto. Per contro, la dissidenza ne era uscita malconcia, e le immagini delle violenze avevano fatto il giro del mondo, lasciando intendere che manifestare significa mettere in pericolo la sicurezza pubblica. Ancora una volta le tecniche di manipolazione avevano avuto il loro effetto.
Ad incorniciare tale successo, giunsero le parole dell'allora presidente della Repubblica Azeglio Ciampi: "Provo sgomento e dolore per la giovane vita spezzata. Mi rivolgo ai dimostranti perché cessi da subito questa violenza che non dà contributo alcuno alla soluzione dei problemi della povertà nel mondo". Queste parole servirono a suggellare l'idea che tutta la colpa era da imputare ai manifestanti, come si trattasse di gruppi di persone irresponsabili e stupide, che pensano di risolvere i problemi della fame nel mondo con la violenza. E' questa l'idea della dissidenza che il gruppo dominante vuole propagandare, e fino ad oggi, anche grazie ai G8 ci è riuscito. Ciampi addossò ingiustamente tutta la responsabilità delle violenze ai manifestanti, non facendo alcun cenno sulle responsabilità delle forze di polizia nell'iniziare la guerriglia.
Le autorità si permettono di fare la paternale stando dalla parte del più forte, e anche se producono miseria, morte e guerra, vogliono apparire persone equilibrate e sagge.
In tutto questo c'è soltanto una buona notizia: se sono stati così violenti è perché i cortei avevano riunito tantissime persone che avrebbero potuto influire positivamente e accrescere il numero di coloro che si rendono conto della disumanità dell'attuale sistema. E' un'amara verità, ma significa che il gruppo al potere ha paura, anzi, per reagire in questa maniera significa che ha davvero tanta paura.
Se credete che il sistema sia a servizio e a protezione dei cittadini e che i dissidenti abbiano spazio per esprimersi e vengano sempre tollerati dal potere, allora forse sarebbe utile approfondire ciò che accade in tutti i G8 e in altre manifestazioni analoghe, anche se forse le autorità italiane sono state di mano particolarmente pesante, utilizzando metodi in uso nelle dittature. Ma il dissenso, quando sta per produrre effetti, non viene mai tollerato dall'attuale sistema di potere, che cercherà modi subdoli e crudeli per reprimere e terrorizzare, con l'obiettivo di scoraggiare le lotte. Le violenze non sono casuali o imprevedibili, al contrario, fanno parte del piano atto a destabilizzare la dissidenza e a renderla debole psicologicamente. L'obiettivo è produrre effetti devastanti sulla psiche, e purtroppo a Genova ci sono riusciti, come spiega la psicologa Marina Pellis Spaccini: "Sono stata segnata profondamente, è un'esperienza che è riuscita a distruggermi, e se ha distrutto me che sono adulta, figuriamoci i giovani".(9)
L'unico modo per non farsi distruggere è quello di essere consapevoli del potenziale distruttivo e repressivo dell'attuale oligarchia dominante. Credere di poter ottenere protezione e rispetto dei diritti umani dalle stesse persone che uccidono e torturano in molte parti del mondo è un'illusione che può avere un costo molto alto.
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BIBLIOGRAFIA
Bartesaghi Enrica, "Genova il posto sbagliato. La Diaz, Bolzaneto, il carcere: diario di una madre", Nonluoghi, 2004.
Baschiera Stefano, Cipolloni Marco, Levi Guido, "Le strade perdute di Genova. Immagini del G8", Edizioni Falsopiano, 2002.
Bisso Raffaello, Marradi Claudio, "Le quattro giornate di Genova. 19-22 luglio 2001", Fratelli Frilli Editori.
Chiesa Giulietto, "G8/Genova", Einaudi, Torino 2001.
Collettivo antagonista Savonese, "Genova G8, un vertice nel sangue".
Guadagnucci Lorenzo, "Noi della Diaz. La notte dei manganelli e i giorni di Genova nel racconto del giornalista che era dentro la scuola", Editrice Berti.
Ginori Anais (a cura di), "Le parole di Genova", Fandango edizioni, Roma 2002.
Guadagnucci Lorenzo, “La seduzione autoritaria. diritti civili e repressione del dissenso nell'Italia di oggi”, Nonluoghi, 2005.
Magnone Edoardo, Mangini Enzo, "La sindrome di Genova: lacrimogeni e repressione chimica", Fratelli Frilli Editori 2002.
Quattrocchi Angelo, “La battaglia di Genova. Le nostre verità, le loro menzogne”, Ed. Malatempora.
NOTE
1) "Il Secolo XIX", 1 agosto 2001.
2) "Il seme della follia", La7, 19 luglio 2007.
3) Per approfondire vedere Ginori Anais (a cura di), "Le parole di Genova", Fandango Edizioni, Roma 2002.
4) "Blu notte", Rai Tre, 9 settembre 2007.
5) "Blu notte", Rai Tre, 9 settembre 2007.
6) Minoli Giovanni, "La Storia siamo noi", "G8 di Genova 2001", Raidue, 21 giugno 2007.
7) "La Repubblica", 13 giugno 2007.
8) Minoli Giovanni, "La Storia siamo noi", "G8 di Genova 2001", RaiDue, 21 giugno 2007.
9) "Blu notte", RaiTre, 9 settembre 2007.
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NELLA TELA DEL RAGNO I vantaggi e le insidie di Internet
Di Antonella Randazzo
28 agosto 2007
Gli ultimi secoli della nostra Storia sono caratterizzati dall'impeto affannoso del gruppo egemone occidentale ad estendere il suo potere su tutto il pianeta, attraverso guerre, repressioni e massacri. Tale potere ha preso inizio dalle espropriazioni dei contadini e dalla costruzione di un sistema economico-finanziario sempre più basato sulla dipendenza da un nucleo centrale. Attraverso i secoli questo nucleo ha accresciuto la propria potenza militare, mirando a raggiungere una situazione di totale controllo e dominio delle popolazioni. Il sistema di controllo è diventato sempre più sofisticato attraverso i mezzi di comunicazione di massa. La diffusione della TV ha contribuito a diminuire la militanza politica e sindacale, diffondendo il consumismo e il materialismo, spingendo verso uno stile di vita più superficiale ed egoistico, e indebolendo quei valori che avevano animato le lotte popolari all'inizio del XX secolo: la solidarietà, la crescita collettiva e il desiderio di miglioramento delle condizioni spirituali e culturali.
Ciò nonostante, negli anni Sessanta nacque una grande sensibilità verso la condizione dei più deboli e verso i gruppi discriminati. Si ebbe la creazione di molti movimenti e associazioni di lotta per i diritti umani, e le pressioni popolari al cambiamento furono così forti che portarono, nel 1964, all'abolizione della legge del 1798 chiamata "Sediction Act", che impediva la libertà di opinione o di parola attraverso l'accusa generica di "sedizione". Da quell'anno diventò possibile esprimere la propria opinione liberamente, e sollevare critiche verso il sistema. Contro i movimenti giovanili si scatenò una terribile lotta da parte dell'élite al potere: furono prodotte droghe che i servizi segreti diffusero fra i gruppi giovanili e molti leader furono assassinati.
Negli anni Ottanta, in seguito alle politiche di "globalizzazione" nacquero diverse associazioni e movimenti no-global, che sollevarono molteplici problemi relativi alle violazioni dei diritti umani nel Terzo Mondo, chiedendo alle autorità di modificare il loro operato. Questi movimenti potevano disporre di possibilità di rapidi contatti fra le popolazioni, grazie alla diffusione della tecnologia delle comunicazioni. La rete Internet permette la trasmissione delle informazioni fra persone di paesi lontani, anche se, attraverso di essa, il gruppo dominante può identificare i dissidenti, esercitando un controllo più approfondito di quello possibile attraverso i telefoni.
Secondo i dati ISTAT del 2006, il 46,1% delle famiglie italiane possiede un computer e il 35,6% ha l’accesso a Internet (in Europa la media è del 52%). Si usa Internet per entrare in contatto con la Pubblica Amministrazione, per accedere alle biblioteche pubbliche, per l'iscrizione a scuole o a università, per cercare lavoro, per fare acquisti, per socializzare e persino per pagare le tasse. E' in crescita l'uso di Internet nel tempo libero, per scambiare opinioni, per informarsi o per smanettare per il semplice gusto di farlo.
Sulla rete Internet è possibile avere informazioni che non verranno mai date attraverso canali ufficiali, per questo essa genera maggiore fiducia rispetto alla TV e alla stampa, e si percepisce come meno manipolatoria e controllata. In realtà Internet è anch'essa un canale di controllo, anche se offre opportunità di informazione assenti negli altri media. Sulla rete circolano molti contenuti censurati altrove, ma questo non significa che l'oligarchia dominante non trovi altri modi per operare un controllo sull'informazione. Ad esempio, Wikipedia viene definita come un'enciclopedia libera perché scritta da tutti, ma in realtà non è proprio così. Negli ultimi tempi, Wikipedia ha raggiunto un'importanza enorme, e persino motori di ricerca come Google danno la priorità alle sue voci, assegnandole così un grande ruolo informativo. Da numerosi fatti si comincia a capire che anche se Wikipedia offre la possibilità a tutti di scrivere le voci o di modificarle, all'interno di essa appare anche una "mano invisibile" che toglie, aggiunge o cambia.
Il Wikiscanner è un software elaborato dallo studente americano Virgil Griffith, che permette di identificare l'origine delle modifiche fatte alle voci dell'enciclopedia Wikipedia. Fra gli "operatori", che cambiavano, toglievano o aggiungevano contenuti, attraverso Wikiscanner, sono stati identificati la Cia, il Vaticano, le Nazioni Unite e numerose corporation.
Alcune definizioni di Wikipedia venivano per così dire "corrette", togliendo aspetti che non si volevano divulgare perché rivelano fatti negativi del sistema di potere. Ne deriva un'enciclopedia "manipolata", in cui le cose più "scottanti" sono censurate. Ad esempio, il termine "signoraggio" non viene spiegato nella sua verità, e in tal modo viene occultata l'usurpazione della sovranità monetaria del popolo. Se cercate "traffico di droga" leggerete informazioni del tutto parziali e di parte: non si parla ad esempio di come le autorità statunitensi siano coinvolte nel traffico e nella produzione di droga in Afghanistan e in Colombia.
L'informazione su Internet è limitata anche in ordine alla nazione, alla possibilità di approvvigionamento delle informazioni e alle distorsioni o falsità che vi si trovano. Ad esempio, notizie pubblicate soltanto in lingua araba o nell'alfabeto cirillico (usato per scrivere varie lingue slave) non saranno attinte dagli europei occidentali. In Italia arrivano poche notizie sulle ex repubbliche sovietiche, sui Balcani o su paesi arabi come l'Arabia Saudita. Semplicemente le notizie non ci sono, non sono tradotte nelle lingue occidentali. Di conseguenza chi scrive su siti d'informazione indipendente non può riportarle perché non può attingerle da nessuna fonte, a meno che non vada direttamente in quei paesi o abbia contatti con persone che vivono lì.
Non ci accorgiamo di quello che non c'è se non è possibile trovarlo da nessuna parte: né su giornali, Tv o libri. Dunque la nostra informazione, nonostante Internet, è parziale ed esclude alcune aree considerate "scottanti" dalle nostre autorità.
Inoltre, le informazioni reperibili su Internet risentono del "gatekeeper", ossia della selezione e della disponibilità di accesso. Esistono criteri preselezionati di approvvigionamento dell'informazione. Tali criteri possono derivare da "gatekeeper non istituzionali (attraverso il passaparola e le comunità)"(1) o da metodi informatici.
Ciò nonostante bisogna riconoscere il ruolo assai importante svolto dai siti di informazione indipendenti, e la vivacità che possiamo trovare in molti forum e blog. E' senz'altro bello e divertente trovare nuovi siti utili e informativi. Se navighiamo su Internet possiamo sapere molto di più che se ci limitiamo a guardare la TV o a leggere i giornali, tuttavia non bisogna illudersi che con Internet ci si possa liberare facilmente dall'indottrinamento e dalla cultura di massa, perché ciò richiede un impegno costante. La capacità di pensiero libero si acquisisce coltivando la propria mente attraverso la lettura di buoni libri, attraverso interazioni sociali di qualità e altre attività costruttive.
Molte persone si sono disabituate alla lettura trascorrendo ore davanti allo schermo (della TV o del computer), e questo produce effetti passivizzanti che sono funzionali alla cultura di massa.
Internet non è soltanto un canale tecnologico di informazione o di attività sociali ed economiche, è anche un luogo virtuale che produce effetti sul pensiero e sul comportamento. Su Internet si comunica, e la comunicazione è un rilevante fatto sociale. Scrive la professoressa di Economia aziendale Andreina Mandelli: "Possiamo pensare alla rete come modello di organizzazione dei nostri pensieri e della nostra socialità". (2) Non è difficile capire quanti pericoli sono insiti nella possibilità che sia un mezzo tecnologico a condizionare la nostra esistenza a tal punto da determinare forme di pensiero e di socializzazione.
Il modello di comunicazione che la rete offre ha caratteristiche precise, che sfuggono alla maggior parte degli utenti, che dunque risentono inconsapevolmente degli effetti.
Molti studiosi del settore sociologico ed economico producono giudizi sostanzialmente positivi sulla crescita dell'uso di Internet. Questi autori danno per scontato che la tecnologia sia "evolutiva", partendo da assunti epistemologici darwiniani. Assumono implicitamente l'idea che i progressi tecnologici possano rappresentare anche una crescita intellettuale, morale o sociale. Non tengono abbastanza conto del potere che attraverso questi canali si può acquisire, e degli effetti peggiorativi sulle potenzialità cognitive dell'uomo.
Il filosofo Umberto Galimberti osserva che il progresso tecnologico non ha prodotto soltanto effetti positivi: “Per il fatto che abitiamo in un mondo in ogni sua parte tecnicamente organizzato la tecnica non è più oggetto della nostra scelta, ma è il nostro ambiente, dove fini e mezzi, persino sogni e desideri sono tecnicamente articolati e hanno bisogno della tecnica per esprimersi”.(3)
Il pensiero umano condizionato dalla tecnologia, diventa, secondo Konrad Lorenz, un “pensiero tecnomorfo”.(4)
Il sociologo Neil Postman vede la tecnologia come assai pericolosa quando si trasforma in “tecnocrazia totalitaria o totalitarismo tecnocratico”. Ossia quando assume il potere di controllare la società, mentre dovrebbe essere la società a controllare la tecnologia e ad avere senso critico e selettivo nell’accettare o rifiutare alcuni suoi aspetti.
La tecnologia ci abitua ad accettare una realtà che non dipende più da noi anche se ci riguarda. Non dipende dal nostro saper fare, dal nostro pensare o dal nostro volere. Si instilla una dipendenza quasi totale, che ci priva di alcune abilità cognitive che se non utilizzate si atrofizzano.
Gli aspetti negativi di Internet, da capire e contrastare, sono diversi. Il contesto della rete è "asettico", non reale, privo della percezione di oggetti o persone reali, manca l'emotività e l'interazione sociale complessa che soltanto nella realtà si può avere. Gli escamotage per esprimere parte delle emozioni, come il viso allegro o le interiezioni, non ci diranno mai qual'era il vero tono o l'espressione del viso che li accompagnava.
Se definiamo la comunicazione come quell'insieme di possibilità di condividere conoscenze, esperienze e valori, atti a costruire nuovi modi di essere e nuove identità, comprendiamo come il computer non può sostituirsi alla realtà, anzi, può essere nocivo nella misura in cui ci fa credere di poter fare a meno dell'esperienza reale, sostituendola del tutto o in parte con quella virtuale.
Internet non stravolge vecchi equilibri in modo evidente, al contrario, agisce in silenzio, gradualmente, e i suoi effetti sono prodotti in modo inconsapevole. Tende ad eliminare la libera costruzione di simboli e significati, per imporre una realtà predeterminata, a cui l'utente deve passivamente adattarsi, senza accorgersi che le regole del "cyberspazio" non sono quelle della realtà.
Il termine "cyberspazio", utilizzato per la prima volta in un romanzo dal titolo "Neuromancer" scritto da William Gibson, indica un "non-luogo" che ha proprie regole implicite. Questo spazio artificiale tende a sovrapporsi alla realtà fino a sostituirla. Appare attraverso uno schermo, che crea un rapporto, come spiega lo studioso Raphael Lellouche:
"Se, fino a ora, non avevamo che la possibilità di scegliere fra la realtà e il sogno... oggi una terza dimensione si è dischiusa... un terzo polo di esperienza: la simulazione su schermo... Lo schermo è supporto e mezzo di un nuovo rapporto globale con il mondo... L'irruzione e la generalizzazione degli schemi segnala che l'umanità è entrata in una nuova ecologia cognitiva e ambientale del proprio universo artificiale".(5)
Dunque lo schermo, imitando le cose reali, crea esso stesso una realtà, che incide sugli utenti attraverso l'inconsapevolezza e l'abitudine.
Il problema è capire come tale realtà virtuale incide sul nostro modo di costruire conoscenza, di condividerla e di vivere le nostre potenzialità empatiche. Essa può avere il potere di cambiare l'esistenza, modificando i rapporti sociali e le potenzialità cognitive degli individui.
Molti studiosi ipotizzano la riduzione delle complesse potenzialità umane, impoverendo la qualità delle relazioni sociali e l'uso umano di risorse che il computer non potrà mai avere, come l'intuito, la capacità di complessi collegamenti semantici, o lo scambio di "energia" vitale. In altre parole, la ricchezza della comunicazione e della conoscenza "reale" può essere limitata in qualità e quantità. Il filosofo Ray Kurzweil prevede nel futuro una vera e propria invasione tecnologica che sopprimerà le potenzialità umane:
"I computer saranno... dappertutto: nei muri, nei tavoli, nelle sedie, nelle scrivanie, nei gioielli, nei corpi... le persone cominceranno ad avere relazioni con personalità automatiche e le useranno come amici, docenti, domestici e amanti... La maggioranza della comunicazione nel mondo non prevederà l'intervento umano. La maggioranza delle comunicazioni degli umani sarà con una macchina... Non ci sarà più una distinzione precisa tra umani e macchine".(6)
Sembra uno scenario irreale quanto agghiacciante, ma rivela la possibilità non tanto lontana che la tecnologia possa diventare gravemente intrusiva, e che mentre gli oggetti tecnologici diventeranno sempre più attivi nel produrre effetti, gli umani saranno sempre più passivi nel subirli. La diminuzione delle potenzialità cognitive è stata graduale: dalla trasmissione di sapere orale, che vedeva il notevole utilizzo della memoria, alla trasmissione scritta, fino alla codificazione tecnologica del sapere, che richiede l'accettazione passiva delle sue regole implicite. Fino a pochi secoli fa le persone comuni potevano conoscere la realtà nei suoi aspetti essenziali, e padroneggiarla attraverso l'attività. Gradualmente, con gli sviluppi scientifici e tecnologici, è stato inserito l'uso di macchine complesse che la persona comune utilizza senza conoscere appieno né le caratteristiche tecnologiche né gli effetti. La complessità e il determinismo delle nuove macchine hanno prodotto un senso di accettazione passiva di aspetti della realtà che pur appaiono estremamente importanti e condizionanti.
L'esistenza di una sempre più numerosa comunità globale "virtuale" potrebbe produrre pochi autonomi pensatori e molti gruppi omogenei che tenderanno all'autoreferenzialità, diventando fazioni. La mancata complessità comunicativa reale favorisce rapporti basati sull'aggregazione ad un gruppo in cui si svilupperà un alto grado di coesione interna e di rigidezza mentale, che porterà all'intolleranza e all'esclusione dell'"intruso".
Molti soggetti delle comunità virtuali, non potendo disporre di interazioni empatiche, emotive o intuitive, sviluppano la comunicazione con l'altro come un proseguimento della realtà dell'ego, improntata ad aspettative di tipo egoico, ossia che l'altro sia quanto più possibile simile a loro stessi. In tal modo, il senso di gruppo si trasforma in un reciproco riconoscimento dell'ego, che soffoca le differenze e produce radicalità di opinioni. Non saranno dunque la tolleranza o la capacità di imparare dall'altro a guidare i rapporti, ma la ricerca di conferme della propria identità, e la rivendicazione della differenza rispetto ad altri gruppi considerati inadeguati.
Si acquisisce così uno schema cognitivo rigido, in cui risulta difficile il cambiamento, che nella realtà è prodotto dalle esperienze sociali o culturali. I "gruppi virtuali", anche quando nascono per criticare la realtà con l'intento di migliorarla, di fatto possono spegnere l'attivismo e creare un mondo statico perché sostanzialmente privo dell'impulso vitale umano che produce crescita e cambiamenti. Osserva l'economista Jeremy Rifkin: "Le istituzioni che, in un tempo non lontano, hanno spinto gli uomini a combattere battaglie ideologiche... stanno lentamente svanendo, mentre una nuova costellazione di realtà economiche spinge la società e ripensare i legami e i vincoli che nel prossimo secolo definiranno i rapporti tra gli uomini".(7)
Perdendo il contatto emotivo con l'altro si diventa più rigidi e intolleranti quando ci si trova di fronte ad opinioni discordanti rispetto alle proprie, fino a ritenere di non poter dialogare con persone che la pensano diversamente.
Su Internet si può determinare una suddivisione in "greggi", all'interno dei quali si creano significati fondamentali che possono essere trasformati in etichette o diventare dogmatici, riproponendo la medesima realtà di massificazione e di mancanza di libertà di pensiero presente negli altri media. Anziché avvantaggiare le lotte contro l'oligarchia dominante, i gruppi delle comunità virtuali possono produrre passività, rendendo Internet uno strumento efficace per evitare sollevazioni popolari. Ad esempio, i milioni di disoccupati e precari, anziché sollevarsi contro un sistema che li ha privati del futuro, possono stare attaccati al computer a sfogarsi scrivendo sul blog di Grillo o su vari forum.
Siamo abituati a conformarci e ad essere passivizzati e indottrinati, dunque all'interno di Internet molti continuano, senza rendersene conto, a seguire le stesse spinte, poiché acquisire capacità di pensiero autonomo richiede molti sforzi, che non tutti sono disposti ad attuare. Tuttavia, Internet, per la ricchezza di informazioni che fornisce, potrebbe rappresentare il primo passo per costruire una società di persone, che soppianti la vecchia società di massa. La rete può farci capire che è possibile smascherare il sistema e vederlo quale esso è, e si può proseguire a coltivare la mente e lo spirito attraverso altri canali che ci "attivizzano", come la cultura, la socializzazione reale e altre attività costruttive.
Internet incoraggia la depersonalizzazione dei rapporti, rendendoli meno autentici e più superficiali. Ad esempio, i messaggi che si inviano per e-mail hanno di solito un carattere estemporaneo, con idee poco approfondite. Sono il più delle volte messaggi brevi con carattere pratico, e ci disabituano alla scrittura curata, alle idee create dopo una lunga riflessione, o alla scrittura accurata, corretta e forbita, che può esistere soltanto se si è abituati a leggere molti libri.
Su internet si potrebbero ricreare quei meccanismi propri della folla, studiati dalla psicologia sociale. Si tratta di meccanismi che prevedono il superamento delle comuni regole sociali grazie all'anonimato o alla possibilità di un'identificazione fittizia. Il senso dell'anonimato, nelle folle, accresce la possibilità di comportamento non costruttivo o istintivo. Ad esempio, su numerosi forum molti utilizzano un linguaggio che nella vita reale sarebbe da maleducati o irrispettoso. Da ciò scaturisce un falso senso di libertà, come se l'insulto o la critica non costruttiva di per sé potessero garantire la capacità di pensiero libero. In realtà quest'ultimo nasce sempre da un impegno costante e quotidiano, e richiede attività di autoconsapevolezza e di conoscenza. Pensare di conquistare l'indipendenza di pensiero semplicemente potendo criticare o insultare è ingenuo. Certo, essere dotati di senso critico può aiutare, ma tale abilità dovrebbe essere utilizzata in modo costruttivo, e costituisce soltanto il primo passo per raggiungere conoscenze e capacità di pensiero che possono renderci liberi.
Il pericolo è quello di formare gruppi che sfogano la rabbia e la frustrazione attraverso insulti e critiche superficiali, confermando vecchie etichette e stereotipi, come quello del "ribelle al sistema arrabbiato", o del "capo carismatico irriverente".
La questione della lotta al sistema è assai più complessa, e non può certo essere risolta semplicemente identificandosi con un gruppo, anche se questo è capeggiato da un personaggio che sa efficacemente denunciare la situazione attuale. Per contrastare il gruppo dominante criminale occorre essere capaci di superare la fase della protesta per giungere alla rivendicazione di giusti diritti. Per usare un esempio metaforico, immaginate un gruppo di criminali che entra a casa vostra e inizia a distruggere i mobili e a torturare i vostri cari, la reazione giusta non può essere quella della semplice protesta, ma la pretesa che si fermino, paghino per i crimini e liberino immediatamente la casa. Così dovrebbe essere per la liberazione dall'attuale gruppo dominante: criticarli e denunciare i crimini può essere il primo passo, a cui deve seguire la giusta pretesa di costruire uno Stato di diritto, in cui nessuno possa commettere crimini impunemente. Tale consapevolezza è fondamentale per non rimanere allo stato immaturo di sudditi che si lamentano del potere ma non sono capaci di difendere i loro diritti.
Internet può essere nociva alla dissidenza e alle organizzazioni di lotta per i diritti umani, poiché leggendo gli articoli sui siti si tende a non acquistare riviste edite da associazioni o gruppi di cultura indipendenti.
Leggere articoli informativi sui siti indipendenti dà l'illusione di acquisire la necessaria cultura e consapevolezza, ma in realtà ciò non basta a liberarsi dalla massificazione mediatica che si continua a subire tutti i giorni. Occorre leggere buoni libri e acquistare riviste culturali o d'informazione indipendenti. Ciò è importante anche per aiutare gli editori e gli scrittori dissidenti. Se apprezziamo chi ci dice la verità o chi ci stimola culturalmente, dovremmo acquistare i libri o le riviste su cui queste persone scrivono. I giornali di regime vengono sovvenzionati con denaro pubblico, cioè, nostro malgrado, dobbiamo pagare chi ci inganna. Giornali come "Il Corriere della Sera", "La Repubblica", "Libero", "La Padania", ecc. ricevono dal governo milioni di euro, mentre le piccole riviste non allineate ai partiti non ricevono nulla. Alle riviste realmente indipendenti viene negato il finanziamento pubblico, in modo tale che la loro esistenza prima o poi cessi, dunque, è assai importante sostenere la libera editoria.
In rete esistono gli "infiltrati", ossia persone pagate per controllare i siti di controinformazione o i blog indipendenti, e per intervenire in vari modi a intralciare o diminuire gli effetti positivi che gli utenti potrebbero avere. Si tratta di poche persone riconoscibili perché utilizzano le stesse categorie che vengono utilizzate dalla propaganda dei mass media. Ad esempio, definiscono i dissidenti "antiamericani", o fanno in modo che la persona che critica il sistema appaia come estremista o non equilibrata. E' possibile riconoscere queste persone anche perché di solito non si comportano come le persone comuni che, ad esempio, quando non sono d'accordo dicono semplicemente "Su questo non sono d'accordo". Gli infiltrati si comportano come se avessero la verità assoluta in tasca e, ad esempio, scrivono: "Sappi che quello che scrivi è falso". D'altra parte, essi vengono formati a fare questo "lavoro" dalle stesse persone che pretendono di dirci come dobbiamo pensare e cosa dobbiamo pensare. La persona indipendente sta loro sulle scatole e non vedono l'ora di dirle di smetterla di pensare con la sua testa. Ovviamente, oltre a queste tecniche, gli infiltrati utilizzano anche tecniche più sottili, come deviare l'attenzione, soffermarsi su dettagli meno importanti, spostare la questione sull'insulto o sulla denigrazione di persone, ecc.
La rete Internet risulta dunque un canale di passivizzazione e controllo, attuati in modo assai più sottile e nascosto rispetto agli altri mass media. Un "grande fratello" invisibile, che assorbe le nostre energie e trasforma l'esistenza in "merce... diventiamo, così, consumatori della nostra vita".(8)
Internet, dunque, dovrebbe essere utilizzata con intelligenza, cercando ciò che serve, leggendo le informazioni che non vengono date altrove, e contrastandone consapevolmente gli effetti negativi.
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NOTE
1) Mandelli Andreina, "Il mondo in rete", Egea, Milano 2000, p. 193.
2) Mandelli Andreina, "Il mondo in rete", Egea, Milano 2000, p. 9.
3) Galimberti Umberto, "Psiche e techne. L’uomo nell’era della tecnica", Feltrinelli, Milano 1999, pp. 34-36.
4) Lorenz Konrad, "Il declino dell’uomo", Mondadori, Milano 1983, p. 15.
5) "Théorie de l'écran", rivista online "Traverses", n. 2.
6) Kurzweil Ray, "The age of spiritual machines", Viking Press, London 1999.
7) Jeremy Rifkin, "L'era dell'accesso", Mondadori, Milano 2000, p. 6.
8) Slouka Mark, "War of the Worlds: Cyberspace and the High-Tech Assault on Reality", Basic Books, New York 1995.
28 agosto 2007
Gli ultimi secoli della nostra Storia sono caratterizzati dall'impeto affannoso del gruppo egemone occidentale ad estendere il suo potere su tutto il pianeta, attraverso guerre, repressioni e massacri. Tale potere ha preso inizio dalle espropriazioni dei contadini e dalla costruzione di un sistema economico-finanziario sempre più basato sulla dipendenza da un nucleo centrale. Attraverso i secoli questo nucleo ha accresciuto la propria potenza militare, mirando a raggiungere una situazione di totale controllo e dominio delle popolazioni. Il sistema di controllo è diventato sempre più sofisticato attraverso i mezzi di comunicazione di massa. La diffusione della TV ha contribuito a diminuire la militanza politica e sindacale, diffondendo il consumismo e il materialismo, spingendo verso uno stile di vita più superficiale ed egoistico, e indebolendo quei valori che avevano animato le lotte popolari all'inizio del XX secolo: la solidarietà, la crescita collettiva e il desiderio di miglioramento delle condizioni spirituali e culturali.
Ciò nonostante, negli anni Sessanta nacque una grande sensibilità verso la condizione dei più deboli e verso i gruppi discriminati. Si ebbe la creazione di molti movimenti e associazioni di lotta per i diritti umani, e le pressioni popolari al cambiamento furono così forti che portarono, nel 1964, all'abolizione della legge del 1798 chiamata "Sediction Act", che impediva la libertà di opinione o di parola attraverso l'accusa generica di "sedizione". Da quell'anno diventò possibile esprimere la propria opinione liberamente, e sollevare critiche verso il sistema. Contro i movimenti giovanili si scatenò una terribile lotta da parte dell'élite al potere: furono prodotte droghe che i servizi segreti diffusero fra i gruppi giovanili e molti leader furono assassinati.
Negli anni Ottanta, in seguito alle politiche di "globalizzazione" nacquero diverse associazioni e movimenti no-global, che sollevarono molteplici problemi relativi alle violazioni dei diritti umani nel Terzo Mondo, chiedendo alle autorità di modificare il loro operato. Questi movimenti potevano disporre di possibilità di rapidi contatti fra le popolazioni, grazie alla diffusione della tecnologia delle comunicazioni. La rete Internet permette la trasmissione delle informazioni fra persone di paesi lontani, anche se, attraverso di essa, il gruppo dominante può identificare i dissidenti, esercitando un controllo più approfondito di quello possibile attraverso i telefoni.
Secondo i dati ISTAT del 2006, il 46,1% delle famiglie italiane possiede un computer e il 35,6% ha l’accesso a Internet (in Europa la media è del 52%). Si usa Internet per entrare in contatto con la Pubblica Amministrazione, per accedere alle biblioteche pubbliche, per l'iscrizione a scuole o a università, per cercare lavoro, per fare acquisti, per socializzare e persino per pagare le tasse. E' in crescita l'uso di Internet nel tempo libero, per scambiare opinioni, per informarsi o per smanettare per il semplice gusto di farlo.
Sulla rete Internet è possibile avere informazioni che non verranno mai date attraverso canali ufficiali, per questo essa genera maggiore fiducia rispetto alla TV e alla stampa, e si percepisce come meno manipolatoria e controllata. In realtà Internet è anch'essa un canale di controllo, anche se offre opportunità di informazione assenti negli altri media. Sulla rete circolano molti contenuti censurati altrove, ma questo non significa che l'oligarchia dominante non trovi altri modi per operare un controllo sull'informazione. Ad esempio, Wikipedia viene definita come un'enciclopedia libera perché scritta da tutti, ma in realtà non è proprio così. Negli ultimi tempi, Wikipedia ha raggiunto un'importanza enorme, e persino motori di ricerca come Google danno la priorità alle sue voci, assegnandole così un grande ruolo informativo. Da numerosi fatti si comincia a capire che anche se Wikipedia offre la possibilità a tutti di scrivere le voci o di modificarle, all'interno di essa appare anche una "mano invisibile" che toglie, aggiunge o cambia.
Il Wikiscanner è un software elaborato dallo studente americano Virgil Griffith, che permette di identificare l'origine delle modifiche fatte alle voci dell'enciclopedia Wikipedia. Fra gli "operatori", che cambiavano, toglievano o aggiungevano contenuti, attraverso Wikiscanner, sono stati identificati la Cia, il Vaticano, le Nazioni Unite e numerose corporation.
Alcune definizioni di Wikipedia venivano per così dire "corrette", togliendo aspetti che non si volevano divulgare perché rivelano fatti negativi del sistema di potere. Ne deriva un'enciclopedia "manipolata", in cui le cose più "scottanti" sono censurate. Ad esempio, il termine "signoraggio" non viene spiegato nella sua verità, e in tal modo viene occultata l'usurpazione della sovranità monetaria del popolo. Se cercate "traffico di droga" leggerete informazioni del tutto parziali e di parte: non si parla ad esempio di come le autorità statunitensi siano coinvolte nel traffico e nella produzione di droga in Afghanistan e in Colombia.
L'informazione su Internet è limitata anche in ordine alla nazione, alla possibilità di approvvigionamento delle informazioni e alle distorsioni o falsità che vi si trovano. Ad esempio, notizie pubblicate soltanto in lingua araba o nell'alfabeto cirillico (usato per scrivere varie lingue slave) non saranno attinte dagli europei occidentali. In Italia arrivano poche notizie sulle ex repubbliche sovietiche, sui Balcani o su paesi arabi come l'Arabia Saudita. Semplicemente le notizie non ci sono, non sono tradotte nelle lingue occidentali. Di conseguenza chi scrive su siti d'informazione indipendente non può riportarle perché non può attingerle da nessuna fonte, a meno che non vada direttamente in quei paesi o abbia contatti con persone che vivono lì.
Non ci accorgiamo di quello che non c'è se non è possibile trovarlo da nessuna parte: né su giornali, Tv o libri. Dunque la nostra informazione, nonostante Internet, è parziale ed esclude alcune aree considerate "scottanti" dalle nostre autorità.
Inoltre, le informazioni reperibili su Internet risentono del "gatekeeper", ossia della selezione e della disponibilità di accesso. Esistono criteri preselezionati di approvvigionamento dell'informazione. Tali criteri possono derivare da "gatekeeper non istituzionali (attraverso il passaparola e le comunità)"(1) o da metodi informatici.
Ciò nonostante bisogna riconoscere il ruolo assai importante svolto dai siti di informazione indipendenti, e la vivacità che possiamo trovare in molti forum e blog. E' senz'altro bello e divertente trovare nuovi siti utili e informativi. Se navighiamo su Internet possiamo sapere molto di più che se ci limitiamo a guardare la TV o a leggere i giornali, tuttavia non bisogna illudersi che con Internet ci si possa liberare facilmente dall'indottrinamento e dalla cultura di massa, perché ciò richiede un impegno costante. La capacità di pensiero libero si acquisisce coltivando la propria mente attraverso la lettura di buoni libri, attraverso interazioni sociali di qualità e altre attività costruttive.
Molte persone si sono disabituate alla lettura trascorrendo ore davanti allo schermo (della TV o del computer), e questo produce effetti passivizzanti che sono funzionali alla cultura di massa.
Internet non è soltanto un canale tecnologico di informazione o di attività sociali ed economiche, è anche un luogo virtuale che produce effetti sul pensiero e sul comportamento. Su Internet si comunica, e la comunicazione è un rilevante fatto sociale. Scrive la professoressa di Economia aziendale Andreina Mandelli: "Possiamo pensare alla rete come modello di organizzazione dei nostri pensieri e della nostra socialità". (2) Non è difficile capire quanti pericoli sono insiti nella possibilità che sia un mezzo tecnologico a condizionare la nostra esistenza a tal punto da determinare forme di pensiero e di socializzazione.
Il modello di comunicazione che la rete offre ha caratteristiche precise, che sfuggono alla maggior parte degli utenti, che dunque risentono inconsapevolmente degli effetti.
Molti studiosi del settore sociologico ed economico producono giudizi sostanzialmente positivi sulla crescita dell'uso di Internet. Questi autori danno per scontato che la tecnologia sia "evolutiva", partendo da assunti epistemologici darwiniani. Assumono implicitamente l'idea che i progressi tecnologici possano rappresentare anche una crescita intellettuale, morale o sociale. Non tengono abbastanza conto del potere che attraverso questi canali si può acquisire, e degli effetti peggiorativi sulle potenzialità cognitive dell'uomo.
Il filosofo Umberto Galimberti osserva che il progresso tecnologico non ha prodotto soltanto effetti positivi: “Per il fatto che abitiamo in un mondo in ogni sua parte tecnicamente organizzato la tecnica non è più oggetto della nostra scelta, ma è il nostro ambiente, dove fini e mezzi, persino sogni e desideri sono tecnicamente articolati e hanno bisogno della tecnica per esprimersi”.(3)
Il pensiero umano condizionato dalla tecnologia, diventa, secondo Konrad Lorenz, un “pensiero tecnomorfo”.(4)
Il sociologo Neil Postman vede la tecnologia come assai pericolosa quando si trasforma in “tecnocrazia totalitaria o totalitarismo tecnocratico”. Ossia quando assume il potere di controllare la società, mentre dovrebbe essere la società a controllare la tecnologia e ad avere senso critico e selettivo nell’accettare o rifiutare alcuni suoi aspetti.
La tecnologia ci abitua ad accettare una realtà che non dipende più da noi anche se ci riguarda. Non dipende dal nostro saper fare, dal nostro pensare o dal nostro volere. Si instilla una dipendenza quasi totale, che ci priva di alcune abilità cognitive che se non utilizzate si atrofizzano.
Gli aspetti negativi di Internet, da capire e contrastare, sono diversi. Il contesto della rete è "asettico", non reale, privo della percezione di oggetti o persone reali, manca l'emotività e l'interazione sociale complessa che soltanto nella realtà si può avere. Gli escamotage per esprimere parte delle emozioni, come il viso allegro o le interiezioni, non ci diranno mai qual'era il vero tono o l'espressione del viso che li accompagnava.
Se definiamo la comunicazione come quell'insieme di possibilità di condividere conoscenze, esperienze e valori, atti a costruire nuovi modi di essere e nuove identità, comprendiamo come il computer non può sostituirsi alla realtà, anzi, può essere nocivo nella misura in cui ci fa credere di poter fare a meno dell'esperienza reale, sostituendola del tutto o in parte con quella virtuale.
Internet non stravolge vecchi equilibri in modo evidente, al contrario, agisce in silenzio, gradualmente, e i suoi effetti sono prodotti in modo inconsapevole. Tende ad eliminare la libera costruzione di simboli e significati, per imporre una realtà predeterminata, a cui l'utente deve passivamente adattarsi, senza accorgersi che le regole del "cyberspazio" non sono quelle della realtà.
Il termine "cyberspazio", utilizzato per la prima volta in un romanzo dal titolo "Neuromancer" scritto da William Gibson, indica un "non-luogo" che ha proprie regole implicite. Questo spazio artificiale tende a sovrapporsi alla realtà fino a sostituirla. Appare attraverso uno schermo, che crea un rapporto, come spiega lo studioso Raphael Lellouche:
"Se, fino a ora, non avevamo che la possibilità di scegliere fra la realtà e il sogno... oggi una terza dimensione si è dischiusa... un terzo polo di esperienza: la simulazione su schermo... Lo schermo è supporto e mezzo di un nuovo rapporto globale con il mondo... L'irruzione e la generalizzazione degli schemi segnala che l'umanità è entrata in una nuova ecologia cognitiva e ambientale del proprio universo artificiale".(5)
Dunque lo schermo, imitando le cose reali, crea esso stesso una realtà, che incide sugli utenti attraverso l'inconsapevolezza e l'abitudine.
Il problema è capire come tale realtà virtuale incide sul nostro modo di costruire conoscenza, di condividerla e di vivere le nostre potenzialità empatiche. Essa può avere il potere di cambiare l'esistenza, modificando i rapporti sociali e le potenzialità cognitive degli individui.
Molti studiosi ipotizzano la riduzione delle complesse potenzialità umane, impoverendo la qualità delle relazioni sociali e l'uso umano di risorse che il computer non potrà mai avere, come l'intuito, la capacità di complessi collegamenti semantici, o lo scambio di "energia" vitale. In altre parole, la ricchezza della comunicazione e della conoscenza "reale" può essere limitata in qualità e quantità. Il filosofo Ray Kurzweil prevede nel futuro una vera e propria invasione tecnologica che sopprimerà le potenzialità umane:
"I computer saranno... dappertutto: nei muri, nei tavoli, nelle sedie, nelle scrivanie, nei gioielli, nei corpi... le persone cominceranno ad avere relazioni con personalità automatiche e le useranno come amici, docenti, domestici e amanti... La maggioranza della comunicazione nel mondo non prevederà l'intervento umano. La maggioranza delle comunicazioni degli umani sarà con una macchina... Non ci sarà più una distinzione precisa tra umani e macchine".(6)
Sembra uno scenario irreale quanto agghiacciante, ma rivela la possibilità non tanto lontana che la tecnologia possa diventare gravemente intrusiva, e che mentre gli oggetti tecnologici diventeranno sempre più attivi nel produrre effetti, gli umani saranno sempre più passivi nel subirli. La diminuzione delle potenzialità cognitive è stata graduale: dalla trasmissione di sapere orale, che vedeva il notevole utilizzo della memoria, alla trasmissione scritta, fino alla codificazione tecnologica del sapere, che richiede l'accettazione passiva delle sue regole implicite. Fino a pochi secoli fa le persone comuni potevano conoscere la realtà nei suoi aspetti essenziali, e padroneggiarla attraverso l'attività. Gradualmente, con gli sviluppi scientifici e tecnologici, è stato inserito l'uso di macchine complesse che la persona comune utilizza senza conoscere appieno né le caratteristiche tecnologiche né gli effetti. La complessità e il determinismo delle nuove macchine hanno prodotto un senso di accettazione passiva di aspetti della realtà che pur appaiono estremamente importanti e condizionanti.
L'esistenza di una sempre più numerosa comunità globale "virtuale" potrebbe produrre pochi autonomi pensatori e molti gruppi omogenei che tenderanno all'autoreferenzialità, diventando fazioni. La mancata complessità comunicativa reale favorisce rapporti basati sull'aggregazione ad un gruppo in cui si svilupperà un alto grado di coesione interna e di rigidezza mentale, che porterà all'intolleranza e all'esclusione dell'"intruso".
Molti soggetti delle comunità virtuali, non potendo disporre di interazioni empatiche, emotive o intuitive, sviluppano la comunicazione con l'altro come un proseguimento della realtà dell'ego, improntata ad aspettative di tipo egoico, ossia che l'altro sia quanto più possibile simile a loro stessi. In tal modo, il senso di gruppo si trasforma in un reciproco riconoscimento dell'ego, che soffoca le differenze e produce radicalità di opinioni. Non saranno dunque la tolleranza o la capacità di imparare dall'altro a guidare i rapporti, ma la ricerca di conferme della propria identità, e la rivendicazione della differenza rispetto ad altri gruppi considerati inadeguati.
Si acquisisce così uno schema cognitivo rigido, in cui risulta difficile il cambiamento, che nella realtà è prodotto dalle esperienze sociali o culturali. I "gruppi virtuali", anche quando nascono per criticare la realtà con l'intento di migliorarla, di fatto possono spegnere l'attivismo e creare un mondo statico perché sostanzialmente privo dell'impulso vitale umano che produce crescita e cambiamenti. Osserva l'economista Jeremy Rifkin: "Le istituzioni che, in un tempo non lontano, hanno spinto gli uomini a combattere battaglie ideologiche... stanno lentamente svanendo, mentre una nuova costellazione di realtà economiche spinge la società e ripensare i legami e i vincoli che nel prossimo secolo definiranno i rapporti tra gli uomini".(7)
Perdendo il contatto emotivo con l'altro si diventa più rigidi e intolleranti quando ci si trova di fronte ad opinioni discordanti rispetto alle proprie, fino a ritenere di non poter dialogare con persone che la pensano diversamente.
Su Internet si può determinare una suddivisione in "greggi", all'interno dei quali si creano significati fondamentali che possono essere trasformati in etichette o diventare dogmatici, riproponendo la medesima realtà di massificazione e di mancanza di libertà di pensiero presente negli altri media. Anziché avvantaggiare le lotte contro l'oligarchia dominante, i gruppi delle comunità virtuali possono produrre passività, rendendo Internet uno strumento efficace per evitare sollevazioni popolari. Ad esempio, i milioni di disoccupati e precari, anziché sollevarsi contro un sistema che li ha privati del futuro, possono stare attaccati al computer a sfogarsi scrivendo sul blog di Grillo o su vari forum.
Siamo abituati a conformarci e ad essere passivizzati e indottrinati, dunque all'interno di Internet molti continuano, senza rendersene conto, a seguire le stesse spinte, poiché acquisire capacità di pensiero autonomo richiede molti sforzi, che non tutti sono disposti ad attuare. Tuttavia, Internet, per la ricchezza di informazioni che fornisce, potrebbe rappresentare il primo passo per costruire una società di persone, che soppianti la vecchia società di massa. La rete può farci capire che è possibile smascherare il sistema e vederlo quale esso è, e si può proseguire a coltivare la mente e lo spirito attraverso altri canali che ci "attivizzano", come la cultura, la socializzazione reale e altre attività costruttive.
Internet incoraggia la depersonalizzazione dei rapporti, rendendoli meno autentici e più superficiali. Ad esempio, i messaggi che si inviano per e-mail hanno di solito un carattere estemporaneo, con idee poco approfondite. Sono il più delle volte messaggi brevi con carattere pratico, e ci disabituano alla scrittura curata, alle idee create dopo una lunga riflessione, o alla scrittura accurata, corretta e forbita, che può esistere soltanto se si è abituati a leggere molti libri.
Su internet si potrebbero ricreare quei meccanismi propri della folla, studiati dalla psicologia sociale. Si tratta di meccanismi che prevedono il superamento delle comuni regole sociali grazie all'anonimato o alla possibilità di un'identificazione fittizia. Il senso dell'anonimato, nelle folle, accresce la possibilità di comportamento non costruttivo o istintivo. Ad esempio, su numerosi forum molti utilizzano un linguaggio che nella vita reale sarebbe da maleducati o irrispettoso. Da ciò scaturisce un falso senso di libertà, come se l'insulto o la critica non costruttiva di per sé potessero garantire la capacità di pensiero libero. In realtà quest'ultimo nasce sempre da un impegno costante e quotidiano, e richiede attività di autoconsapevolezza e di conoscenza. Pensare di conquistare l'indipendenza di pensiero semplicemente potendo criticare o insultare è ingenuo. Certo, essere dotati di senso critico può aiutare, ma tale abilità dovrebbe essere utilizzata in modo costruttivo, e costituisce soltanto il primo passo per raggiungere conoscenze e capacità di pensiero che possono renderci liberi.
Il pericolo è quello di formare gruppi che sfogano la rabbia e la frustrazione attraverso insulti e critiche superficiali, confermando vecchie etichette e stereotipi, come quello del "ribelle al sistema arrabbiato", o del "capo carismatico irriverente".
La questione della lotta al sistema è assai più complessa, e non può certo essere risolta semplicemente identificandosi con un gruppo, anche se questo è capeggiato da un personaggio che sa efficacemente denunciare la situazione attuale. Per contrastare il gruppo dominante criminale occorre essere capaci di superare la fase della protesta per giungere alla rivendicazione di giusti diritti. Per usare un esempio metaforico, immaginate un gruppo di criminali che entra a casa vostra e inizia a distruggere i mobili e a torturare i vostri cari, la reazione giusta non può essere quella della semplice protesta, ma la pretesa che si fermino, paghino per i crimini e liberino immediatamente la casa. Così dovrebbe essere per la liberazione dall'attuale gruppo dominante: criticarli e denunciare i crimini può essere il primo passo, a cui deve seguire la giusta pretesa di costruire uno Stato di diritto, in cui nessuno possa commettere crimini impunemente. Tale consapevolezza è fondamentale per non rimanere allo stato immaturo di sudditi che si lamentano del potere ma non sono capaci di difendere i loro diritti.
Internet può essere nociva alla dissidenza e alle organizzazioni di lotta per i diritti umani, poiché leggendo gli articoli sui siti si tende a non acquistare riviste edite da associazioni o gruppi di cultura indipendenti.
Leggere articoli informativi sui siti indipendenti dà l'illusione di acquisire la necessaria cultura e consapevolezza, ma in realtà ciò non basta a liberarsi dalla massificazione mediatica che si continua a subire tutti i giorni. Occorre leggere buoni libri e acquistare riviste culturali o d'informazione indipendenti. Ciò è importante anche per aiutare gli editori e gli scrittori dissidenti. Se apprezziamo chi ci dice la verità o chi ci stimola culturalmente, dovremmo acquistare i libri o le riviste su cui queste persone scrivono. I giornali di regime vengono sovvenzionati con denaro pubblico, cioè, nostro malgrado, dobbiamo pagare chi ci inganna. Giornali come "Il Corriere della Sera", "La Repubblica", "Libero", "La Padania", ecc. ricevono dal governo milioni di euro, mentre le piccole riviste non allineate ai partiti non ricevono nulla. Alle riviste realmente indipendenti viene negato il finanziamento pubblico, in modo tale che la loro esistenza prima o poi cessi, dunque, è assai importante sostenere la libera editoria.
In rete esistono gli "infiltrati", ossia persone pagate per controllare i siti di controinformazione o i blog indipendenti, e per intervenire in vari modi a intralciare o diminuire gli effetti positivi che gli utenti potrebbero avere. Si tratta di poche persone riconoscibili perché utilizzano le stesse categorie che vengono utilizzate dalla propaganda dei mass media. Ad esempio, definiscono i dissidenti "antiamericani", o fanno in modo che la persona che critica il sistema appaia come estremista o non equilibrata. E' possibile riconoscere queste persone anche perché di solito non si comportano come le persone comuni che, ad esempio, quando non sono d'accordo dicono semplicemente "Su questo non sono d'accordo". Gli infiltrati si comportano come se avessero la verità assoluta in tasca e, ad esempio, scrivono: "Sappi che quello che scrivi è falso". D'altra parte, essi vengono formati a fare questo "lavoro" dalle stesse persone che pretendono di dirci come dobbiamo pensare e cosa dobbiamo pensare. La persona indipendente sta loro sulle scatole e non vedono l'ora di dirle di smetterla di pensare con la sua testa. Ovviamente, oltre a queste tecniche, gli infiltrati utilizzano anche tecniche più sottili, come deviare l'attenzione, soffermarsi su dettagli meno importanti, spostare la questione sull'insulto o sulla denigrazione di persone, ecc.
La rete Internet risulta dunque un canale di passivizzazione e controllo, attuati in modo assai più sottile e nascosto rispetto agli altri mass media. Un "grande fratello" invisibile, che assorbe le nostre energie e trasforma l'esistenza in "merce... diventiamo, così, consumatori della nostra vita".(8)
Internet, dunque, dovrebbe essere utilizzata con intelligenza, cercando ciò che serve, leggendo le informazioni che non vengono date altrove, e contrastandone consapevolmente gli effetti negativi.
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NOTE
1) Mandelli Andreina, "Il mondo in rete", Egea, Milano 2000, p. 193.
2) Mandelli Andreina, "Il mondo in rete", Egea, Milano 2000, p. 9.
3) Galimberti Umberto, "Psiche e techne. L’uomo nell’era della tecnica", Feltrinelli, Milano 1999, pp. 34-36.
4) Lorenz Konrad, "Il declino dell’uomo", Mondadori, Milano 1983, p. 15.
5) "Théorie de l'écran", rivista online "Traverses", n. 2.
6) Kurzweil Ray, "The age of spiritual machines", Viking Press, London 1999.
7) Jeremy Rifkin, "L'era dell'accesso", Mondadori, Milano 2000, p. 6.
8) Slouka Mark, "War of the Worlds: Cyberspace and the High-Tech Assault on Reality", Basic Books, New York 1995.
RISORGIMENTO INSANGUINATO - PARTE I - Eccidi e inganni dell'Unità d'Italia
Di Antonella Randazzo
07 agosto 2007
Esistono retoriche e simbologie assai efficaci a catturare l'animo umano. Fra queste, la retorica delle guerre patriottiche e nazionalistiche, che si basa sul racconto di eventi storici che suscitano orgoglio, commozione e senso di trascendenza morale. Per ottenere questo risultato, le autorità si mostrano disposte anche a mistificare gravemente i fatti, creando falsi eroi e false imprese eroiche. E' il caso degli eventi che portarono all'Unità d'Italia, passati alla Storia come "Risorgimento italiano". A scuola ci hanno raccontato che all'epoca gli italiani elaborarono diversi piani ideologici per raggiungere la tanto desiderata unità nazionale, e che personaggi illustri, come Giuseppe Garibaldi, Nino Bixio, Camillo Benso di Cavour e Vittorio Emanuele II, in perfetta sintonia con ciò che gli italiani volevano, operarono per unire il paese dopo secoli di dominazione straniera. Il periodo risorgimentale emerge dunque come un momento storico ricco di idee che infervorarono gli animi degli italiani, che praticamente all'unanimità desiderarono porsi sotto l'autorevole potere dei Savoia. Tutto questo è molto commovente e lusinghiero, peccato che sia frutto di una mistificazione degli eventi reali.
In realtà l'Unità d'Italia fu un evento voluto "dall'alto", ossia dalle autorità dei paesi egemoni (Inghilterra e Francia), e i Savoia non guardarono tanto all'interesse e alla volontà della popolazione quanto ai vantaggi personali e a quelli dell'élite a cui appartenevano.
Anche all'epoca dei fatti c'erano molte persone che nutrivano dubbi sull'idea che Cavour o Vittorio Emanuele II avessero a cuore le genti del meridione d'Italia. Si raccontava che Cavour, che non era mai stato nel sud Italia, avesse riferito in Parlamento "non solo di aver fino allora creduto che in Sicilia si parlasse arabo ma che di quest’isola ben poco egli conosceva, essendogli invece più familiare la storia dell’Inghilterra". (1) Anche Bixio non aveva mostrato molta considerazione per la Sicilia, quando aveva scritto alla moglie: "(La Sicilia) è un paese che bisognerebbe distruggere, e mandarli in Africa a farsi civili".(2)
Di certo, sia Cavour che Vittorio Emanuele II non avevano alcun interesse a migliorare le condizioni del sud Italia, mentre ne avevano parecchio a difendere gli interessi dei proprietari terrieri e dell'oligarchia dominante. Lo stesso Cavour apparteneva alla ricca classe nobiliare terriera piemontese.
L'Inghilterra iniziò ad imporre il suo potere nel Mediterraneo in seguito alle guerre napoleoniche, e aveva l'obiettivo di accrescere il suo dominio. I Borbone non si erano sempre mostrati completamente sottomessi alle autorità inglesi, e desideravano concludere accordi con l'Impero Russo, che voleva avere una base navale nel Mediterraneo. Anche la Francia mirava ad accrescere il proprio potere sull'Italia, creando un protettorato sullo Stato Pontificio e mettendo un principe francese nelle Due Sicilie.
Le due potenze decisero dunque di appoggiare il progetto dell'Unità d'Italia sotto il potere Sabaudo, seppure con obiettivi diversi o contrastanti.
A partire dal 1848, la Gran Bretagna dette ingenti prestiti ai Savoia, per intraprendere le guerre di unificazione nazionale. In quel periodo gli inglesi parlavano della famiglia borbonica in modo assai sprezzante. Ferdinando II (morto nel 1859) e Francesco II venivano descritti come tiranni dalla propaganda britannica, allo stesso modo in cui gli Usa descrissero Saddam Hussein nella propaganda precedente all’invasione dell’Iraq. L’intenzione di spodestarli risultava sempre più chiara. A tale scopo gli inglesi corruppero alcuni dei generali borbonici, come il generale Francesco Landi. Nel maggio del 1863, Lord Henry Lennox dirà alla Camera dei Lords che in realtà era stata l’Inghilterra a realizzare l’Unità d’Italia, più che Garibaldi.
Il piano Risorgimentale fu preparato con precisione e accuratezza, nulla fu lasciato al caso. Per meglio coordinare gli uomini coinvolti furono utilizzate le logge massoniche. Lo storico Salvatore Lupo sostiene che "durante la cospirazione risorgimentale esisteva una rete clandestina ispirata alla massoneria".(3) Le logge massoniche coinvolsero tutti i maggiori protagonisti dell’Unità d’Italia, compreso Garibaldi.
Le logge si occuparono anche di organizzare la propaganda per coinvolgere quante più persone possibile, convincendo a credere che il potere sabaudo sarebbe stato rispettoso dell'identità nazionale e dei diritti di tutti i cittadini.
Iniziarono a circolare idee propagandistiche sul nazionalismo dei popoli e sulla libertà dallo straniero, che praticava un "dispotismo oppressivo" attraverso i governi imposti dall'Austria e dai Borbone.
Il concetto politico di "nazione", elaborato nel secolo precedente, era assai efficace perché toccava corde emotive molto profonde, e induceva a credere che attraverso lotte armate si potesse conquistare la libertà. In tal modo si istigavano le masse alla sollevazione, controllando dall'alto l'esito e orientando i popoli verso idee "liberali". L'inganno consisteva nel far credere di lottare per la libertà, mentre in realtà si trattava di seguire chi avrebbe imposto un nuovo sistema di potere.
Nonostante la massiccia propaganda fatta tramite pubblicazioni, giornali e opuscoli, moltissime persone rimasero diffidenti e altre avversarono apertamente il processo di unificazione dell'Italia. Specie in alcune regioni, come la Campania, la Calabria e la Sicilia, si ebbe una guerra aperta contro il nuovo potere, che durò oltre dieci anni e si concluse con la capitolazione del popolo e una serie innumerevole di violenze e massacri, ad oggi non chiariti o insabbiati.
Il Regno Sabaudo, come altri, si era fortemente indebitato coi Rothschild e altre famiglie di banchieri, e tale debito lo poneva in posizione di debolezza verso la volontà del gruppo che deteneva il potere finanziario. In altre parole, i Savoia dovevano dar conto a chi aveva nelle mani la gestione delle risorse finanziarie. Agendo in totale armonia con l'interesse di questi personaggi la casa Savoia avrebbe avuto ulteriori prestiti e vantaggi, al contrario, se avesse sfidato tale oligarchia non avrebbe potuto estendere il proprio potere sull'Italia, essendo privata dell'appoggio finanziario e militare.
Prima dell'Unità d'Italia la situazione economico-finanziaria dei Savoia versava in gravi, condizioni, e l'occupazione dell'intera penisola avrebbe permesso loro di mettere le mani sulle banche e sulle ricchezze delle regioni occupate.
Il nord Italia, al contrario di ciò che viene detto su molti libri di Storia, prima dell'Unità d'Italia aveva risorse assai modeste. In Piemonte c'erano soltanto poche Casse di risparmio e i Monti di Pietà e il commercio era assai modesto. In Lombardia non c'era nessuna banca di emissione e le esigue attività commerciali si valevano della banca austriaca. Se non vi fosse stata l'occupazione del sud e il successivo sfruttamento coloniale, probabilmente, non sarebbero sorte le grandi industrie del nord, create da famiglie appartenenti all'élite dominante.
Il paese, dopo l'Unità, sarà reso disomogeneo e diseguale. L’unificazione politica avrebbe costretto l’industria del sud a rinunciare ad ogni protezionismo, indebolendosi e avvantaggiando lo sviluppo di quella del nord. Il sistema economico era strutturato in modo da far soccombere il più debole, come ebbe ad osservare il 25 maggio del 1861, il deputato Giuseppe Polsinelli, industriale nel settore laniero, durante una seduta in Parlamento: "La Francia e l’Inghilterra predicano il libero scambio, dopo aver avuto per secoli una copertura grandissima, e la Francia anche la proibizione. Esse dicono a noi: facciamo liberamente il commercio, apriteci il vostro mercato. Ma questa, o signori, è la lotta di un gigante con un bambino".
L'11 maggio del 1860 i Mille sbarcarono a Marsala, favoriti dalle navi della flotta inglese "Intrepid" e "H.M.S. Argus", ormeggiate nel porto di Marsala (la flotta borbonica non avrebbe mai attaccato gli inglesi). Fra i Mille c'erano diversi delinquenti comuni. Garibaldi aveva scritto: "Francesco Crispi arruola chiunque: ladri, assassini e criminali di ogni sorta". (4)
Lo stesso Garibaldi, prima di diventare "l'eroe dei due mondi" era considerato un criminale, avendo praticato il traffico di schiavi e il saccheggio mediante la "guerra di corsa" per conto degli inglesi. Nell'America del sud era stato arrestato e condannato per aver rubato cavalli. Gli stessi Savoia non lo stimavano granché. In una lettera inviata a Cavour, Vittorio Emanuele II, dopo lo storico "incontro di Teano", si lamentava del comportamento di Garibaldi: "Come avrete visto, ho liquidato rapidamente la sgradevolissima faccenda Garibaldi, sebbene - siatene certo - questo personaggio non è affatto così docile né così onesto come lo si dipinge, e come voi stesso ritenete. Il suo talento militare è molto modesto, come prova l'affare di Capua, e il male immenso che è stato commesso qui, ad esempio l'infame furto di tutto il denaro dell'erario, è da attribuirsi interamente a lui, che s'è circondato di canaglie, ne ha seguito i cattivi consigli e ha piombato questo infelice paese in una situazione spaventosa". (5)
L'ammiraglio piemontese Carlo Pellion Di Persano ebbe dagli inglesi l'incarico di corrompere ufficiali e politici borbonici. Egli arrivò a Napoli prima dei garibaldini, per corrompere gli ufficiali borbonici offrendo somme ingenti di denaro. Questo spiega il motivo per cui molti generali dell'esercito borbonico si rifiutarono di combattere.
I Borbone, che avevano un esercito di almeno 25.000 uomini, inviarono in Sicilia soltanto 2.500 uomini, probabilmente con l'ordine di non combattere. Le grandi vittorie garibaldine contro l'esercito borbonico sarebbero dunque un'invenzione. Gli sconfitti, come ricorda Gigi Di Fiore nel suo libro "I vinti del Risorgimento", furono in realtà i contadini e i pastori pugliesi, siciliani, napoletani, calabresi, abbruzzesi, campani e molisani.
Dell'impresa dei Mille non si conosce tutto poiché i documenti che accompagnavano la spedizione andarono distrutti. Nel febbraio del 1861 Ippolito Nievo, che era stato responsabile amministrativo dei Mille, fu incaricato di recuperare tutta la documentazione amministrativa per portarla a Torino. Stranamente, il mese successivo, la nave su cui si trovavano i documenti affondò, e non venne recuperato né il relitto, né i morti e i loro beni. In tal modo rimasero sepolti nel mare documenti riguardanti l'impresa dei garibaldini.
Ciò che sappiamo per certo è che i Mille commisero massacri, soprusi, saccheggi e violenze, in seguito ai quali si formò una vera e propria resistenza popolare, capeggiata da ex garibaldini o da contadini, come Carmine Crocco, Nicola Summa e Domenico Romano, che liberarono molti paesi, prima di essere sconfitti.
L'impresa militare dei Mille fu diretta soprattutto contro la popolazione, con lo scopo di sottometterla al nuovo potere. Garibaldi, nel 1864, sarà accolto con onore dalla regina d'Inghilterra e dal ministro Henry John Palmerston. In quell'incontro egli ringraziò le autorità inglesi per l'appoggio dato alla spedizione dei Mille.
I garibaldini combatterono contro contadini e pastori, che non erano fervidi sostenitori del potere borbonico. I contadini non volevano riportare sul trono i Borbone, ma volevano le terre e la libertà. Cipriano La Gala, un capobanda, ad un avvocato inviato dai Borboni disse: "Tu hai studiato, sei avvocato, e credi che noi fatichiamo per Francesco II?"
La reazione piemontese alla resistenza fu feroce: interi paesi furono distrutti a cannonate e molti dissidenti furono catturati e fucilati, anche quelli che non avevano imbracciato le armi.
Le popolazioni venivano terrorizzate con distruzioni, saccheggi, stupri e ogni genere di violenza. Ad esempio, il 14 agosto del 1861, a Pontelandolfo e Casalduni si ebbero incendi di case, saccheggi, violenze e stupri. Oltre cento persone morirono, alcune delle quali furono decapitate per poter esporre le teste mozzate come deterrente alla resistenza. Le persone che commisero questi crimini sono le stesse celebrate come eroi e il cui nome è ricordato nelle nostre vie e piazze.
Nell'estate del 1860, scoppiarono tumulti nelle zone della Sicilia più povere: Ragalbuto, Polizzi, Tusa, Biancavilla, Racalmuto, Nicosia, Cesarò, Randazzo, Maletto, Petralia, Resuttano, Castelnuovo, Montemaggiore, Capace, Castiglione, Collesano, Centuripe, Mirto, Caronia, Alcara li Fusi, Nissoria, Cerami e Mistretta. Erano tutti paesi costretti da tempo a subire le angherie dei mafiosi e a vivere nella più totale miseria. Ora chiedevano giustizia e libertà, e si mostravano disposti a combattere per riavere le loro terre.
I contadini siciliani volevano le terre che erano state loro sottratte attraverso "donazioni" che la Chiesa o i Borbone avevano fatto ad aristocratici locali o stranieri (soprattutto inglesi). Nell'agosto del 1860 Nino Bixio represse nel sangue le proteste a Biancavilla, Cesarò, Randazzo, Maletto e Bronte. In quest'ultima località si trascinava da molti anni una situazione drammatica: l'intero paese era stato occupato dai parenti di Nelson, in seguito alla concessione di un feudo da parte del re Borbone all'ammiraglio Nelson. Era sorta la ducea di Bronte, che pretendeva tasse altissime e costringeva la popolazione a vivere in totale miseria. Impropriamente, si definirono i contadini brontesi "comunisti", ma in realtà essi volevano semplicemente una parte delle terre usurpate, e non avevano intenti ideologici.
Con l'avvento di Garibaldi, i contadini siciliani si erano illusi di poter avere quella libertà che chiedevano. Con un decreto, Garibaldi abolì la tassa sul macinato e ogni altra tassa imposta dal potere precedente. Il 2 giugno 1860 emanò norme per la divisione delle terre dei demani comunali, assegnandone una quota ai combattenti garibaldini o ai loro eredi, se caduti. Con queste riforme Garibaldi accrebbe la sua popolarità, e accese le speranze dei siciliani, che però ben presto dovettero accorgersi che le riforme erano state soltanto un atto propagandistico, poiché le tasse da pagare erano quelle di prima e la redistribuzione delle terre non era avvenuta.
A Bronte i contadini avevano fatto ricorso alla giustizia, sostenuti dall'avvocato Nicola Lombardo, ma tutte le cause intentate contro gli usurpatori delle loro terre erano fallite. L'unica strada rimasta era quella della sollevazione.
La repressione di Bronte fu feroce, gli insorti furono massacrati durante i tumulti o arrestati e fucilati in seguito. Furono fucilate almeno cento persone, che in nome dei principi propugnati dallo stesso Garibaldi si erano riappropriate di alcune terre usurpate dai parenti di Nelson.
La responsabilità del massacro di Bronte sarà attribuita a Nino Bixio, che in una serie di lettere documentò gli eventi che portarono al fatto criminale. Ad esempio, in una di queste, scritta il 7 agosto 1860 e inviata al maggiore Giuseppe Dezza, dice di aver messo le "unghie addosso a uno dei capi". Si raccontò anche l'episodio del garzone che chiese il permesso di portare due uova all'avvocato Lombardo, che si trovava in carcere, a cui Bixio disse cinicamente: "altro che uova, domani avrà due palle in fronte!". Lombardo sarà fucilato insieme ad altre quattro persone, accusate di aver organizzato la rivolta a Bronte.
Bixio aveva in realtà obbedito al diktat "Italia e Vittorio Emanuele" che veniva indicato in tutti i decreti come formula che conferiva poteri pressoché assoluti al fine di imporre l'occupazione in vista dell'unificazione dell'Italia. Nell'art. 1 del decreto del 17 maggio 1860 si legge: "Durante la guerra, il giudizio dei reati...", tale decreto avrà efficacia anche dopo la "sconfitta" dell'esercito borbonico. Da ciò si inferisce che l'occupazione delle terre veniva considerata uno stato di guerra, e le popolazioni "ribelli" dovevano essere trattate come combattenti in guerra. Tutti coloro che si ribellarono al potere sabaudo furono trucidati, repressi, oppure fucilati dopo un processo sommario nei Tribunali di guerra. In altre parole, il popolo italiano fu considerato come un nemico in guerra, e non come compartecipe ai fatti unitari. Nelle sollevazioni, il popolo faceva richieste economiche precise, e la repressione scattava affinché queste richieste venissero ritirate, in quanto non c'era alcuna intenzione da parte dei Savoia di rispettare la sovranità popolare o di rendere più equa la situazione economica dell'Italia.
I massacri della popolazione e le condanne a morte venivano attuati in nome del re (che soltanto con la legge 17 marzo 1861 n. 4671 diventerà ufficialmente re D'Italia), sulla base del decreto 17 maggio 1860 n. 84, da cui si legge "Le sentenze, le decisioni e gli atti pubblici saranno intestati: In nome di Vittorio Emanuele Re d'Italia".
Dietro le scene c'era il Console inglese, John Goodwin, che faceva continue pressioni affinché Garibaldi e l'allora Ministro dell'Interno Francesco Crispi tutelassero a tutti i costi gli interessi agricolo-patrimoniali dei Nelson. Nelle lettere, Goodwin invita a punire l’avvocato Nicola Lombardo: "arrestare l’autore di tale assassinio onde essere giudicato dall’autorità competente e condannato. (6)
I nobili inglesi avevano molti interessi in Sicilia, e permettere ai contadini di appropriarsi di alcune terre da loro occupate significava scatenare una catena di eventi che avrebbe indotto il popolo ad appropriarsi anche di altri beni usurpati da famiglie inglesi, come le miniere.
I fatti di Bronte furono considerati di poco conto e posti sotto silenzio dalla storiografia ufficiale, soprattutto per il grande prestigio che avvolgeva il mito di Garibaldi e dei Mille. I fatti furono in parte chiariti soltanto da uno studioso di Bronte, il professor Benedetto Radice, che pubblicò nell'Archivio Storico per la Sicilia Orientale, nel 1910, una monografia dedicata a Nino Bixio a Bronte (1910, Archivio Storico Siciliano).(7) Dopo questo scritto, molti sapevano dell'eccidio, ma nessuno storico considerò questo e altri fatti per modificare l'interpretazione del Risorgimento italiano.
Secondo Gramsci i fatti di Bronte avevano una valenza politica nazionale: "Fu il dramma di una parte della sinistra impegnata a decidere in Sicilia il nodo dell’egemonia politica del nuovo Stato, ovvero se dovesse essere governato dalla sinistra o dalla destra. Bixio a Bronte reprime i suoi stessi compagni: l’avvocato Lombardo era dalla parte di Bixio".(8)
Si trattò dunque della scelta di istituire uno Stato autoritario e repressivo, volto ad impedire ogni progresso economico e politico. Spiega Antonino Radice: "Contro i diritti primari della gente siciliana Garibaldi scelse quelli impropri dei cittadini inglesi, che furono anteposti così alle genti della zona etnea... La plebe... non vedeva in Garibaldi solo il liberatore dalla tirannide borbonica, ma il liberatore della più dura tirannide, la miseria".(9)
La dura repressione dei brontesi doveva fungere da deterrente per quei comuni, come Castiglione di Sicilia, Linguaglossa, Adrano e Centuripe, che si stavano sollevando.
Nell'ottobre del 1985, il Comune di Bronte pose un monumento alla memoria delle vittime del potere sabaudo. Sulla targa del monumento si legge: "Ad perpetuam rei memoriam che nell'agosto 1860 di cittadini brontesi donò la vita in olocausto - Amministrazione Comunale - 10 ottobre 1985". Ciò nonostante, a pochi metri è rimasta una strada dedicata a Bixio, segno che la Storia del nostro paese non è stata ad oggi compiutamente chiarita e demistificata. I presunti eroi, nonostante l'accertamento dei fatti, non sono ancora stati declassati a criminali, e ancora oggi molte strade e piazze portano i loro nomi.
La resistenza antipiemontese fu molto forte anche in Campania, dove furono massacrate almeno 150.000 persone, completamente cancellate dalla memoria storica italiana. Nel napoletano, quasi ogni famiglia ebbe un morto per la resistenza antiunitaria. Migliaia di persone, notabili, artigiani, commercianti e preti, furono arrestate soltanto perché non favorevoli all'unificazione. Racconta lo studioso Antonio Ciano:
"Le carceri dei piemontesi erano simili a lager. I prigionieri non potevano scrivere né ricevere visite dei parenti o di avvocati, non potevano leggere libri né giornali. Gente onesta, preti, uomini di cultura, militari, avvocati, medici, commercianti, operai, contadini, bambini figli di partigiani o solo nipoti di secondo e terzo grado di manutengoli erano tenuti assieme ad assassini, ladri e malfattori. Le celle erano zeppe, non c'era spazio nemmeno per dormire ed i pidocchi e le zecche imperavano sui corpi nudi del popolo meridionale. Il fetore si alzava dalle carceri; si sentivano urla, a volte i prigionieri esasperati si impiccavano; a volte venivano presi e fucilati per far posto ai nuovi venuti. I carcerieri erano delinquenti e camorristi assoldati dal regime piemontese per premiarli della loro servitù... Il Mezzogiorno d'Italia era diventato il luogo dove si ritornò a sperimentare la tortura, l'incatenamento; il Sud era diventato un inferno dove anche preti e bambini venivano immolati alla causa della patria. I Savoia furono i maggiori responsabili... fecero subito rimpiangere i Borbone: ruberie dappertutto, assassinii, fucilazioni, debiti nei Comuni, nelle Province, nello Stato... distrussero in poco tempo l'economia del Meridione".(10)
Alla fine del 1861, i registri ufficiali notificarono l'uccisione di 1826 persone e l'arresto di 4096. Ma erano escluse dal conteggio le persone uccise o arrestate in numerosi tumulti avvenuti a Benevento, a Caserta e in numerose altre località. L'allora ministro della guerra Alessandro Della Rovere, disse in Parlamento che 80.000 uomini dell'ex armata napoletana, erano stati imprigionati in varie località italiane perché non si erano sottomessi al potere piemontese. C'erano anche migliaia di profughi dei paesi saccheggiati e distrutti.
Si scatenò una furia repressiva immane contro chi non si piegava al nuovo potere, e spesso venivano arrestati i parenti dei resistenti, anche se non c'entravano nulla. La caccia al "brigante" era fatta senza alcuna regola né alcun rispetto dei diritti fondamentali. Il 12 febbraio del 1862 il colonnello della guardia nazionale di Cosenza, Pietro Fumel, emise un bando per distruggere il brigantaggio, le cui parole fanno intendere il livello di crudeltà scatenato:
"Io sottoscritto, avendo avuto la missione di distruggere il brigantaggio, prometto una ricompensa di cento lire per ogni brigante, vivo o morto, che mi sarà portato. Questa ricompensa sarà data ad ogni brigante che ucciderà un suo camerata; gli sarà inoltre risparmiata la vita. Coloro che in onta degli ordini, dessero rifugio o qualunque altro mezzo di sussistenza o di aiuto ai briganti, o vedendoli o conoscendo il luogo ove si trovano nascosti, non ne informassero le truppe e la civile e militare autorità, verranno immediatamente fucilati ... Tutte le capanne di campagna che non sono abitate dovranno essere, nello spazio di tre giorni, scoperchiate e i loro ingressi murati... È proibito di trasportare pane o altra specie di provvigione oltre le abitazioni dei Comuni, e chiunque disubbidirà a questo ordine sarà considerato come complice dei briganti".(11)
Per la repressione furono stanziate sempre più risorse. Nell'agosto del 1862 fu approvata una legge che permetteva una “spesa straordinaria” di lire 23.494.500 per l’acquisto e la fabbricazione di 676.000 fucili da destinarsi alle guardie nazionali che sarebbero state mandate nelle zone in cui c'era brigantaggio. I soldati inviati nel sud aumentarono da 22.000 (1861) a 120.000 (1863).
Il brigantaggio esisteva anche prima dell'Unità d'Italia. Nell'Italia dell'Ottocento, ben prima del Risorgimento, esistevano zone in cui gli abitanti si mostravano sempre meno disposti ad accettare un potere iniquo imposto dai nobili locali e stranieri. Le lotte contro il sistema feudale non erano certo una novità, tuttavia, a metà dell'Ottocento il popolo iniziava ad essere più disposto a rischiare per cambiare le cose.
Il brigantaggio fu utilizzato per reagire al nuovo sistema di potere, che si stava svelando peggiore persino del precedente. Per aggiungere la beffa al danno, l'oligarchia di potere fece in modo da confondere "mafia" con "brigantaggio", nascondendo che si trattava di fenomeni assai diversi: il primo voluto dall'alto per la difesa dei beni sottratti al popolo, il secondo come organizzazione di lotta contro il potere.
La confusione dei termini permetteva di criminalizzare gli oppositori, proprio come oggi avviene col termine "terrorista", utilizzato alla stessa stregua per indicare sia la resistenza nei paesi occupati che coloro che organizzano attentati contro i popoli. Il criminalizzare i contadini aveva lo scopo di giustificare le repressioni e scoraggiare il sostegno. Nonostante la propaganda, molti sapevano che i "briganti" erano coloro che rivendicavano la libertà e lottavano per una vita meno misera. Scriveva nel 1863 il poeta e scrittore Francesco Saverio Sipari:
"Chi sono i Briganti? Lo dirò io, nato e cresciuto tra essi. Il contadino non ha casa, non ha campo, non ha vigna, non ha prato, non ha bosco, non ha armento; non possiede che un metro di terra in comune al camposanto. Non ha letto, non ha vesti, non ha cibo d'uomo, non ha farmachi. Tutto gli è stato rapito dal prete al giaciglio di morte o dal ladroneccio feudale o dall'usura del proprietario o dall'imposta del comune e dello stato... il brigantaggio non è che miseria, è miseria estrema, disperata: le avversioni del clero, e dei caldeggiatori il caduto dominio, e tutto il numeroso elenco delle volute cause originarie di questa piaga sociale sono scuse secondarie e occasionali, che ne abusano e la fanno perdurare. Si facciano i contadini proprietari. Non è cosa così difficile, ruinosa, anarchica e socialista come ne ha la parvenza. Una buona legge sul censimento, a piccoli lotti dei beni della Cassa ecclesiastica e demanio pubblico ad esclusivo vantaggio dei contadini nullatenenti, e il fucile scappa di mano al brigante... Date una moggiata al contadino e si farà scannare per voi, e difenderà la sua terra contro tutte le orde straniere e barbariche dell'Austro-Francia".(12)
Il brigantaggio diventò uno degli argomenti principali del Parlamento italiano. Il deputato Giuseppe Ferrari, nel novembre del 1862, riferì in Parlamento: “Potete chiamarli briganti ma combattono sotto la loro bandiera nazionale; ma i padri di questi briganti hanno riportato per due volte i Borboni sul trono di Napoli… Che cos'è in definitiva il brigantaggio?… È possibile, come il governo vuol far credere che 1.500 uomini comandati da due o tre vagabondi possano tener testa a un intero regno, sorretto da un esercito di 120.000 regolari? Perché questi 1.500 devono essere semidei, eroi! Ho visto una città di 5000 abitanti completamente distrutta [Pontelandolfo]. Da chi? Non dai briganti”.
Il 29 aprile 1862 lo stesso deputato disse che “intere famiglie sono arrestate senza il minimo pretesto; che vi sono, in quelle province, degli uomini assolti dai giudici e che sono ancora in carcere. Si è introdotta una nuova legge in base alla quale ogni uomo preso con le armi in pugno è fucilato. Questa si chiama guerra barbarica, guerra senza quartiere. Se la vostra coscienza non vi dice che state sguazzando nel sangue, non so più come esprimermi.” (13)
La "lotta al brigantaggio" si trasformò in una vera e propria guerra dell’esercito sabaudo contro il popolo. Racconta lo studioso Aldo De Jaco:
"Col terrore i generali piemontesi cercavano di spezzare la solidarietà dei "cafoni" (contadini nda) con i briganti. Ma il terrore non è stata mai arma sufficiente e valida per isolare i combattenti dalla popolazione che li sostiene; così le fucilazioni non liquidarono ma aumentarono la solidarietà popolare per le vittime. La leggenda che faceva dei briganti tanti eroi popolari, paladini e unica speranza dei miseri contro i prepotenti e ricchi, trovava così mille riprove e questa fama assumeva subito due volti opposti: il volto del giustiziere implacabile, per i pastori e le plebi, quello della belva feroce per i benestanti". (14)
Durante la guerra contro il brigantaggio, se da un lato i francesi e gli inglesi si ergevano a giudici dell’operato del governo italiano, dall’altro utilizzavano le difficoltà nel sud per rafforzare lo stereotipo dell’italiano ribelle e mafioso, dando inizio alla tendenza a confondere la ribellione contro il potere con l’organizzazione mafiosa. I fatti di cronaca che riguardavano i briganti suscitarono grande attenzione da parte dei giornali inglesi e francesi. Questi giornali (ad esempio il "Times",) accosteranno spesso, erroneamente, il brigantaggio alla mafia. L’approccio con cui gli inglesi e i francesi tendevano a trattare il problema del brigantaggio aveva una forte impronta razzista, e valutava il fenomeno come un'involuzione dovuta alla inciviltà dei siciliani. Anche altri europei manifestavano un forte razzismo verso i siciliani. Secondo il filosofo Joseph Widmann era evidente che il popolo siciliano fosse ancora primitivo, e aveva donne "megere e scimmiesche".(15) Omologare le lotte dei contadini per la terra con la mafia e la delinquenza significava anche impedire che i contadini dei loro paesi ne seguissero l'esempio. Il razzismo verso l'Italia agevolava il far apparire quelle lotte come dovute alla "barbarie" e all'incapacità di comprendere i moderni principi "liberali". In realtà, era proprio da quei principi che il popolo aveva tratto la forza morale e politica per concepire come possibile un progresso economico e civile.
Anche il duca Alexander Nelson Hood (16) , accostò i briganti ai mafiosi, e attribuì loro gli stessi metodi criminogeni e gli stessi obiettivi. I giornali e la letteratura dell’epoca creeranno e consolideranno lo stereotipo della mafia come frutto popolare dovuto alla povertà e al degrado, e il brigantaggio come fenomeno ad essa legato. Ma tali stereotipi occultavano che il popolo siciliano aveva lottato invano e pacificamente per uscire dalla miseria e dal degrado, ma aveva ricevuto soltanto cannonate. Inoltre, tale immagine della mafia ignorava che essa nasce per il controllo del territorio e per la tutela di interessi privati, e che veniva organizzata e utilizzata dall’élite al potere, locale e straniera. I contadini siciliani erano vittime della mafia, e per loro essa non era affatto vantaggiosa. Paradossalmente, oltre ad essere vittime del controllo criminale mafioso, venivano spacciati anche per responsabili della mafia, come se le due cose potessero coesistere nelle stesse persone.
(continua - PARTE II)
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07 agosto 2007
Esistono retoriche e simbologie assai efficaci a catturare l'animo umano. Fra queste, la retorica delle guerre patriottiche e nazionalistiche, che si basa sul racconto di eventi storici che suscitano orgoglio, commozione e senso di trascendenza morale. Per ottenere questo risultato, le autorità si mostrano disposte anche a mistificare gravemente i fatti, creando falsi eroi e false imprese eroiche. E' il caso degli eventi che portarono all'Unità d'Italia, passati alla Storia come "Risorgimento italiano". A scuola ci hanno raccontato che all'epoca gli italiani elaborarono diversi piani ideologici per raggiungere la tanto desiderata unità nazionale, e che personaggi illustri, come Giuseppe Garibaldi, Nino Bixio, Camillo Benso di Cavour e Vittorio Emanuele II, in perfetta sintonia con ciò che gli italiani volevano, operarono per unire il paese dopo secoli di dominazione straniera. Il periodo risorgimentale emerge dunque come un momento storico ricco di idee che infervorarono gli animi degli italiani, che praticamente all'unanimità desiderarono porsi sotto l'autorevole potere dei Savoia. Tutto questo è molto commovente e lusinghiero, peccato che sia frutto di una mistificazione degli eventi reali.
In realtà l'Unità d'Italia fu un evento voluto "dall'alto", ossia dalle autorità dei paesi egemoni (Inghilterra e Francia), e i Savoia non guardarono tanto all'interesse e alla volontà della popolazione quanto ai vantaggi personali e a quelli dell'élite a cui appartenevano.
Anche all'epoca dei fatti c'erano molte persone che nutrivano dubbi sull'idea che Cavour o Vittorio Emanuele II avessero a cuore le genti del meridione d'Italia. Si raccontava che Cavour, che non era mai stato nel sud Italia, avesse riferito in Parlamento "non solo di aver fino allora creduto che in Sicilia si parlasse arabo ma che di quest’isola ben poco egli conosceva, essendogli invece più familiare la storia dell’Inghilterra". (1) Anche Bixio non aveva mostrato molta considerazione per la Sicilia, quando aveva scritto alla moglie: "(La Sicilia) è un paese che bisognerebbe distruggere, e mandarli in Africa a farsi civili".(2)
Di certo, sia Cavour che Vittorio Emanuele II non avevano alcun interesse a migliorare le condizioni del sud Italia, mentre ne avevano parecchio a difendere gli interessi dei proprietari terrieri e dell'oligarchia dominante. Lo stesso Cavour apparteneva alla ricca classe nobiliare terriera piemontese.
L'Inghilterra iniziò ad imporre il suo potere nel Mediterraneo in seguito alle guerre napoleoniche, e aveva l'obiettivo di accrescere il suo dominio. I Borbone non si erano sempre mostrati completamente sottomessi alle autorità inglesi, e desideravano concludere accordi con l'Impero Russo, che voleva avere una base navale nel Mediterraneo. Anche la Francia mirava ad accrescere il proprio potere sull'Italia, creando un protettorato sullo Stato Pontificio e mettendo un principe francese nelle Due Sicilie.
Le due potenze decisero dunque di appoggiare il progetto dell'Unità d'Italia sotto il potere Sabaudo, seppure con obiettivi diversi o contrastanti.
A partire dal 1848, la Gran Bretagna dette ingenti prestiti ai Savoia, per intraprendere le guerre di unificazione nazionale. In quel periodo gli inglesi parlavano della famiglia borbonica in modo assai sprezzante. Ferdinando II (morto nel 1859) e Francesco II venivano descritti come tiranni dalla propaganda britannica, allo stesso modo in cui gli Usa descrissero Saddam Hussein nella propaganda precedente all’invasione dell’Iraq. L’intenzione di spodestarli risultava sempre più chiara. A tale scopo gli inglesi corruppero alcuni dei generali borbonici, come il generale Francesco Landi. Nel maggio del 1863, Lord Henry Lennox dirà alla Camera dei Lords che in realtà era stata l’Inghilterra a realizzare l’Unità d’Italia, più che Garibaldi.
Il piano Risorgimentale fu preparato con precisione e accuratezza, nulla fu lasciato al caso. Per meglio coordinare gli uomini coinvolti furono utilizzate le logge massoniche. Lo storico Salvatore Lupo sostiene che "durante la cospirazione risorgimentale esisteva una rete clandestina ispirata alla massoneria".(3) Le logge massoniche coinvolsero tutti i maggiori protagonisti dell’Unità d’Italia, compreso Garibaldi.
Le logge si occuparono anche di organizzare la propaganda per coinvolgere quante più persone possibile, convincendo a credere che il potere sabaudo sarebbe stato rispettoso dell'identità nazionale e dei diritti di tutti i cittadini.
Iniziarono a circolare idee propagandistiche sul nazionalismo dei popoli e sulla libertà dallo straniero, che praticava un "dispotismo oppressivo" attraverso i governi imposti dall'Austria e dai Borbone.
Il concetto politico di "nazione", elaborato nel secolo precedente, era assai efficace perché toccava corde emotive molto profonde, e induceva a credere che attraverso lotte armate si potesse conquistare la libertà. In tal modo si istigavano le masse alla sollevazione, controllando dall'alto l'esito e orientando i popoli verso idee "liberali". L'inganno consisteva nel far credere di lottare per la libertà, mentre in realtà si trattava di seguire chi avrebbe imposto un nuovo sistema di potere.
Nonostante la massiccia propaganda fatta tramite pubblicazioni, giornali e opuscoli, moltissime persone rimasero diffidenti e altre avversarono apertamente il processo di unificazione dell'Italia. Specie in alcune regioni, come la Campania, la Calabria e la Sicilia, si ebbe una guerra aperta contro il nuovo potere, che durò oltre dieci anni e si concluse con la capitolazione del popolo e una serie innumerevole di violenze e massacri, ad oggi non chiariti o insabbiati.
Il Regno Sabaudo, come altri, si era fortemente indebitato coi Rothschild e altre famiglie di banchieri, e tale debito lo poneva in posizione di debolezza verso la volontà del gruppo che deteneva il potere finanziario. In altre parole, i Savoia dovevano dar conto a chi aveva nelle mani la gestione delle risorse finanziarie. Agendo in totale armonia con l'interesse di questi personaggi la casa Savoia avrebbe avuto ulteriori prestiti e vantaggi, al contrario, se avesse sfidato tale oligarchia non avrebbe potuto estendere il proprio potere sull'Italia, essendo privata dell'appoggio finanziario e militare.
Prima dell'Unità d'Italia la situazione economico-finanziaria dei Savoia versava in gravi, condizioni, e l'occupazione dell'intera penisola avrebbe permesso loro di mettere le mani sulle banche e sulle ricchezze delle regioni occupate.
Il nord Italia, al contrario di ciò che viene detto su molti libri di Storia, prima dell'Unità d'Italia aveva risorse assai modeste. In Piemonte c'erano soltanto poche Casse di risparmio e i Monti di Pietà e il commercio era assai modesto. In Lombardia non c'era nessuna banca di emissione e le esigue attività commerciali si valevano della banca austriaca. Se non vi fosse stata l'occupazione del sud e il successivo sfruttamento coloniale, probabilmente, non sarebbero sorte le grandi industrie del nord, create da famiglie appartenenti all'élite dominante.
Il paese, dopo l'Unità, sarà reso disomogeneo e diseguale. L’unificazione politica avrebbe costretto l’industria del sud a rinunciare ad ogni protezionismo, indebolendosi e avvantaggiando lo sviluppo di quella del nord. Il sistema economico era strutturato in modo da far soccombere il più debole, come ebbe ad osservare il 25 maggio del 1861, il deputato Giuseppe Polsinelli, industriale nel settore laniero, durante una seduta in Parlamento: "La Francia e l’Inghilterra predicano il libero scambio, dopo aver avuto per secoli una copertura grandissima, e la Francia anche la proibizione. Esse dicono a noi: facciamo liberamente il commercio, apriteci il vostro mercato. Ma questa, o signori, è la lotta di un gigante con un bambino".
L'11 maggio del 1860 i Mille sbarcarono a Marsala, favoriti dalle navi della flotta inglese "Intrepid" e "H.M.S. Argus", ormeggiate nel porto di Marsala (la flotta borbonica non avrebbe mai attaccato gli inglesi). Fra i Mille c'erano diversi delinquenti comuni. Garibaldi aveva scritto: "Francesco Crispi arruola chiunque: ladri, assassini e criminali di ogni sorta". (4)
Lo stesso Garibaldi, prima di diventare "l'eroe dei due mondi" era considerato un criminale, avendo praticato il traffico di schiavi e il saccheggio mediante la "guerra di corsa" per conto degli inglesi. Nell'America del sud era stato arrestato e condannato per aver rubato cavalli. Gli stessi Savoia non lo stimavano granché. In una lettera inviata a Cavour, Vittorio Emanuele II, dopo lo storico "incontro di Teano", si lamentava del comportamento di Garibaldi: "Come avrete visto, ho liquidato rapidamente la sgradevolissima faccenda Garibaldi, sebbene - siatene certo - questo personaggio non è affatto così docile né così onesto come lo si dipinge, e come voi stesso ritenete. Il suo talento militare è molto modesto, come prova l'affare di Capua, e il male immenso che è stato commesso qui, ad esempio l'infame furto di tutto il denaro dell'erario, è da attribuirsi interamente a lui, che s'è circondato di canaglie, ne ha seguito i cattivi consigli e ha piombato questo infelice paese in una situazione spaventosa". (5)
L'ammiraglio piemontese Carlo Pellion Di Persano ebbe dagli inglesi l'incarico di corrompere ufficiali e politici borbonici. Egli arrivò a Napoli prima dei garibaldini, per corrompere gli ufficiali borbonici offrendo somme ingenti di denaro. Questo spiega il motivo per cui molti generali dell'esercito borbonico si rifiutarono di combattere.
I Borbone, che avevano un esercito di almeno 25.000 uomini, inviarono in Sicilia soltanto 2.500 uomini, probabilmente con l'ordine di non combattere. Le grandi vittorie garibaldine contro l'esercito borbonico sarebbero dunque un'invenzione. Gli sconfitti, come ricorda Gigi Di Fiore nel suo libro "I vinti del Risorgimento", furono in realtà i contadini e i pastori pugliesi, siciliani, napoletani, calabresi, abbruzzesi, campani e molisani.
Dell'impresa dei Mille non si conosce tutto poiché i documenti che accompagnavano la spedizione andarono distrutti. Nel febbraio del 1861 Ippolito Nievo, che era stato responsabile amministrativo dei Mille, fu incaricato di recuperare tutta la documentazione amministrativa per portarla a Torino. Stranamente, il mese successivo, la nave su cui si trovavano i documenti affondò, e non venne recuperato né il relitto, né i morti e i loro beni. In tal modo rimasero sepolti nel mare documenti riguardanti l'impresa dei garibaldini.
Ciò che sappiamo per certo è che i Mille commisero massacri, soprusi, saccheggi e violenze, in seguito ai quali si formò una vera e propria resistenza popolare, capeggiata da ex garibaldini o da contadini, come Carmine Crocco, Nicola Summa e Domenico Romano, che liberarono molti paesi, prima di essere sconfitti.
L'impresa militare dei Mille fu diretta soprattutto contro la popolazione, con lo scopo di sottometterla al nuovo potere. Garibaldi, nel 1864, sarà accolto con onore dalla regina d'Inghilterra e dal ministro Henry John Palmerston. In quell'incontro egli ringraziò le autorità inglesi per l'appoggio dato alla spedizione dei Mille.
I garibaldini combatterono contro contadini e pastori, che non erano fervidi sostenitori del potere borbonico. I contadini non volevano riportare sul trono i Borbone, ma volevano le terre e la libertà. Cipriano La Gala, un capobanda, ad un avvocato inviato dai Borboni disse: "Tu hai studiato, sei avvocato, e credi che noi fatichiamo per Francesco II?"
La reazione piemontese alla resistenza fu feroce: interi paesi furono distrutti a cannonate e molti dissidenti furono catturati e fucilati, anche quelli che non avevano imbracciato le armi.
Le popolazioni venivano terrorizzate con distruzioni, saccheggi, stupri e ogni genere di violenza. Ad esempio, il 14 agosto del 1861, a Pontelandolfo e Casalduni si ebbero incendi di case, saccheggi, violenze e stupri. Oltre cento persone morirono, alcune delle quali furono decapitate per poter esporre le teste mozzate come deterrente alla resistenza. Le persone che commisero questi crimini sono le stesse celebrate come eroi e il cui nome è ricordato nelle nostre vie e piazze.
Nell'estate del 1860, scoppiarono tumulti nelle zone della Sicilia più povere: Ragalbuto, Polizzi, Tusa, Biancavilla, Racalmuto, Nicosia, Cesarò, Randazzo, Maletto, Petralia, Resuttano, Castelnuovo, Montemaggiore, Capace, Castiglione, Collesano, Centuripe, Mirto, Caronia, Alcara li Fusi, Nissoria, Cerami e Mistretta. Erano tutti paesi costretti da tempo a subire le angherie dei mafiosi e a vivere nella più totale miseria. Ora chiedevano giustizia e libertà, e si mostravano disposti a combattere per riavere le loro terre.
I contadini siciliani volevano le terre che erano state loro sottratte attraverso "donazioni" che la Chiesa o i Borbone avevano fatto ad aristocratici locali o stranieri (soprattutto inglesi). Nell'agosto del 1860 Nino Bixio represse nel sangue le proteste a Biancavilla, Cesarò, Randazzo, Maletto e Bronte. In quest'ultima località si trascinava da molti anni una situazione drammatica: l'intero paese era stato occupato dai parenti di Nelson, in seguito alla concessione di un feudo da parte del re Borbone all'ammiraglio Nelson. Era sorta la ducea di Bronte, che pretendeva tasse altissime e costringeva la popolazione a vivere in totale miseria. Impropriamente, si definirono i contadini brontesi "comunisti", ma in realtà essi volevano semplicemente una parte delle terre usurpate, e non avevano intenti ideologici.
Con l'avvento di Garibaldi, i contadini siciliani si erano illusi di poter avere quella libertà che chiedevano. Con un decreto, Garibaldi abolì la tassa sul macinato e ogni altra tassa imposta dal potere precedente. Il 2 giugno 1860 emanò norme per la divisione delle terre dei demani comunali, assegnandone una quota ai combattenti garibaldini o ai loro eredi, se caduti. Con queste riforme Garibaldi accrebbe la sua popolarità, e accese le speranze dei siciliani, che però ben presto dovettero accorgersi che le riforme erano state soltanto un atto propagandistico, poiché le tasse da pagare erano quelle di prima e la redistribuzione delle terre non era avvenuta.
A Bronte i contadini avevano fatto ricorso alla giustizia, sostenuti dall'avvocato Nicola Lombardo, ma tutte le cause intentate contro gli usurpatori delle loro terre erano fallite. L'unica strada rimasta era quella della sollevazione.
La repressione di Bronte fu feroce, gli insorti furono massacrati durante i tumulti o arrestati e fucilati in seguito. Furono fucilate almeno cento persone, che in nome dei principi propugnati dallo stesso Garibaldi si erano riappropriate di alcune terre usurpate dai parenti di Nelson.
La responsabilità del massacro di Bronte sarà attribuita a Nino Bixio, che in una serie di lettere documentò gli eventi che portarono al fatto criminale. Ad esempio, in una di queste, scritta il 7 agosto 1860 e inviata al maggiore Giuseppe Dezza, dice di aver messo le "unghie addosso a uno dei capi". Si raccontò anche l'episodio del garzone che chiese il permesso di portare due uova all'avvocato Lombardo, che si trovava in carcere, a cui Bixio disse cinicamente: "altro che uova, domani avrà due palle in fronte!". Lombardo sarà fucilato insieme ad altre quattro persone, accusate di aver organizzato la rivolta a Bronte.
Bixio aveva in realtà obbedito al diktat "Italia e Vittorio Emanuele" che veniva indicato in tutti i decreti come formula che conferiva poteri pressoché assoluti al fine di imporre l'occupazione in vista dell'unificazione dell'Italia. Nell'art. 1 del decreto del 17 maggio 1860 si legge: "Durante la guerra, il giudizio dei reati...", tale decreto avrà efficacia anche dopo la "sconfitta" dell'esercito borbonico. Da ciò si inferisce che l'occupazione delle terre veniva considerata uno stato di guerra, e le popolazioni "ribelli" dovevano essere trattate come combattenti in guerra. Tutti coloro che si ribellarono al potere sabaudo furono trucidati, repressi, oppure fucilati dopo un processo sommario nei Tribunali di guerra. In altre parole, il popolo italiano fu considerato come un nemico in guerra, e non come compartecipe ai fatti unitari. Nelle sollevazioni, il popolo faceva richieste economiche precise, e la repressione scattava affinché queste richieste venissero ritirate, in quanto non c'era alcuna intenzione da parte dei Savoia di rispettare la sovranità popolare o di rendere più equa la situazione economica dell'Italia.
I massacri della popolazione e le condanne a morte venivano attuati in nome del re (che soltanto con la legge 17 marzo 1861 n. 4671 diventerà ufficialmente re D'Italia), sulla base del decreto 17 maggio 1860 n. 84, da cui si legge "Le sentenze, le decisioni e gli atti pubblici saranno intestati: In nome di Vittorio Emanuele Re d'Italia".
Dietro le scene c'era il Console inglese, John Goodwin, che faceva continue pressioni affinché Garibaldi e l'allora Ministro dell'Interno Francesco Crispi tutelassero a tutti i costi gli interessi agricolo-patrimoniali dei Nelson. Nelle lettere, Goodwin invita a punire l’avvocato Nicola Lombardo: "arrestare l’autore di tale assassinio onde essere giudicato dall’autorità competente e condannato. (6)
I nobili inglesi avevano molti interessi in Sicilia, e permettere ai contadini di appropriarsi di alcune terre da loro occupate significava scatenare una catena di eventi che avrebbe indotto il popolo ad appropriarsi anche di altri beni usurpati da famiglie inglesi, come le miniere.
I fatti di Bronte furono considerati di poco conto e posti sotto silenzio dalla storiografia ufficiale, soprattutto per il grande prestigio che avvolgeva il mito di Garibaldi e dei Mille. I fatti furono in parte chiariti soltanto da uno studioso di Bronte, il professor Benedetto Radice, che pubblicò nell'Archivio Storico per la Sicilia Orientale, nel 1910, una monografia dedicata a Nino Bixio a Bronte (1910, Archivio Storico Siciliano).(7) Dopo questo scritto, molti sapevano dell'eccidio, ma nessuno storico considerò questo e altri fatti per modificare l'interpretazione del Risorgimento italiano.
Secondo Gramsci i fatti di Bronte avevano una valenza politica nazionale: "Fu il dramma di una parte della sinistra impegnata a decidere in Sicilia il nodo dell’egemonia politica del nuovo Stato, ovvero se dovesse essere governato dalla sinistra o dalla destra. Bixio a Bronte reprime i suoi stessi compagni: l’avvocato Lombardo era dalla parte di Bixio".(8)
Si trattò dunque della scelta di istituire uno Stato autoritario e repressivo, volto ad impedire ogni progresso economico e politico. Spiega Antonino Radice: "Contro i diritti primari della gente siciliana Garibaldi scelse quelli impropri dei cittadini inglesi, che furono anteposti così alle genti della zona etnea... La plebe... non vedeva in Garibaldi solo il liberatore dalla tirannide borbonica, ma il liberatore della più dura tirannide, la miseria".(9)
La dura repressione dei brontesi doveva fungere da deterrente per quei comuni, come Castiglione di Sicilia, Linguaglossa, Adrano e Centuripe, che si stavano sollevando.
Nell'ottobre del 1985, il Comune di Bronte pose un monumento alla memoria delle vittime del potere sabaudo. Sulla targa del monumento si legge: "Ad perpetuam rei memoriam che nell'agosto 1860 di cittadini brontesi donò la vita in olocausto - Amministrazione Comunale - 10 ottobre 1985". Ciò nonostante, a pochi metri è rimasta una strada dedicata a Bixio, segno che la Storia del nostro paese non è stata ad oggi compiutamente chiarita e demistificata. I presunti eroi, nonostante l'accertamento dei fatti, non sono ancora stati declassati a criminali, e ancora oggi molte strade e piazze portano i loro nomi.
La resistenza antipiemontese fu molto forte anche in Campania, dove furono massacrate almeno 150.000 persone, completamente cancellate dalla memoria storica italiana. Nel napoletano, quasi ogni famiglia ebbe un morto per la resistenza antiunitaria. Migliaia di persone, notabili, artigiani, commercianti e preti, furono arrestate soltanto perché non favorevoli all'unificazione. Racconta lo studioso Antonio Ciano:
"Le carceri dei piemontesi erano simili a lager. I prigionieri non potevano scrivere né ricevere visite dei parenti o di avvocati, non potevano leggere libri né giornali. Gente onesta, preti, uomini di cultura, militari, avvocati, medici, commercianti, operai, contadini, bambini figli di partigiani o solo nipoti di secondo e terzo grado di manutengoli erano tenuti assieme ad assassini, ladri e malfattori. Le celle erano zeppe, non c'era spazio nemmeno per dormire ed i pidocchi e le zecche imperavano sui corpi nudi del popolo meridionale. Il fetore si alzava dalle carceri; si sentivano urla, a volte i prigionieri esasperati si impiccavano; a volte venivano presi e fucilati per far posto ai nuovi venuti. I carcerieri erano delinquenti e camorristi assoldati dal regime piemontese per premiarli della loro servitù... Il Mezzogiorno d'Italia era diventato il luogo dove si ritornò a sperimentare la tortura, l'incatenamento; il Sud era diventato un inferno dove anche preti e bambini venivano immolati alla causa della patria. I Savoia furono i maggiori responsabili... fecero subito rimpiangere i Borbone: ruberie dappertutto, assassinii, fucilazioni, debiti nei Comuni, nelle Province, nello Stato... distrussero in poco tempo l'economia del Meridione".(10)
Alla fine del 1861, i registri ufficiali notificarono l'uccisione di 1826 persone e l'arresto di 4096. Ma erano escluse dal conteggio le persone uccise o arrestate in numerosi tumulti avvenuti a Benevento, a Caserta e in numerose altre località. L'allora ministro della guerra Alessandro Della Rovere, disse in Parlamento che 80.000 uomini dell'ex armata napoletana, erano stati imprigionati in varie località italiane perché non si erano sottomessi al potere piemontese. C'erano anche migliaia di profughi dei paesi saccheggiati e distrutti.
Si scatenò una furia repressiva immane contro chi non si piegava al nuovo potere, e spesso venivano arrestati i parenti dei resistenti, anche se non c'entravano nulla. La caccia al "brigante" era fatta senza alcuna regola né alcun rispetto dei diritti fondamentali. Il 12 febbraio del 1862 il colonnello della guardia nazionale di Cosenza, Pietro Fumel, emise un bando per distruggere il brigantaggio, le cui parole fanno intendere il livello di crudeltà scatenato:
"Io sottoscritto, avendo avuto la missione di distruggere il brigantaggio, prometto una ricompensa di cento lire per ogni brigante, vivo o morto, che mi sarà portato. Questa ricompensa sarà data ad ogni brigante che ucciderà un suo camerata; gli sarà inoltre risparmiata la vita. Coloro che in onta degli ordini, dessero rifugio o qualunque altro mezzo di sussistenza o di aiuto ai briganti, o vedendoli o conoscendo il luogo ove si trovano nascosti, non ne informassero le truppe e la civile e militare autorità, verranno immediatamente fucilati ... Tutte le capanne di campagna che non sono abitate dovranno essere, nello spazio di tre giorni, scoperchiate e i loro ingressi murati... È proibito di trasportare pane o altra specie di provvigione oltre le abitazioni dei Comuni, e chiunque disubbidirà a questo ordine sarà considerato come complice dei briganti".(11)
Per la repressione furono stanziate sempre più risorse. Nell'agosto del 1862 fu approvata una legge che permetteva una “spesa straordinaria” di lire 23.494.500 per l’acquisto e la fabbricazione di 676.000 fucili da destinarsi alle guardie nazionali che sarebbero state mandate nelle zone in cui c'era brigantaggio. I soldati inviati nel sud aumentarono da 22.000 (1861) a 120.000 (1863).
Il brigantaggio esisteva anche prima dell'Unità d'Italia. Nell'Italia dell'Ottocento, ben prima del Risorgimento, esistevano zone in cui gli abitanti si mostravano sempre meno disposti ad accettare un potere iniquo imposto dai nobili locali e stranieri. Le lotte contro il sistema feudale non erano certo una novità, tuttavia, a metà dell'Ottocento il popolo iniziava ad essere più disposto a rischiare per cambiare le cose.
Il brigantaggio fu utilizzato per reagire al nuovo sistema di potere, che si stava svelando peggiore persino del precedente. Per aggiungere la beffa al danno, l'oligarchia di potere fece in modo da confondere "mafia" con "brigantaggio", nascondendo che si trattava di fenomeni assai diversi: il primo voluto dall'alto per la difesa dei beni sottratti al popolo, il secondo come organizzazione di lotta contro il potere.
La confusione dei termini permetteva di criminalizzare gli oppositori, proprio come oggi avviene col termine "terrorista", utilizzato alla stessa stregua per indicare sia la resistenza nei paesi occupati che coloro che organizzano attentati contro i popoli. Il criminalizzare i contadini aveva lo scopo di giustificare le repressioni e scoraggiare il sostegno. Nonostante la propaganda, molti sapevano che i "briganti" erano coloro che rivendicavano la libertà e lottavano per una vita meno misera. Scriveva nel 1863 il poeta e scrittore Francesco Saverio Sipari:
"Chi sono i Briganti? Lo dirò io, nato e cresciuto tra essi. Il contadino non ha casa, non ha campo, non ha vigna, non ha prato, non ha bosco, non ha armento; non possiede che un metro di terra in comune al camposanto. Non ha letto, non ha vesti, non ha cibo d'uomo, non ha farmachi. Tutto gli è stato rapito dal prete al giaciglio di morte o dal ladroneccio feudale o dall'usura del proprietario o dall'imposta del comune e dello stato... il brigantaggio non è che miseria, è miseria estrema, disperata: le avversioni del clero, e dei caldeggiatori il caduto dominio, e tutto il numeroso elenco delle volute cause originarie di questa piaga sociale sono scuse secondarie e occasionali, che ne abusano e la fanno perdurare. Si facciano i contadini proprietari. Non è cosa così difficile, ruinosa, anarchica e socialista come ne ha la parvenza. Una buona legge sul censimento, a piccoli lotti dei beni della Cassa ecclesiastica e demanio pubblico ad esclusivo vantaggio dei contadini nullatenenti, e il fucile scappa di mano al brigante... Date una moggiata al contadino e si farà scannare per voi, e difenderà la sua terra contro tutte le orde straniere e barbariche dell'Austro-Francia".(12)
Il brigantaggio diventò uno degli argomenti principali del Parlamento italiano. Il deputato Giuseppe Ferrari, nel novembre del 1862, riferì in Parlamento: “Potete chiamarli briganti ma combattono sotto la loro bandiera nazionale; ma i padri di questi briganti hanno riportato per due volte i Borboni sul trono di Napoli… Che cos'è in definitiva il brigantaggio?… È possibile, come il governo vuol far credere che 1.500 uomini comandati da due o tre vagabondi possano tener testa a un intero regno, sorretto da un esercito di 120.000 regolari? Perché questi 1.500 devono essere semidei, eroi! Ho visto una città di 5000 abitanti completamente distrutta [Pontelandolfo]. Da chi? Non dai briganti”.
Il 29 aprile 1862 lo stesso deputato disse che “intere famiglie sono arrestate senza il minimo pretesto; che vi sono, in quelle province, degli uomini assolti dai giudici e che sono ancora in carcere. Si è introdotta una nuova legge in base alla quale ogni uomo preso con le armi in pugno è fucilato. Questa si chiama guerra barbarica, guerra senza quartiere. Se la vostra coscienza non vi dice che state sguazzando nel sangue, non so più come esprimermi.” (13)
La "lotta al brigantaggio" si trasformò in una vera e propria guerra dell’esercito sabaudo contro il popolo. Racconta lo studioso Aldo De Jaco:
"Col terrore i generali piemontesi cercavano di spezzare la solidarietà dei "cafoni" (contadini nda) con i briganti. Ma il terrore non è stata mai arma sufficiente e valida per isolare i combattenti dalla popolazione che li sostiene; così le fucilazioni non liquidarono ma aumentarono la solidarietà popolare per le vittime. La leggenda che faceva dei briganti tanti eroi popolari, paladini e unica speranza dei miseri contro i prepotenti e ricchi, trovava così mille riprove e questa fama assumeva subito due volti opposti: il volto del giustiziere implacabile, per i pastori e le plebi, quello della belva feroce per i benestanti". (14)
Durante la guerra contro il brigantaggio, se da un lato i francesi e gli inglesi si ergevano a giudici dell’operato del governo italiano, dall’altro utilizzavano le difficoltà nel sud per rafforzare lo stereotipo dell’italiano ribelle e mafioso, dando inizio alla tendenza a confondere la ribellione contro il potere con l’organizzazione mafiosa. I fatti di cronaca che riguardavano i briganti suscitarono grande attenzione da parte dei giornali inglesi e francesi. Questi giornali (ad esempio il "Times",) accosteranno spesso, erroneamente, il brigantaggio alla mafia. L’approccio con cui gli inglesi e i francesi tendevano a trattare il problema del brigantaggio aveva una forte impronta razzista, e valutava il fenomeno come un'involuzione dovuta alla inciviltà dei siciliani. Anche altri europei manifestavano un forte razzismo verso i siciliani. Secondo il filosofo Joseph Widmann era evidente che il popolo siciliano fosse ancora primitivo, e aveva donne "megere e scimmiesche".(15) Omologare le lotte dei contadini per la terra con la mafia e la delinquenza significava anche impedire che i contadini dei loro paesi ne seguissero l'esempio. Il razzismo verso l'Italia agevolava il far apparire quelle lotte come dovute alla "barbarie" e all'incapacità di comprendere i moderni principi "liberali". In realtà, era proprio da quei principi che il popolo aveva tratto la forza morale e politica per concepire come possibile un progresso economico e civile.
Anche il duca Alexander Nelson Hood (16) , accostò i briganti ai mafiosi, e attribuì loro gli stessi metodi criminogeni e gli stessi obiettivi. I giornali e la letteratura dell’epoca creeranno e consolideranno lo stereotipo della mafia come frutto popolare dovuto alla povertà e al degrado, e il brigantaggio come fenomeno ad essa legato. Ma tali stereotipi occultavano che il popolo siciliano aveva lottato invano e pacificamente per uscire dalla miseria e dal degrado, ma aveva ricevuto soltanto cannonate. Inoltre, tale immagine della mafia ignorava che essa nasce per il controllo del territorio e per la tutela di interessi privati, e che veniva organizzata e utilizzata dall’élite al potere, locale e straniera. I contadini siciliani erano vittime della mafia, e per loro essa non era affatto vantaggiosa. Paradossalmente, oltre ad essere vittime del controllo criminale mafioso, venivano spacciati anche per responsabili della mafia, come se le due cose potessero coesistere nelle stesse persone.
(continua - PARTE II)
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RISORGIMENTO INSANGUINATO PARTE II Elezioni e Plebisciti-burla
Di Antonella Randazzo
07 agosto 2007
Il 21 ottobre 1860, come nelle migliori tradizioni "democratiche", si svolse la votazione per l'annessione della Sicilia al Piemonte. Con la collaborazione della mafia, venne creato un clima intimidatorio. Su una popolazione di 2.400.000 abitanti, votarono soltanto 432.720 cittadini (il 18%). Dei votanti, 432.053 votarono "Sì" e 667 "No". Il ministro Henry Eliot, ambasciatore inglese a Napoli, nel suo rapporto al governo scrisse: "Moltissimi vogliono l'autonomia, nessuno l'annessione; ma i pochi che votano sono costretti a votare per questa".
E un altro ministro inglese, John Russel, comunicò: "I voti del suffragio in questi regni non hanno il minimo valore". (17)
I Plebisciti-burla si svolsero anche nelle altre regioni. Si trattava di un metodo per far passare l'Unità d'Italia come voluta dal popolo, mentre in realtà non era così, ma questo doveva apparire.
In Campania le votazioni erano controllate dai camorristi, che bastonavano quelli che votavano "No", e qualcuno morì misteriosamente. Camorristi, piemontesi e garibaldini votarono diverse volte per accrescere la quantità di votanti per il "Si". Cesare Cantù spiegò come si svolsero a Napoli le operazioni di voto:
"Il plebiscito giunge fino al ridicolo, poiché oltre a chiamare tutti a votare sopra un soggetto dove la più parte erano incompetenti, senza tampoco accertare l'identità delle persone e fin votando i soldati, si deponevano in urne distinte i SI e i NO, che lo rendeva manifesto il voto; e fischi, e colpi e coltellate a chi lo desse contrario. Un villano gridò: Viva Francesco II! E fu ucciso all'istante".(18)
In Toscana votò soltanto il 19% della popolazione. Come nelle altre regioni, votarono soprattutto gli appartenenti alla classe ricca o benestante. In Veneto venne dato l'ordine alle autorità di "assicurare S. E. che della medesima non mancherà di adoperarsi affinché la votazione abbia a riuscire di unanime accordo pella dedica a S.M. il Re Vittorio Emanuele II".(19) I votanti veneti furono meno di 650.000 (641.000 votarono "Si" e 69 "No") su una popolazione di 2.500.000 di abitanti, (votarono il 26%). Gli aventi diritto al voto erano soltanto i maschi che avevano compiuto 21 anni.
Le operazioni di voto non erano segrete, come racconta Silvio Eupani:
"Le autorità comunali avevano preparato e distribuito dei biglietti col Si e col No di colore diverso; inoltre, ogni elettore, presentandosi ai componenti del seggio, pronunciava il proprio nome e consegnava il biglietto al presidente che lo depositava nell'urna".(20)
Anche in Veneto si ebbero diverse rivolte e manifestazioni antiunitarie, ad esempio a Thiene, a S. Germano a Cavarzere al Cadore e a Legnago, fatti completamente occultati dalla storiografia ufficiale, che racconta di un consenso unanime. In alcune zone del Veneto furono create persino filastrocche antiunitarie. Alcuni versi recitavano: "Co le teste dei taliani zogaremo le borele (bocce) e Vittorio Manuele metaremo par balin". Una canzone diceva: "Vegnerà Vitorio Manuele se patirà nà stissa de coele - l vegnarà con mostaci e barbeta se patirà 'na fame maledeta e più avanti - Se dura il furor dei monumenti un monumento avrà Quintino Sella che con un tratto di saggezza rara la polenta ci ha resa assai più cara".
I veneti, come i meridionali, capivano che il nuovo potere li avrebbe saccheggiati e affamarli.
La conseguenza dell'annessione del Veneto fu una massiccia emigrazione dei veneti, costretti a cercare fortuna in America, soprattutto nell'America Latina, dove molti finirono a lavorare nei campi al posto degli schiavi liberati. La valanga migratoria dei contadini del sud si avrà diversi anni dopo rispetto a quella veneta, perché i meridionali non avevano nemmeno il denaro per pagare il viaggio e dovevano prima racimolarlo.
Nei primi anni del Regno d'Italia i siciliani subirono un enorme saccheggio, le casse della regione furono svuotate e persino i beni demaniali ed ecclesiastici furono venduti. Alcuni studiosi ci forniscono un'immagine del sud preunitario ben diversa da quella fornita dai libri scolastici. Ad esempio, lo storico Nicola Zitara spiega: "(Il sud borbonico era) Un paese strutturato economicamente sulle sue dimensioni. Essendo, a quel tempo, gli scambi con l'estero facilitati dal fatto che nel settore delle produzioni mediterranee il paese meridionale era il più avanzato al mondo, saggiamente i Borbone avevano scelto di trarre tutto il profitto possibile dai doni elargiti dalla natura e di proteggere la manifattura dalla concorrenza straniera. Il consistente surplus della bilancia commerciale permetteva il finanziamento d'industrie, le quali, erano sufficientemente grandi e diffuse, sebbene ancora non perfette e con una capacità di proiettarsi sul mercato internazionale limitata, come, d'altra parte, tutta l'industria italiana del tempo (e dei successivi cento anni)... Il Paese era pago di sé, alieno da ogni forma di espansionismo territoriale e coloniale. La sua evoluzione economica era lenta, ma sicura. Chi reggeva lo Stato era contrario alle scommesse politiche e preferiva misurare la crescita in relazione all'occupazione delle classi popolari. Nel sistema napoletano, la borghesia degli affari non era la classe egemone, a cui gli interessi generali erano ottusamente sacrificati, come nel Regno sardo, ma era una classe al servizio dell'economia nazionale".(21)
Con l'occupazione delle regioni italiane, i Savoia si impadronirono di notevoli risorse, mettendo le mani anche sull'oro delle Banche e sui beni ecclesiastici. Spiega Zitara: "Senza il saccheggio del risparmio storico del paese borbonico, l'Italia sabauda non avrebbe avuto un avvenire. Sulla stessa risorsa faceva assegnamento la Banca Nazionale degli Stati Sardi. La montagna di denaro circolante al Sud avrebbe fornito cinquecento milioni di monete d'oro e d'argento, una massa imponente da destinare a riserva, su cui la banca d'emissione sarda - che in quel momento ne aveva soltanto per cento milioni... per i piemontesi, il saccheggio del Sud era l'unica risposta a portata di mano, per tentare di superare i guai in cui s'erano messi".(22)
Con la Legge Pica (legge marziale), approvata nell'agosto del 1863, si dava mano libera "per la repressione del brigantaggio nel Meridione". Seguì una repressione crudele e sanguinosissima, che si rivolse anche contro donne, bambini e vecchi. La dissidenza veniva criminalizzata e trattata con estrema ferocia.
Nell'agosto del 1863 venne mandato in Sicilia il Generale Giuseppe Gaetano Govone, che non esiterà a reprimere nel sangue la popolazione, torturando e uccidendo. Govone aveva organizzato i primi servizi segreti italiani nel 1859, poco prima della Seconda guerra d'Indipendenza, e dopo l'Unità diventò ministro della Guerra. Egli aveva avuto un ruolo importante nel processo di unificazione dell'Italia, avendo svolto incarichi miiltari e di spionaggio. Nel settembre del 1870 sarà destituito dal dicastero della Guerra perché improvvisamente dichiarato "pazzo". Nel gennaio del 1872 verrà trovato misteriosamente morto. Il giorno successivo alla morte di Govone, qualcuno trafugò molti documenti che riguardavano i fatti che portarono all'Unità d'Italia e la repressione del brigantaggio. Alcuni storici presumono che le carte sparite si riferissero precisamente alle operazioni di repressione del brigantaggio supportate da truppe inglesi. Di certo, con Govone spariranno definitivamente tutte quelle informazioni segrete sul connubio fra politica italiana, sistema di potere, affari e legami internazionali.
Nel 1892 si formarono i "Fasci dei Lavoratori Siciliani", come ulteriore tentativo di permettere ad una terra martoriata di risolvere i suoi problemi. L'organizzazione era pacifica, e chiedeva soprattutto la spartizione delle terre demaniali o incolte e la diminuzione delle tasse. La risposta del governo italiano sarà feroce: verrà decretato lo stato di assedio e verranno mandati 40.000 soldati al comando del Generale Morra di Lavriano. Per distruggere i Fasci saranno uccise migliaia di persone.
Ufficialmente, dal 1861 al 1865, fu registrata l'uccisione di 5212 "briganti", ma nei documenti ufficiali non si registravano i morti nelle carceri e gli eccidi avvenuti durante le sollevazioni.
Migliaia di persone furono deportate nei campi di prigionia, che erano assai simili ai lager. Molte persone imprigionate non conoscevano nemmeno l'accusa a loro rivolta ma sapevano che tutti i loro beni sarebbero stati confiscati. Spesso il motivo dell'arresto era proprio il saccheggio dei loro possedimenti. Le condizioni di vita nelle carceri erano così dure che soltanto pochi sopravvivevano, e i morti non venivano registrati, in modo tale da non avere tracce di ciò che era avvenuto. Altre migliaia di persone furono condannate al confino nelle isole, a Ponza, a Gorgonia, Capraia, Giglio, all'Elba e in Sardegna. La vita nelle carceri era durissima, come alcuni Atti Parlamentari e diversi carteggi parlamentari dell'epoca attestano. Ad esempio, in un discorso in Parlamento, il duca di Maddaloni Francesco Proto Carafa disse:
"Ma che dico di un governo che strappa dal seno delle famiglie tanti vecchi generali, tanti onorati ufficiali solo per il sospetto che nutrissero amore per il loro Re sventurato, e rilegagli a vivere nelle fortezze di Alessandria ed in altre inospitali terre del Piemonte…Sono essi trattati peggio che i galeotti. Perché il governo piemontese abbia a spiegar loro tanto lusso di crudeltà? Perché abbia a torturare con la fame e con l'inerzia e la prigione uomini nati in Italia come noi?"
Lo stesso parlamentare denunciò l'impoverimento e il saccheggio del Sud:
"La loro smania di subito impiantare nelle province napoletane quanto più si poteva delle istituzioni del Piemonte, senza neppure discettare se fossero o no opportune fece nascere sin dal principio della dominazione piemontese il concetto e la voce "piemontizzare". Intere famiglie veggonsi accattar l'elemosina; diminuito, anzi annullato, il commercio; serrati i privati opifici. E frattanto tutto si fa venir dal Piemonte, persino le cassette della posta, la carta per i dicasteri e per le pubbliche amministrazioni. Non vi ha faccenda nella quale un onest'uomo possa buscarsi alcun ducato che non si chiami un piemontese a disbrigarla. A' mercanti del Piemonte dannosi le forniture più lucrose: burocratici di Piemonte occupano tutti i pubblici uffizi, gente spesso ben più corrotta degli antichi burocratici napolitani. Anche a fabbricare le ferrovie si mandano operai piemontesi i quali oltraggiosamente pagansi il doppio che i napoletani. A facchini della dogana, a carcerieri, a birri vengono uomini di Piemonte. Questa è invasione non unione, non annessione! Questo è voler sfruttare la nostra terra di conquista. Il governo di Piemonte vuol trattare le province meridionali come il Cortes ed il Pizzarro facevano nel Perù e nel Messico, come gli inglesi nei regni del Bengala".(23)
Anche molti studiosi e intellettuali si opposero all'Unità d'Italia. Scriveva lo storico Giacinto De Sivo:
"Chi adunque nel reame vuole l'unità? Non la nobiltà, non il clero, non gli scienziati, non le milizie, non gli artigiani, non i contadini, e non i commercianti. Voglionla i contrabbandieri, i galeotti, i camorristi, ed uomini oziosi, lanciati per errore o per bisogno o per ambizione nel caos delle sette. Questi han preso le cime degli uffizii, questi strepitano, scrivono, spauriscono, pugnalano, fucilano, e si chiamano popolo e nazione. Ma il popolo del regno non vuole l'Italia una".(24)
Nonostante le numerose denunce dei crimini dell'esercito sabaudo da parte di parlamentari e di intellettuali le persecuzioni non cessarono. Nel 1862, a Pantelleria furono inviate tre colonne militari, fu istituita la legge marziale, e le truppe setacciarono in lungo e in largo l'intera isola per uccidere i resistenti. I "ribelli" furono trovati in una caverna che si trovava in cima alla Montagna Grande a 848 metri si altezza. Prima di essere uccisi, furono costretti a sfilare nelle strade, sotto la bandiera e al suono di un tamburo. Al loro passaggio molte persone piangevano. Le somme che i Savoia spesero per l’operazione furono pagate dagli stessi cittadini di Pantelleria.
Alla fine del 1862, una relazione della Camera documentava che 15.665 persone erano state fucilate, 1.740 imprigionate e 960 uccise in combattimento. Si registrava l'esistenza di almeno 400 gruppi di combattenti antiunitari.
Nel 1866 in Sicilia si ebbero diverse sommosse. Palermo fu posta sotto controllo dopo un lungo assedio da parte di migliaia di soldati piemontesi. Oltre ai duemila morti causati dalle cannonate, si ebbero in tutta la Sicilia, nel giro di circa una settimana, 65.000 morti per il colera, scoppiato inizialmente fra le truppe piemontesi. Diventarono sistematiche la pratica della tortura e le ritorsioni sulla popolazione inerme, con stragi di interi villaggi e la distruzione dei raccolti per affamare i paesi dove si trovava la resistenza.
Gli ufficiali dell'esercito sabaudo ritenevano che il popolo del sud fosse inferiore, e non esitavano a massacrare, come se avessero a che fare con animali e non con esseri umani. Nell'agosto del 1861 così scriveva il colonnello Gaetano Negri al padre, dopo l'eccidio di Pontelandolfo:
"Carissimo papà, Le notizie delle province continuano a non essere molto liete. Probabilmente anche i giornali nostri avranno parlato degli orrori di Pontelandolfo. Gli abitanti di questo villaggio commisero il più nero tradimento e degli atti di mostruosa barbarie; ma la punizione che gli venne inflitta, quantunque meritata, non fu per questo meno barbara. Un battaglione di bersaglieri entrò nel paese, uccise quanti vi erano rimasti, saccheggiò tutte le case, e poi mise il fuoco al villaggio intero, che venne completamente distrutto. La stessa sorte toccò a Casalduni, i cui abitanti si erano uniti a quelli di Pontelandolfo. Sembra che gli aizza tori della insurrezione di questi due paesi fossero i preti; in tutte, le province, e specialmente nei villaggi della montagna, i preti ci odiano a morte, e, abusando infamemente della loro posizione, spingono gli abitanti al brigantaggio e alla rivolta. Se invece dei briganti che, per la massima parte, son mossi dalla miseria e dalla superstizione, si fucilassero tutti i curati (del Napoletano, ben inteso!), il castigo sarebbe più giustamente inflitto, e i risultati più sicuri e più pronti".(25)
Si calcola che la "lotta al brigantaggio" si sia conclusa con 54 paesi rasi al suolo e 1 milione di morti. Le autorità cercarono di insabbiare tali crimini facendo sparire numerosi documenti.
I Savoia cercarono anche di beffare il popolo facendogli credere il contrario di ciò che era. Nonostante si commettessero crimini efferati pur di occupare tutta la penisola, nei proclami il re sosteneva di rispettare la volontà popolare. In uno di questi si legge:
"Popoli dell'Italia meridionale! Le mie truppe avanzano tra voi per riaffermare l'ordine. Non vengo a imporvi la mia volontà, ma a far rispettare la vostra, che voi potete liberamente manifestare. La provvidenza che protegge il giusto ispirerà il voto che deporrete nelle urne. Qualunque sia la gravità degli eventi, attendo tranquillo il giudizio dell'Europa civile, e quello della storia, perché ho conoscenza di compiere doveri di re e di Italiano. In Europa la mia politica non sarà inutile a conciliare il progresso dei popoli con la stabilità della monarchia.
"In Italia so che chiudo l'era delle rivoluzioni". Vittorio Emanuele".(26)
Il 27 gennaio 1861 si svolsero le prime elezioni per il Parlamento "italiano". La legge elettorale piemontese dava diritto di voto soltanto agli uomini alfabetizzati che avevano compiuto 25 anni e pagavano alcune imposte. Su circa 24 milioni di abitanti, gli aventi diritto al voto erano soltanto 418.850, e coloro che si recarono alle urne furono 239.853, meno dell'1% di tutta la popolazione.
Massimo D'Azeglio disse: "Queste Camere rappresentano l'Italia così come io rappresento il Gran Sultano turco".
I candidati proposti erano tutti filopiemontesi e molti avevano preso parte attiva ai fatti risorgimentali. Ciò nonostante, alcuni di essi denunciarono i crimini che avvenivano nel sud Italia, impressionati dalla ferocia repressiva dell'esercito sabaudo.
Nel giro di pochi anni, in molte zone della penisola la disoccupazione diventò un fenomeno comune. Nel 1865, quasi tutte le fabbriche del meridione erano fallite, e le tasse erano aumentate dell’87%, per pagare le guerre risorgimentali e per sviluppare l'industria del nord. L’agricoltura meridionale finanziava le nuove industrie del Piemonte e della Lombardia, che erano proprietà di famiglie appartenenti all'oligarchia dominante.
Il nuovo Stato attuò saccheggi, devastò l'economia del sud, non restituì la terra ai poveri e impose nuove tasse, che costrinsero milioni di persone ad emigrare.
Nel 1864 il ministro Minghetti impose tasse anche sui beni di primaria necessità. Nella legge n. 1862 del 30 luglio 1864 si permetteva ai comuni di imporre dazi sul consumo di bevande ed alimenti. Saranno imposti dazi anche sulla pasta, sulle farine, sui cereali e sul vino col risultato che le classi povere si trovarono in grosse difficoltà, costrette a diminuire i consumi di beni di primaria necessità, sprofondando al limite della possibilità di sopravvivenza. Come se non bastasse fu introdotta la naia obbligatoria, che sottraeva braccia all'agricoltura. I progetti del Regno d'Italia stavano guardando con simpatia la partenza di soldati verso l'Africa alla conquista di colonie. Le proteste da parte della povera gente furono tante, basti pensare alle sollevazioni che si verificarono a Milano, come a Napoli, per difendere il minimo diritto a sfamarsi. L'episodio più celebre è quello del maggio 1898, quando davanti allo stabilimento della Pirelli un dipendente distribuì volantini che spiegavano la necessità di dare più diritti ai lavoratori. L'operaio venne arrestato e questo sollevò proteste e disordini. Alcuni operai seguirono il compagno arrestato fino in caserma, ma giunti lì vicino la polizia fece fuoco senza pietà sulla folla uccidendo una persona e ferendone cinque. Milano diventò una città sotto assedio. Sarà chiamato a risolvere il problema il generale Fiorenzo Bava Beccaris che opterà per i cannoni: prese a cannonate diverse strade affollate uccidendo 80 persone e ferendone 450. Il re Umberto I poco tempo dopo lo premierà con una medaglia al valore (l'anarchico che lo ucciderà nel 1900 dichiarerà di aver vendicato quelle vittime). Questo bastava a capire che i governi italiani non avevano come priorità il combattere la povertà e la fame che attanagliavano gli italiani, anzi, nel giro di pochi anni la pressione fiscale arrivò a raddoppiarsi costringendo molti italiani ad espatriare.
Le aspirazioni autonomiste e indipendentiste di alcune regioni italiane non scompariranno mai, ma soltanto all'inizio degli anni Novanta dello scorso secolo si diffonderanno le "Leghe". Tali formazioni, nonostante facessero leva sul federalismo e sulla sovranità popolare, si inseriranno perfettamente nel sistema partitico, acquisendone tutte le caratteristiche, compresa la priorità di accrescere potere rispetto all'appoggiare le rivendicazioni popolari, come emerse anche dal caso della nuova base Usa a Vicenza. Da ciò si potrebbe inferire che tale fenomeno fosse dovuto principalmente all'esigenza di cooptare dall'alto il crescente malcontento, aggravato dai processi di "globalizzazione", che indebolirono le istanze del Welfare e le imprese piccole e medie, su cui poggia l'economia di molte regioni italiane.
Il Risorgimento dunque, così come lo si studia sui libri di scuola è un falso storico, elaborato ad oc per insabbiare ciò che le autorità Sabaude fecero nelle regioni italiane, con la complicità delle autorità dei paesi egemoni. Gli eroi e i geni diplomatici tanto esaltati, altro non sarebbero che personaggi sottomessi al sistema di potere dell'oligarchia dominante. La Storia del nostro meridione è ad oggi palesemente mistificata, e nessun libro scolastico spiega in modo chiaro e approfondito quali sono le vere cause del sottosviluppo economico del sud. Pur di non dare spiegazioni si è fatto ricorso al pregiudizio e allo stereotipo che mostra il cittadino meridionale come poco amante del lavoro e poco rispettoso delle istituzioni. Le autorità Sabaude, negli anni successivi all'unificazione, descrivevano i meridionali come contadini con usanze barbare e primitive, oppure come una massa di delinquenti e criminali. Si affermò lo stereotipo del meridionale da civilizzare. Ad esempio, un libro pubblicato nel 1898 dal titolo "L’Italia barbara contemporanea", considerava il sud come "una grande colonia da civilizzare”, in cui si dovevano raggiungere "due obiettivi fondamentali: combattere la miope superbia regionale; irrobustire il culto dell’Unità fondata sul dogma di adattare tutte le regioni in un unico modello amministrativo [con] una gestione autoritaria a sud e liberale nel centro/nord" .(27)
I fatti qui raccontati sono soltanto una minima parte di quello che si potrebbe raccontare. Molti eccidi sono stati completamente insabbiati con la distruzione dei documenti, e alcuni archivi Sabaudi non sono ad oggi accessibili.
Gli eventi qui trattati non appartengono soltanto al passato. La popolazione del sud Italia porta ad oggi le conseguenze di ciò che avvenne, e l'Italia intera continua a soffrire per un sistema politico orientato soltanto a difendere gli interessi del potere dominante.
Ad oggi, si preferisce denigrare i meridionali piuttosto che capire qual'è la vera realtà. Fino a qualche tempo fa qualcuno sosteneva che i meridionali non avevano il "senso dello Stato". Ma cosa significa ciò alla luce dei fatti storici? Significa non avere affezione per istituzioni che si spacciano per rappresentanti della collettività ma che in realtà agiscono in modo iniquo utilizzando anche la mafia per tenere sottomessa la popolazione. Soccombere a un tale assetto significherebbe morire "dentro", e questo non è nello spirito vitale della cultura del sud.
I nostri libri di Storia citano diverse "liberazioni", ma alla luce dei fatti risulta che il popolo italiano non si è ancora liberato dalle catene del potere, che oggi risulta nascosto e mistificato, ma non per questo meno oppressivo e nocivo.
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BIBLIOGRAFIA
Alianello Carlo, "La conquista del Sud - Il Risorgimento nell'Italia meridionale", Rusconi, Milano 1982.
Ciano Antonio, "I Savoia e il massacro del Sud", Grandmelò, Roma 1996.
De Matteo Giovanni, "Brigantaggio e Risorgimento - legittimisti e briganti tra i Borbone ed i Savoia", Guida Editore, Napoli 2000.
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Di Fiore Gigi, "I vinti del Risorgimento", UTET, Torino 2004.
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Servidio Aldo,"L'imbroglio Nazionale", Alfredo Guida Editore, Napoli 2000.
Smith Denis Mack, "Garibaldi, una grande vita in breve", Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1993.
Zitara Nicola, "Il proletariato esterno. Mezzogiorno d'Italia e le sue classi", Jaca Book, Milano 1977.
Zitara Nicola, "Negare la negazione", La Città del Sole Edizioni, Reggio Calabria 2001.
NOTE
1) Macry Paolo, "Così il Sud condannò l’Unità", Corriere della Sera, 23 Gennaio 2002.
2) Macry Paolo, "Così il Sud condannò l’Unità", Corriere della Sera, 23 Gennaio 2002.
3) Lupo Salvatore, "Storia della mafia", Donzelli Editore, Roma 1996, p. 59.
4)www.brigantaggio.net/brigantaggio/Storia/Meridionale/Q37_Mafia.PDF+inglesi+terre+sicilia+contadini&hl=it&ct=clnk&cd=5&gl=it&ie=UTF-8
5) Smith Denis Mack, "Garibaldi, una grande vita in breve", Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1993, p. 285.
6) Radice Antonio, "Risorgimento perduto", De Martinis & C., Catania 1995.
7) Sciascia Leonardo, "Nino Bixio a Bronte", Edizioni Salvatore Sciascia, Caltanissetta, 1963.
8) Giarrizzo Giuseppe, "La Sicilia moderna dal Vespro al nostro tempo", Edumond Le Monnier, Firenze 2004.
9) Radice Antonino, "Risorgimento perduto: origini antiche del malessere nazionale", De Martinis, Catania 1995.
10) Ciano Antonio, "I Savoia e il massacro del Sud", Grandmelò, Roma 1996.
11) http://cronologia.leonardo.it/storia/a1862f.htm
12) Cit. Croce Benedetto, "Storia del Regno di Napoli", Laterza, Bari, 1966, pp.337-339.
13) http://www.ilportaledelsud.org/mono_ressa_4_4.htm#_ftn26
14) De Jaco Aldo, "Il brigantaggio meridionale, Cronaca inedita dell'Unità d'Italia", Editori Riuniti, Roma, 1969
15) http://www.leinchieste.com/viaggiatori_e_mafia.htm
16) Nelson Hood Alexander, Sicilian Study, George Allen & Unwin, London 1915.
17) www.duesiciliegioiosa.org
18) Cesare Cantù, "Storia Universale", Unione Tipografica Editrice, Torino 1886.
19) Circolare del Commissario del re per la Provincia di Belluno datata 5 ottobre 1866.
20) Eupani Silvio, "Epopea di Malo: da Quarto dei Mille al Pasubio, al fiume Don", 1971.
21) Zitara Nicola, "Il proletariato esterno. Mezzogiorno d'Italia e le sue classi", Jaca Book, Milano 1977.
22) Zitara Nicola, op. cit.
23) Atto parlamentare n. 234 del 20 novembre 1861.
24) De Sivo Giacinto, "I Napolitani al cospetto delle nazioni civili" (1860), Borzi, Roma 1967.
25) www.duesicilie.org/OLDSITE/comunicati/Casalduni.html - 14k
26) Alianello Carlo, "La conquista del sud", Rusconi, Milano 1972.
27) Servidio Aldo, "L'imbroglio Nazionale", Alfredo Guida Editore, Napoli 2000, p. 163.
07 agosto 2007
Il 21 ottobre 1860, come nelle migliori tradizioni "democratiche", si svolse la votazione per l'annessione della Sicilia al Piemonte. Con la collaborazione della mafia, venne creato un clima intimidatorio. Su una popolazione di 2.400.000 abitanti, votarono soltanto 432.720 cittadini (il 18%). Dei votanti, 432.053 votarono "Sì" e 667 "No". Il ministro Henry Eliot, ambasciatore inglese a Napoli, nel suo rapporto al governo scrisse: "Moltissimi vogliono l'autonomia, nessuno l'annessione; ma i pochi che votano sono costretti a votare per questa".
E un altro ministro inglese, John Russel, comunicò: "I voti del suffragio in questi regni non hanno il minimo valore". (17)
I Plebisciti-burla si svolsero anche nelle altre regioni. Si trattava di un metodo per far passare l'Unità d'Italia come voluta dal popolo, mentre in realtà non era così, ma questo doveva apparire.
In Campania le votazioni erano controllate dai camorristi, che bastonavano quelli che votavano "No", e qualcuno morì misteriosamente. Camorristi, piemontesi e garibaldini votarono diverse volte per accrescere la quantità di votanti per il "Si". Cesare Cantù spiegò come si svolsero a Napoli le operazioni di voto:
"Il plebiscito giunge fino al ridicolo, poiché oltre a chiamare tutti a votare sopra un soggetto dove la più parte erano incompetenti, senza tampoco accertare l'identità delle persone e fin votando i soldati, si deponevano in urne distinte i SI e i NO, che lo rendeva manifesto il voto; e fischi, e colpi e coltellate a chi lo desse contrario. Un villano gridò: Viva Francesco II! E fu ucciso all'istante".(18)
In Toscana votò soltanto il 19% della popolazione. Come nelle altre regioni, votarono soprattutto gli appartenenti alla classe ricca o benestante. In Veneto venne dato l'ordine alle autorità di "assicurare S. E. che della medesima non mancherà di adoperarsi affinché la votazione abbia a riuscire di unanime accordo pella dedica a S.M. il Re Vittorio Emanuele II".(19) I votanti veneti furono meno di 650.000 (641.000 votarono "Si" e 69 "No") su una popolazione di 2.500.000 di abitanti, (votarono il 26%). Gli aventi diritto al voto erano soltanto i maschi che avevano compiuto 21 anni.
Le operazioni di voto non erano segrete, come racconta Silvio Eupani:
"Le autorità comunali avevano preparato e distribuito dei biglietti col Si e col No di colore diverso; inoltre, ogni elettore, presentandosi ai componenti del seggio, pronunciava il proprio nome e consegnava il biglietto al presidente che lo depositava nell'urna".(20)
Anche in Veneto si ebbero diverse rivolte e manifestazioni antiunitarie, ad esempio a Thiene, a S. Germano a Cavarzere al Cadore e a Legnago, fatti completamente occultati dalla storiografia ufficiale, che racconta di un consenso unanime. In alcune zone del Veneto furono create persino filastrocche antiunitarie. Alcuni versi recitavano: "Co le teste dei taliani zogaremo le borele (bocce) e Vittorio Manuele metaremo par balin". Una canzone diceva: "Vegnerà Vitorio Manuele se patirà nà stissa de coele - l vegnarà con mostaci e barbeta se patirà 'na fame maledeta e più avanti - Se dura il furor dei monumenti un monumento avrà Quintino Sella che con un tratto di saggezza rara la polenta ci ha resa assai più cara".
I veneti, come i meridionali, capivano che il nuovo potere li avrebbe saccheggiati e affamarli.
La conseguenza dell'annessione del Veneto fu una massiccia emigrazione dei veneti, costretti a cercare fortuna in America, soprattutto nell'America Latina, dove molti finirono a lavorare nei campi al posto degli schiavi liberati. La valanga migratoria dei contadini del sud si avrà diversi anni dopo rispetto a quella veneta, perché i meridionali non avevano nemmeno il denaro per pagare il viaggio e dovevano prima racimolarlo.
Nei primi anni del Regno d'Italia i siciliani subirono un enorme saccheggio, le casse della regione furono svuotate e persino i beni demaniali ed ecclesiastici furono venduti. Alcuni studiosi ci forniscono un'immagine del sud preunitario ben diversa da quella fornita dai libri scolastici. Ad esempio, lo storico Nicola Zitara spiega: "(Il sud borbonico era) Un paese strutturato economicamente sulle sue dimensioni. Essendo, a quel tempo, gli scambi con l'estero facilitati dal fatto che nel settore delle produzioni mediterranee il paese meridionale era il più avanzato al mondo, saggiamente i Borbone avevano scelto di trarre tutto il profitto possibile dai doni elargiti dalla natura e di proteggere la manifattura dalla concorrenza straniera. Il consistente surplus della bilancia commerciale permetteva il finanziamento d'industrie, le quali, erano sufficientemente grandi e diffuse, sebbene ancora non perfette e con una capacità di proiettarsi sul mercato internazionale limitata, come, d'altra parte, tutta l'industria italiana del tempo (e dei successivi cento anni)... Il Paese era pago di sé, alieno da ogni forma di espansionismo territoriale e coloniale. La sua evoluzione economica era lenta, ma sicura. Chi reggeva lo Stato era contrario alle scommesse politiche e preferiva misurare la crescita in relazione all'occupazione delle classi popolari. Nel sistema napoletano, la borghesia degli affari non era la classe egemone, a cui gli interessi generali erano ottusamente sacrificati, come nel Regno sardo, ma era una classe al servizio dell'economia nazionale".(21)
Con l'occupazione delle regioni italiane, i Savoia si impadronirono di notevoli risorse, mettendo le mani anche sull'oro delle Banche e sui beni ecclesiastici. Spiega Zitara: "Senza il saccheggio del risparmio storico del paese borbonico, l'Italia sabauda non avrebbe avuto un avvenire. Sulla stessa risorsa faceva assegnamento la Banca Nazionale degli Stati Sardi. La montagna di denaro circolante al Sud avrebbe fornito cinquecento milioni di monete d'oro e d'argento, una massa imponente da destinare a riserva, su cui la banca d'emissione sarda - che in quel momento ne aveva soltanto per cento milioni... per i piemontesi, il saccheggio del Sud era l'unica risposta a portata di mano, per tentare di superare i guai in cui s'erano messi".(22)
Con la Legge Pica (legge marziale), approvata nell'agosto del 1863, si dava mano libera "per la repressione del brigantaggio nel Meridione". Seguì una repressione crudele e sanguinosissima, che si rivolse anche contro donne, bambini e vecchi. La dissidenza veniva criminalizzata e trattata con estrema ferocia.
Nell'agosto del 1863 venne mandato in Sicilia il Generale Giuseppe Gaetano Govone, che non esiterà a reprimere nel sangue la popolazione, torturando e uccidendo. Govone aveva organizzato i primi servizi segreti italiani nel 1859, poco prima della Seconda guerra d'Indipendenza, e dopo l'Unità diventò ministro della Guerra. Egli aveva avuto un ruolo importante nel processo di unificazione dell'Italia, avendo svolto incarichi miiltari e di spionaggio. Nel settembre del 1870 sarà destituito dal dicastero della Guerra perché improvvisamente dichiarato "pazzo". Nel gennaio del 1872 verrà trovato misteriosamente morto. Il giorno successivo alla morte di Govone, qualcuno trafugò molti documenti che riguardavano i fatti che portarono all'Unità d'Italia e la repressione del brigantaggio. Alcuni storici presumono che le carte sparite si riferissero precisamente alle operazioni di repressione del brigantaggio supportate da truppe inglesi. Di certo, con Govone spariranno definitivamente tutte quelle informazioni segrete sul connubio fra politica italiana, sistema di potere, affari e legami internazionali.
Nel 1892 si formarono i "Fasci dei Lavoratori Siciliani", come ulteriore tentativo di permettere ad una terra martoriata di risolvere i suoi problemi. L'organizzazione era pacifica, e chiedeva soprattutto la spartizione delle terre demaniali o incolte e la diminuzione delle tasse. La risposta del governo italiano sarà feroce: verrà decretato lo stato di assedio e verranno mandati 40.000 soldati al comando del Generale Morra di Lavriano. Per distruggere i Fasci saranno uccise migliaia di persone.
Ufficialmente, dal 1861 al 1865, fu registrata l'uccisione di 5212 "briganti", ma nei documenti ufficiali non si registravano i morti nelle carceri e gli eccidi avvenuti durante le sollevazioni.
Migliaia di persone furono deportate nei campi di prigionia, che erano assai simili ai lager. Molte persone imprigionate non conoscevano nemmeno l'accusa a loro rivolta ma sapevano che tutti i loro beni sarebbero stati confiscati. Spesso il motivo dell'arresto era proprio il saccheggio dei loro possedimenti. Le condizioni di vita nelle carceri erano così dure che soltanto pochi sopravvivevano, e i morti non venivano registrati, in modo tale da non avere tracce di ciò che era avvenuto. Altre migliaia di persone furono condannate al confino nelle isole, a Ponza, a Gorgonia, Capraia, Giglio, all'Elba e in Sardegna. La vita nelle carceri era durissima, come alcuni Atti Parlamentari e diversi carteggi parlamentari dell'epoca attestano. Ad esempio, in un discorso in Parlamento, il duca di Maddaloni Francesco Proto Carafa disse:
"Ma che dico di un governo che strappa dal seno delle famiglie tanti vecchi generali, tanti onorati ufficiali solo per il sospetto che nutrissero amore per il loro Re sventurato, e rilegagli a vivere nelle fortezze di Alessandria ed in altre inospitali terre del Piemonte…Sono essi trattati peggio che i galeotti. Perché il governo piemontese abbia a spiegar loro tanto lusso di crudeltà? Perché abbia a torturare con la fame e con l'inerzia e la prigione uomini nati in Italia come noi?"
Lo stesso parlamentare denunciò l'impoverimento e il saccheggio del Sud:
"La loro smania di subito impiantare nelle province napoletane quanto più si poteva delle istituzioni del Piemonte, senza neppure discettare se fossero o no opportune fece nascere sin dal principio della dominazione piemontese il concetto e la voce "piemontizzare". Intere famiglie veggonsi accattar l'elemosina; diminuito, anzi annullato, il commercio; serrati i privati opifici. E frattanto tutto si fa venir dal Piemonte, persino le cassette della posta, la carta per i dicasteri e per le pubbliche amministrazioni. Non vi ha faccenda nella quale un onest'uomo possa buscarsi alcun ducato che non si chiami un piemontese a disbrigarla. A' mercanti del Piemonte dannosi le forniture più lucrose: burocratici di Piemonte occupano tutti i pubblici uffizi, gente spesso ben più corrotta degli antichi burocratici napolitani. Anche a fabbricare le ferrovie si mandano operai piemontesi i quali oltraggiosamente pagansi il doppio che i napoletani. A facchini della dogana, a carcerieri, a birri vengono uomini di Piemonte. Questa è invasione non unione, non annessione! Questo è voler sfruttare la nostra terra di conquista. Il governo di Piemonte vuol trattare le province meridionali come il Cortes ed il Pizzarro facevano nel Perù e nel Messico, come gli inglesi nei regni del Bengala".(23)
Anche molti studiosi e intellettuali si opposero all'Unità d'Italia. Scriveva lo storico Giacinto De Sivo:
"Chi adunque nel reame vuole l'unità? Non la nobiltà, non il clero, non gli scienziati, non le milizie, non gli artigiani, non i contadini, e non i commercianti. Voglionla i contrabbandieri, i galeotti, i camorristi, ed uomini oziosi, lanciati per errore o per bisogno o per ambizione nel caos delle sette. Questi han preso le cime degli uffizii, questi strepitano, scrivono, spauriscono, pugnalano, fucilano, e si chiamano popolo e nazione. Ma il popolo del regno non vuole l'Italia una".(24)
Nonostante le numerose denunce dei crimini dell'esercito sabaudo da parte di parlamentari e di intellettuali le persecuzioni non cessarono. Nel 1862, a Pantelleria furono inviate tre colonne militari, fu istituita la legge marziale, e le truppe setacciarono in lungo e in largo l'intera isola per uccidere i resistenti. I "ribelli" furono trovati in una caverna che si trovava in cima alla Montagna Grande a 848 metri si altezza. Prima di essere uccisi, furono costretti a sfilare nelle strade, sotto la bandiera e al suono di un tamburo. Al loro passaggio molte persone piangevano. Le somme che i Savoia spesero per l’operazione furono pagate dagli stessi cittadini di Pantelleria.
Alla fine del 1862, una relazione della Camera documentava che 15.665 persone erano state fucilate, 1.740 imprigionate e 960 uccise in combattimento. Si registrava l'esistenza di almeno 400 gruppi di combattenti antiunitari.
Nel 1866 in Sicilia si ebbero diverse sommosse. Palermo fu posta sotto controllo dopo un lungo assedio da parte di migliaia di soldati piemontesi. Oltre ai duemila morti causati dalle cannonate, si ebbero in tutta la Sicilia, nel giro di circa una settimana, 65.000 morti per il colera, scoppiato inizialmente fra le truppe piemontesi. Diventarono sistematiche la pratica della tortura e le ritorsioni sulla popolazione inerme, con stragi di interi villaggi e la distruzione dei raccolti per affamare i paesi dove si trovava la resistenza.
Gli ufficiali dell'esercito sabaudo ritenevano che il popolo del sud fosse inferiore, e non esitavano a massacrare, come se avessero a che fare con animali e non con esseri umani. Nell'agosto del 1861 così scriveva il colonnello Gaetano Negri al padre, dopo l'eccidio di Pontelandolfo:
"Carissimo papà, Le notizie delle province continuano a non essere molto liete. Probabilmente anche i giornali nostri avranno parlato degli orrori di Pontelandolfo. Gli abitanti di questo villaggio commisero il più nero tradimento e degli atti di mostruosa barbarie; ma la punizione che gli venne inflitta, quantunque meritata, non fu per questo meno barbara. Un battaglione di bersaglieri entrò nel paese, uccise quanti vi erano rimasti, saccheggiò tutte le case, e poi mise il fuoco al villaggio intero, che venne completamente distrutto. La stessa sorte toccò a Casalduni, i cui abitanti si erano uniti a quelli di Pontelandolfo. Sembra che gli aizza tori della insurrezione di questi due paesi fossero i preti; in tutte, le province, e specialmente nei villaggi della montagna, i preti ci odiano a morte, e, abusando infamemente della loro posizione, spingono gli abitanti al brigantaggio e alla rivolta. Se invece dei briganti che, per la massima parte, son mossi dalla miseria e dalla superstizione, si fucilassero tutti i curati (del Napoletano, ben inteso!), il castigo sarebbe più giustamente inflitto, e i risultati più sicuri e più pronti".(25)
Si calcola che la "lotta al brigantaggio" si sia conclusa con 54 paesi rasi al suolo e 1 milione di morti. Le autorità cercarono di insabbiare tali crimini facendo sparire numerosi documenti.
I Savoia cercarono anche di beffare il popolo facendogli credere il contrario di ciò che era. Nonostante si commettessero crimini efferati pur di occupare tutta la penisola, nei proclami il re sosteneva di rispettare la volontà popolare. In uno di questi si legge:
"Popoli dell'Italia meridionale! Le mie truppe avanzano tra voi per riaffermare l'ordine. Non vengo a imporvi la mia volontà, ma a far rispettare la vostra, che voi potete liberamente manifestare. La provvidenza che protegge il giusto ispirerà il voto che deporrete nelle urne. Qualunque sia la gravità degli eventi, attendo tranquillo il giudizio dell'Europa civile, e quello della storia, perché ho conoscenza di compiere doveri di re e di Italiano. In Europa la mia politica non sarà inutile a conciliare il progresso dei popoli con la stabilità della monarchia.
"In Italia so che chiudo l'era delle rivoluzioni". Vittorio Emanuele".(26)
Il 27 gennaio 1861 si svolsero le prime elezioni per il Parlamento "italiano". La legge elettorale piemontese dava diritto di voto soltanto agli uomini alfabetizzati che avevano compiuto 25 anni e pagavano alcune imposte. Su circa 24 milioni di abitanti, gli aventi diritto al voto erano soltanto 418.850, e coloro che si recarono alle urne furono 239.853, meno dell'1% di tutta la popolazione.
Massimo D'Azeglio disse: "Queste Camere rappresentano l'Italia così come io rappresento il Gran Sultano turco".
I candidati proposti erano tutti filopiemontesi e molti avevano preso parte attiva ai fatti risorgimentali. Ciò nonostante, alcuni di essi denunciarono i crimini che avvenivano nel sud Italia, impressionati dalla ferocia repressiva dell'esercito sabaudo.
Nel giro di pochi anni, in molte zone della penisola la disoccupazione diventò un fenomeno comune. Nel 1865, quasi tutte le fabbriche del meridione erano fallite, e le tasse erano aumentate dell’87%, per pagare le guerre risorgimentali e per sviluppare l'industria del nord. L’agricoltura meridionale finanziava le nuove industrie del Piemonte e della Lombardia, che erano proprietà di famiglie appartenenti all'oligarchia dominante.
Il nuovo Stato attuò saccheggi, devastò l'economia del sud, non restituì la terra ai poveri e impose nuove tasse, che costrinsero milioni di persone ad emigrare.
Nel 1864 il ministro Minghetti impose tasse anche sui beni di primaria necessità. Nella legge n. 1862 del 30 luglio 1864 si permetteva ai comuni di imporre dazi sul consumo di bevande ed alimenti. Saranno imposti dazi anche sulla pasta, sulle farine, sui cereali e sul vino col risultato che le classi povere si trovarono in grosse difficoltà, costrette a diminuire i consumi di beni di primaria necessità, sprofondando al limite della possibilità di sopravvivenza. Come se non bastasse fu introdotta la naia obbligatoria, che sottraeva braccia all'agricoltura. I progetti del Regno d'Italia stavano guardando con simpatia la partenza di soldati verso l'Africa alla conquista di colonie. Le proteste da parte della povera gente furono tante, basti pensare alle sollevazioni che si verificarono a Milano, come a Napoli, per difendere il minimo diritto a sfamarsi. L'episodio più celebre è quello del maggio 1898, quando davanti allo stabilimento della Pirelli un dipendente distribuì volantini che spiegavano la necessità di dare più diritti ai lavoratori. L'operaio venne arrestato e questo sollevò proteste e disordini. Alcuni operai seguirono il compagno arrestato fino in caserma, ma giunti lì vicino la polizia fece fuoco senza pietà sulla folla uccidendo una persona e ferendone cinque. Milano diventò una città sotto assedio. Sarà chiamato a risolvere il problema il generale Fiorenzo Bava Beccaris che opterà per i cannoni: prese a cannonate diverse strade affollate uccidendo 80 persone e ferendone 450. Il re Umberto I poco tempo dopo lo premierà con una medaglia al valore (l'anarchico che lo ucciderà nel 1900 dichiarerà di aver vendicato quelle vittime). Questo bastava a capire che i governi italiani non avevano come priorità il combattere la povertà e la fame che attanagliavano gli italiani, anzi, nel giro di pochi anni la pressione fiscale arrivò a raddoppiarsi costringendo molti italiani ad espatriare.
Le aspirazioni autonomiste e indipendentiste di alcune regioni italiane non scompariranno mai, ma soltanto all'inizio degli anni Novanta dello scorso secolo si diffonderanno le "Leghe". Tali formazioni, nonostante facessero leva sul federalismo e sulla sovranità popolare, si inseriranno perfettamente nel sistema partitico, acquisendone tutte le caratteristiche, compresa la priorità di accrescere potere rispetto all'appoggiare le rivendicazioni popolari, come emerse anche dal caso della nuova base Usa a Vicenza. Da ciò si potrebbe inferire che tale fenomeno fosse dovuto principalmente all'esigenza di cooptare dall'alto il crescente malcontento, aggravato dai processi di "globalizzazione", che indebolirono le istanze del Welfare e le imprese piccole e medie, su cui poggia l'economia di molte regioni italiane.
Il Risorgimento dunque, così come lo si studia sui libri di scuola è un falso storico, elaborato ad oc per insabbiare ciò che le autorità Sabaude fecero nelle regioni italiane, con la complicità delle autorità dei paesi egemoni. Gli eroi e i geni diplomatici tanto esaltati, altro non sarebbero che personaggi sottomessi al sistema di potere dell'oligarchia dominante. La Storia del nostro meridione è ad oggi palesemente mistificata, e nessun libro scolastico spiega in modo chiaro e approfondito quali sono le vere cause del sottosviluppo economico del sud. Pur di non dare spiegazioni si è fatto ricorso al pregiudizio e allo stereotipo che mostra il cittadino meridionale come poco amante del lavoro e poco rispettoso delle istituzioni. Le autorità Sabaude, negli anni successivi all'unificazione, descrivevano i meridionali come contadini con usanze barbare e primitive, oppure come una massa di delinquenti e criminali. Si affermò lo stereotipo del meridionale da civilizzare. Ad esempio, un libro pubblicato nel 1898 dal titolo "L’Italia barbara contemporanea", considerava il sud come "una grande colonia da civilizzare”, in cui si dovevano raggiungere "due obiettivi fondamentali: combattere la miope superbia regionale; irrobustire il culto dell’Unità fondata sul dogma di adattare tutte le regioni in un unico modello amministrativo [con] una gestione autoritaria a sud e liberale nel centro/nord" .(27)
I fatti qui raccontati sono soltanto una minima parte di quello che si potrebbe raccontare. Molti eccidi sono stati completamente insabbiati con la distruzione dei documenti, e alcuni archivi Sabaudi non sono ad oggi accessibili.
Gli eventi qui trattati non appartengono soltanto al passato. La popolazione del sud Italia porta ad oggi le conseguenze di ciò che avvenne, e l'Italia intera continua a soffrire per un sistema politico orientato soltanto a difendere gli interessi del potere dominante.
Ad oggi, si preferisce denigrare i meridionali piuttosto che capire qual'è la vera realtà. Fino a qualche tempo fa qualcuno sosteneva che i meridionali non avevano il "senso dello Stato". Ma cosa significa ciò alla luce dei fatti storici? Significa non avere affezione per istituzioni che si spacciano per rappresentanti della collettività ma che in realtà agiscono in modo iniquo utilizzando anche la mafia per tenere sottomessa la popolazione. Soccombere a un tale assetto significherebbe morire "dentro", e questo non è nello spirito vitale della cultura del sud.
I nostri libri di Storia citano diverse "liberazioni", ma alla luce dei fatti risulta che il popolo italiano non si è ancora liberato dalle catene del potere, che oggi risulta nascosto e mistificato, ma non per questo meno oppressivo e nocivo.
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BIBLIOGRAFIA
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NOTE
1) Macry Paolo, "Così il Sud condannò l’Unità", Corriere della Sera, 23 Gennaio 2002.
2) Macry Paolo, "Così il Sud condannò l’Unità", Corriere della Sera, 23 Gennaio 2002.
3) Lupo Salvatore, "Storia della mafia", Donzelli Editore, Roma 1996, p. 59.
4)www.brigantaggio.net/brigantaggio/Storia/Meridionale/Q37_Mafia.PDF+inglesi+terre+sicilia+contadini&hl=it&ct=clnk&cd=5&gl=it&ie=UTF-8
5) Smith Denis Mack, "Garibaldi, una grande vita in breve", Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1993, p. 285.
6) Radice Antonio, "Risorgimento perduto", De Martinis & C., Catania 1995.
7) Sciascia Leonardo, "Nino Bixio a Bronte", Edizioni Salvatore Sciascia, Caltanissetta, 1963.
8) Giarrizzo Giuseppe, "La Sicilia moderna dal Vespro al nostro tempo", Edumond Le Monnier, Firenze 2004.
9) Radice Antonino, "Risorgimento perduto: origini antiche del malessere nazionale", De Martinis, Catania 1995.
10) Ciano Antonio, "I Savoia e il massacro del Sud", Grandmelò, Roma 1996.
11) http://cronologia.leonardo.it/storia/a1862f.htm
12) Cit. Croce Benedetto, "Storia del Regno di Napoli", Laterza, Bari, 1966, pp.337-339.
13) http://www.ilportaledelsud.org/mono_ressa_4_4.htm#_ftn26
14) De Jaco Aldo, "Il brigantaggio meridionale, Cronaca inedita dell'Unità d'Italia", Editori Riuniti, Roma, 1969
15) http://www.leinchieste.com/viaggiatori_e_mafia.htm
16) Nelson Hood Alexander, Sicilian Study, George Allen & Unwin, London 1915.
17) www.duesiciliegioiosa.org
18) Cesare Cantù, "Storia Universale", Unione Tipografica Editrice, Torino 1886.
19) Circolare del Commissario del re per la Provincia di Belluno datata 5 ottobre 1866.
20) Eupani Silvio, "Epopea di Malo: da Quarto dei Mille al Pasubio, al fiume Don", 1971.
21) Zitara Nicola, "Il proletariato esterno. Mezzogiorno d'Italia e le sue classi", Jaca Book, Milano 1977.
22) Zitara Nicola, op. cit.
23) Atto parlamentare n. 234 del 20 novembre 1861.
24) De Sivo Giacinto, "I Napolitani al cospetto delle nazioni civili" (1860), Borzi, Roma 1967.
25) www.duesicilie.org/OLDSITE/comunicati/Casalduni.html - 14k
26) Alianello Carlo, "La conquista del sud", Rusconi, Milano 1972.
27) Servidio Aldo, "L'imbroglio Nazionale", Alfredo Guida Editore, Napoli 2000, p. 163.
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